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10 Febbraio 2026
6:00

40 anni fa il Maxiprocesso di Palermo: quando la magistratura italiana inflisse un duro colpo alla mafia

Quarant’anni fa iniziava il maxiprocesso di Palermo, il più grande processo penale della storia. Basato sulle dichiarazioni di Tommaso Buscetta e sulle indagini di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, il maxiprocesso costituì una svolta nella lotta alla mafia.

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40 anni fa il Maxiprocesso di Palermo: quando la magistratura italiana inflisse un duro colpo alla mafia
Maxiprocesso copertina
Maxiprocesso.

Il maxiprocesso di Palermo è stato il più grande processo penale contro la mafia, ed è stato celebrato (nei tre gradi di giudizio) tra il 10 febbraio 1986 e il 30 gennaio 1992.

Il processo di primo grado si svolse dal 10 febbraio 1986 al 16 dicembre 1987 nell’aula bunker del carcere dell’Ucciardone, a Palermo. Erano imputati 475 esponenti di Cosa nostra, tra i quali Totò Riina, Bernardo Provenzano e altri boss. Il processo si svolse dopo la seconda guerra di mafia, attraverso la quale i corleonesi avevano preso la guida della “cupola”, e si basò sulle rivelazioni di Tommaso Buscetta e altri pentiti. Celebrato secondo il codice di procedura penale in vigore tra il 1930 e il 1989, il maxiprocesso fu istruito da Giovanni Falcone (fu il traguardo più importante della sua carriera e del pool antimafia di Palermo) e Paolo Borsellino e si concluse con numerose condanne. La magistratura italiana diede così avvio a una serrata lotta alla mafia, che continua ancora oggi.

Questo è un processo come tutti gli altri, per quanto smisurato. Ciò che vi chiedo non è la condanna della mafia, già scritta nella storia e nella coscienza dei cittadini, ma la condanna dei mafiosi che sono raggiunti da certi elementi di responsabilità.

– Pubblico Ministero Domenico Signorino

Cosa è stato il maxiprocesso di Palermo

Il maxiprocesso è stato il più importante processo alla mafia siciliana. Fu celebrato, nei tre gradi di giudizio (corte d’assise, appello e cassazione) tra il 1986 e il 1992, sebbene talvolta con l’espressione “maxiprocesso” si faccia riferimento solo al processo di primo grado, che si svolse a Palermo dal 10 febbraio 1986 al 16 dicembre 1987.

Nel processo erano imputate 475 persone (diventate 460 nel corso del dibattimento), difese da oltre 200 avvocati. Tra gli imputati figuravano i principali boss di Cosa Nostra, alcuni dei quali latitanti, come Totò Riina e Bernardo Provenzano, e altri presenti in aula, come Michele Greco (arrestato nel corso del dibattimento), l’ex capo dei corleonesi Luciano Liggio, Leoluca Bagarella, Pippo Calò e altri.

Michele Greco
Michele Greco

Gli imputati dovevano rispondere di numerosi omicidi, di estorsioni, di traffico internazionale di droga, di associazione mafiosa e di altre accuse. Tra l’altro, erano in discussione omicidi eccellenti, come quelli del giudice Rocco Chinnici, del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, dei poliziotti Beppe Montana e Ninni Cassarà.  Il maxiprocesso, in sostanza, era un processo a Cosa nostra nel suo insieme.

Perché fu celebrato: le rivelazioni di Buscetta e le indagini di Falcone e Borsellino

Il maxiprocesso fu reso possibile dalle rivelazioni dei pentiti, in particolare da quelle di Tommaso Buscetta, il boss arrestato in Brasile nel 1983 e in seguito estradato in Italia. Buscetta apparteneva alla fazione sconfitta di Cosa nostra, che aveva subito pesantissime ritorsioni dalle cosche vincitrici, guidate dai corleonesi e dallo spietato Totò Riina. Nelle ritorsioni, erano stati assassinati anche numerosi familiari di Buscetta.

Buscetta al maxiprocesso (Fondazionefalcone.org)
Buscetta al maxiprocesso (Fondazionefalcone.org)

Buscetta decise di vendicarsi collaborando con la giustizia. Fu interrogato da Giovanni Falcone, membro, insieme a Paolo Borsellino e ad altri magistrati, del pool antimafia guidato da Antonino Caponnetto. Dopo Buscetta, si “pentirono” anche altri membri di Cosa nostra, tra i quali Salvatore “Totuccio” Contorno, che fecero ulteriori rivelazioni. Grazie alle dichiarazioni dei pentiti, la magistratura fece arrestare numerosi mafiosi, molti dei quali ammanettati durante il “blitz di San Michele” del 29 settembre 1984.

Dopo le confessioni, Falcone e Borsellino furono incaricati di “istruire” il processo (che si celebrava secondo il vecchio codice di procedura penale, in base al quale il giudice istruttore effettuava le indagini e rinviava gli imputati a giudizio). Per evitare che la mafia potesse eliminarli, nell’estate del 1985 il Ministero dell’interno fece trasferire i due giudici in una località protetta, il carcere dell’Asinara, per scrivere l’ordinanza-sentenza di rinvio a giudizio.

