0 risultati
video suggerito
video suggerito
12 Ottobre 2026
6:00

Chi pagherà le pensioni dei giovani nel 2050? In Italia gli over 65 saranno il 35%

Aumentare le pensioni minime significa sostenere chi oggi ha gli assegni più bassi, ma anche aggiungere nuova spesa a un sistema che nei prossimi vent’anni dovrà fare i conti con sempre meno lavoratori e sempre più pensionati.

Ti piace questo contenuto?
Chi pagherà le pensioni dei giovani nel 2050? In Italia gli over 65 saranno il 35%
Immagine

In Italia ci sono sempre più anziani e sempre meno giovani e nei prossimi vent’anni questo squilibrio è destinato ad aumentare. Oggi gli over 65 sono circa 15 milioni, mentre le persone tra i 15 e i 64 anni sono poco più di 37 milioni. Nel 2050, secondo le proiezioni demografiche, gli over 65 potrebbero arrivare a rappresentare circa il 35% della popolazione, mentre la fascia in età lavorativa scenderebbe poco sopra il 55%. Questi numeri riguardano da vicino anche le pensioni. Il sistema italiano funziona infatti soprattutto a ripartizione: i contributi versati dai lavoratori servono a finanziare le pensioni di oggi. Se i lavoratori diminuiscono e i pensionati aumentano, tenere in equilibrio il sistema diventa più difficile.

In questo quadro si parla anche di pensioni minime, cioè gli assegni destinati a chi ha maturato una pensione contenuta e che possono essere integrati dallo Stato per garantire un reddito minimo. Il loro aumento torna periodicamente al centro del dibattito perché riguarda persone che spesso hanno redditi insufficienti. Tuttavia aumentare questi assegni significa anche aumentare la spesa da sostenere negli anni. Per capire quanto pesa questa scelta, partiamo dai numeri di oggi.

Quanto costa oggi il sistema pensionistico

Nel 2026 l’INPS eroga oltre 21 milioni di pensioni, per una spesa complessiva di circa 353,5 miliardi di euro l’anno. Una cifra enorme, che nei prossimi decenni dovrà fare i conti con il cambiamento della popolazione. Secondo le proiezioni della Ragioneria generale dello Stato, la spesa pensionistica continuerà a crescere soprattutto perché le generazioni più numerose raggiungeranno l’età pensionabile. Allo stesso tempo, la popolazione in età lavorativa sarà sempre più ridotta.

Tuttavia se ci sono più pensionati da sostenere e meno persone che lavorano, servono più risorse per mantenere lo stesso livello di prestazioni. Quanto sarà pesante questo conto dipenderà anche da quello che succederà al mercato del lavoro: più occupati, salari più alti e una maggiore produttività possono cambiare parecchio l’equilibrio dei prossimi anni.

Stipendi e occupazione: come funziona oggi e cosa può cambiare

Tra il 2025 e il 2050, secondo le proiezioni ISTAT, la popolazione tra i 15 e i 64 anni potrebbe diminuire di circa 3,4 milioni di persone. Questo, però, non vuol dire automaticamente avere 3,4 milioni di lavoratori in meno. In quella fascia d’età ci sono anche persone che non lavorano e, tra chi lavora, i contributi versati possono essere molto diversi. Quindi il numero da solo non basta: conta quante persone avranno un lavoro, quanto guadagneranno e quanto produrrà l’economia. Ed è qui che si gioca una parte importante del futuro delle pensioni: meno persone in età lavorativa significano una base più piccola, ma occupazione, salari e produttività possono cambiare parecchio il risultato.

La demografia, però, non decide da sola il futuro delle pensioni. A fare la differenza saranno occupazione, stipendi, produttività e durata della vita lavorativa: più persone al lavoro significano più contributi, salari più alti aumentano le entrate e una maggiore produttività permette di creare più ricchezza anche con meno lavoratori. Conta anche quanto a lungo si rimane al lavoro. Se viviamo più a lungo, spostare in avanti l’età della pensione significa versare contributi per più anni e percepire la pensione per un periodo più breve. È una delle leve su cui si può intervenire per ridurre la pressione sul sistema.

Il quadro, quindi, non è scritto soltanto dalla demografia: anche il modo in cui lavoriamo e produciamo ricchezza può cambiare il conto finale.

Pensioni minime: il problema non è solo quanto aumentano

Ed eccoci alle pensioni minime. Prima, però, bisogna capire di cosa parliamo.

Quella che chiamiamo comunemente “pensione minima” non è una pensione diversa dalle altre: si tratta di una pensione di importo molto basso che, se il beneficiario rispetta determinati requisiti, può essere integrata fino al trattamento minimo previsto dalla legge. La disciplina dell’integrazione è stata ridefinita nel con la legge n. 638 del 1983, che ha introdotto nuove regole legate soprattutto alla situazione reddituale del pensionato. In pratica, quindi, non basta avere una pensione bassa per ottenere automaticamente l’integrazione: contano anche i redditi e gli altri requisiti previsti dalla normativa. Nel tempo queste regole sono state modificate, anche per quanto riguarda i redditi da considerare.

Ed è proprio da qui che nasce il dibattito sugli aumenti. Le proposte più recenti hanno ipotizzato di portare gli assegni più bassi anche verso 1000 euro al mese, con l’obiettivo di aumentare il reddito dei pensionati che ricevono trattamenti particolarmente contenuti. Il problema arriva quando l’aumento diventa strutturale. Un assegno più alto significa infatti una spesa maggiore da sostenere ogni anno, anche negli anni successivi. Quella spesa va inserita dentro un sistema che, come abbiamo visto, dovrà fare i conti con una popolazione sempre più anziana.

C’è poi un’altra distinzione importante: previdenza e assistenza non sono la stessa cosa. La pensione deriva dai contributi versati durante la vita lavorativa; l’assistenza serve invece a sostenere economicamente chi si trova in determinate condizioni di bisogno. Per questo, quando si parla di aumentare le pensioni minime, non basta chiedersi quanto salirà l’assegno, ma bisognerebbe prima di tutto capire quanto costerà quella scelta nel tempo e da dove arriveranno le risorse per finanziarla.

Qual è il vero rischio per i giovani

Allora, chi pagherà le pensioni dei giovani? Quando arriverà il loro momento, a finanziarle saranno i lavoratori di allora. Il problema è che quei lavoratori saranno meno numerosi rispetto a oggi, mentre la quota di popolazione anziana sarà più alta. Le pensioni minime sono solo un esempio di una questione più grande: quanto spazio avrà l’Italia, nei prossimi decenni, per sostenere la spesa previdenziale senza aumentare il peso sulle generazioni più giovani?

La risposta dipenderà dalla capacità del Paese di creare lavoro, far crescere i redditi e aumentare la produttività, ma anche dalle scelte che verranno fatte sulla spesa previdenziale e sul modo in cui distribuire le risorse tra le diverse generazioni. La vera sfida dei prossimi vent’anni sarà quindi riuscire a sostenere una popolazione sempre più anziana con una base di lavoratori più piccola perché il conto delle pensioni non riguarda soltanto chi le riceve oggi. Riguarda anche chi, domani, dovrà finanziarle.

Fonti
Sfondo autopromo
Cosa stai cercando?
api url views