Falcone, Borsellino e Caponnetto nel 1986 (Wikimedia Commons)
Falcone, Borsellino e Caponnetto nel 1986 (Wikimedia Commons)

Giudici, imputati e condanne: svolgimento ed esito del processo

Per celebrare il maxiprocesso fu necessario costruire un’aula apposita, perché nessun tribunale poteva accogliere un numero tanto elevato di imputati. Presso il carcere dell’Ucciardone fu perciò edificata l’“aula bunker”, di forma ottagonale, dotata di elevati standard di sicurezza. La corte era presieduta da Alfonso Giordano; giudice a latere era Pietro Grasso e pubblici ministeri erano Domenico Signorino e Giuseppe Ayala. La giuria era composta da otto giudici popolari. Non parteciparono i giudici istruttori, Falcone e Borsellino, che seguirono il processo dall’esterno. Nell’aula erano invece presenti numerosi giornalisti, gli imputati (reclusi in apposite gabbie), i loro avvocati, numerosi carabinieri e il pubblico.

Il processo si svolse in un’atmosfera di tensione e alcuni momenti furono particolarmente drammatici. Uno dei più tesi fu la deposizione di Tommaso Buscetta, che confermò le rivelazioni fatte a Falcone, e il confronto del pentito con Pippo Calò. Fu chiamato a deporre anche Salvatore Contorno, che si espresse in siciliano stretto, al punto che fu necessaria la consulenza di un linguista per verbalizzare le dichiarazioni.

Non mancarono alcune scene tragicomiche. Per esempio, un imputato, Turi Ercolano, si cucì platealmente le labbra con una spillatrice; un altro imputato, Stefano Calzetta, si denudò in aula per farsi passare per pazzo. Alcuni imputati, inoltre, si fecero portare a deporre in barella o in sedia a rotelle.

Gli avvocati seguirono quasi tutti la stessa linea difensiva, sostenendo che le rivelazioni di Buscetta e degli altri pentiti non fossero attendibili. Inoltre, cercarono di appigliarsi a tutti i cavilli possibili per rallentare lo svolgimento del dibattimento.

In totale, nel corso del processo si tennero 349 udienze, 1314 interrogatori e 635 arringhe difensive.

L'aula bunker
L’aula bunker

L’11 novembre 1987 i giudici popolari e i magistrati si riunirono in una lunga camera di consiglio, durata 35 giorni, nel corso dei quali vissero in completo isolamento. Il 16 dicembre, il presidente Giordano lesse la sentenza, che infliggeva pesanti condanne agli imputati. La corte ritenne infatti attendibile il “teorema Buscetta” e riconobbe validità alla tesi secondo la quale Cosa nostra era guidata da un vertice, la “cupola”, che prendeva tutte le decisioni importanti e ordinava gli omicidi eccellenti.

Non era un esito scontato, perché in passato altri processi di mafia si erano conclusi con assoluzioni o condanne lievi. La sentenza dimostrò che l’atteggiamento delle istituzioni e dello Stato (almeno, della sua parte sana) nei confronti della mafia stava diventando molto meno tollerante.

I processi in Corte di appello e in Cassazione

Il processo di appello si svolse tra il 1989 e il 1990 e si concluse con una riduzione delle pene (tra l’altro, gli ergastoli passarono da 19 a 12), perché la corte reputò meno attendibili le dichiarazioni di Buscetta. Inoltre, nel 1991 alcuni mafiosi condannati in primo grado e in appello, tra i quali Michele Greco, furono scarcerati per decorrenza dei termini di custodia cautelare su decisione del giudice Corrado Carnevale. La decisione suscitò sdegno nell’opinione pubblica e provocò un intervento del governo, che modificò i termini della custodia e permise di riportare in carcere gli imputati.

Restava però l’incognita della Cassazione. Il rischio era che il ricorso sul maxiprocesso fosse assegnato alla prima sezione, presieduta da Carnevale, noto per la facilità con cui annullava le sentenze di condanna dei mafiosi. Il processo fu però assegnato a un’altra sezione della corte, presieduta dal giudice Arnaldo Valente. Il 30 gennaio 1992 la Corte emanò la sentenza definitiva, che confermava le condanne inflitte agli imputati in primo grado e annullò le assoluzioni.

Reazioni e conseguenze

Il maxiprocesso costituì un successo di enorme portata nella lotta alla mafia e il suo esito fu commentato in termini assai positivi a livello sia nazionale sia internazionale. Per Cosa nostra, la sentenza della Cassazione fu un duro colpo, perché dimostrava che era meno onnipotente di quanto credeva. Riina reagì ordinando omicidi eccellenti: fece assassinare, tra gli altri, Salvo Lima, un esponente politico della Democrazia Cristiana colluso, che gli aveva promesso di “aggiustare” la sentenza, e i giudici Falcone e Borsellino, insieme alle rispettive scorte.

La strage di Capaci del 1992
La strage di Capaci del 1992

La lotta a Cosa nostra, però, non si è interrotta e continua ancora oggi, anche grazie al lavoro degli eroici magistrati che hanno consentito lo svolgimento del maxiprocesso.

Fonti
Il Maxiprocesso di Palermo, a cura di Sarah Mazzenzana, in “Cross”, 2, 1, 2016 Fondazione Falcone
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