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12 Febbraio 2026
17:30

A 130 km/h a pochi centimetri dal ghiaccio: i segreti dello skeleton tra forze G estreme e mancanza di freni

Alle Olimpiadi Milano-Cortina 2026 c'è uno sport invernale antico in cui la traiettoria si decide con millimetrici spostamenti del corpo e senza sterzo meccanico. Nelle curve più veloci i piloti, su una specie di slittino a pancia in giù, arrivano a subire fino a 5 G, sollecitazioni capaci di provocare stordimento e affaticamento cerebrale.

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A 130 km/h a pochi centimetri dal ghiaccio: i segreti dello skeleton tra forze G estreme e mancanza di freni
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Lo skeleton è uno sport invernale individuale, senza dubbio tra i più adrenalinici delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026. Provate a immaginare di essere un atleta e di lanciarvi a 130 km/h lungo un tubo di ghiaccio con uno slittino a pancia in giù, in posizione prona, con il mento a soli 5 centimetri da terra. Simile al bob per il tracciato, lo skeleton deve il suo nome alla forma della prima slitta metallica, che ricordava proprio uno scheletro umano. Tra le discipline più antiche dei Giochi Olimpici Invernali, è la "più lenta" se paragonata a bob e slittino, anche se la percezione della velocità a testa in giù è incredibile. Non è solo una prova di coraggio da brividi: ogni discesa è un gioco di precisione millimetrica dove l'atleta deve trasformare l'energia della propria corsa iniziale in pura velocità, gestendo attrito ridotto e forze G che schiacciano il corpo con una violenza simile a quella provata dai piloti di caccia.

Nel nuovo Sliding Centre di Cortina intitolato a Eugenio Monti sono pronti a competere le stelle italiane come la campionessa Alessandra Fumagalli nel femminile e Amedeo Bagnis nel maschile che ha chiuso le prime due batterie al quinto posto. Nel frattempo, lo skeleton in queste ore è al centro della cronaca per un caso diplomatico, l'atleta ucraino Vladyslav Heraskevych è stato squalificato per essersi rifiutato di togliere il casco con i nomi delle vittime della guerra in corso nel suo Paese.

Come funziona lo skeleton, lo sport olimpico invernale: lo sprint

Tutto inizia con una spinta esplosiva che dura circa 30 metri, un momento cruciale in cui l'atleta corre sul ghiaccio spingendo la slitta prima di tuffarsi a bordo. Per non scivolare e scaricare a terra tutta la potenza, gli skeletonisti indossano scarpe speciali dotate di circa 300 micro-chiodi metallici, lunghi non più di 5 millimetri. Questa fase di spinta è così rapida che i migliori al mondo riescono a coprire i primi 50 metri del tracciato in 5 secondi, raggiungendo già i 40 km/h prima ancora di iniziare la discesa vera e propria. Una volta che l'atleta "sale" sulla slitta, deve farlo con una fluidità totale: ogni movimento brusco in questa fase creerebbe vibrazioni o oscillazioni laterali che dissiperebbero energia preziosa.

Lo skeleton è come la Formula 1 sul ghiaccio: serve la potenza di uno sprinter alla partenza, la precisione di un pilota in pista e un grande lavoro in garage sul set-up della slitta
Amedeo Bagnis (atleta nazionale italiana Skeleton)

Uno "scheletro" senza freni: design e limiti di peso

Il nome skeleton non è stato scelto a caso: deriva dall'aspetto essenziale e scarno della prima slitta introdotta a fine Ottocento, che ricordava uno scheletro. Oggi la slitta è il risultato di un’evoluzione tecnica continua ed è composta da un telaio in acciaio e leghe leggere, una sella ergonomica e due pattini levigati (chiamati runners), che scorrono direttamente sul ghiaccio.

Il peso dello slittino è regolamentato: non può superare i 43 chili per gli uomini e i 35 chili per le donne. Oltre ai componenti principali, la slitta è dotata di paraurti anteriori e posteriori, che proteggono sia l’atleta sia la struttura in caso di contatto con le pareti della pista, e di maniglie, utilizzate esclusivamente nella fase di partenza per la spinta iniziale.

Questa tecnologia ha ovviamente un costo: una slitta da skeleton di livello competitivo può arrivare a superare i 10.000 euro, a seconda dei materiali utilizzati e del grado di personalizzazione.

L’aspetto più incredibile? Non esistono freni. Una volta partiti, l’unico modo per fermarsi è arrivare alla fine della pista, dove la pendenza risale oppure vengono posizionati materassini e neve fresca per rallentare progressivamente la corsa.

Come si guida la slitta a pancia in giù sul ghiaccio a 130km/h

Per ridurre al minimo la resistenza dell’aria, l’atleta si sdraia il più piatto possibile, allineando testa, tronco e gambe con la slitta, trasformando il corpo in un proiettile. Una volta a bordo, l'atleta diventa un tutt'uno con la slitta e inizia la danza con le forze G. Nelle curve paraboliche più veloci, si raggiungono i 5 G: significa che l'atleta percepisce un peso cinque volte superiore al proprio, come se un blocco di 400 kg lo schiacciasse contro il ghiaccio.

Ma come si guida se non ci sono leve o comandi? La sterzata avviene attraverso movimenti quasi impercettibili del corpo. Premendo con una spalla o un ginocchio su un angolo della slitta, l'atleta riesce a deformare leggermente il telaio, inducendo i pattini a cambiare traiettoria. Persino girare la testa o alzare leggermente il mento cambia il flusso d'aria e può servire a correggere la linea di discesa. È una sfida biomeccanica estrema: il collo deve rimanere teso per guardare avanti mentre le forze G spingono la testa verso il basso e le vibrazioni del ghiaccio si trasmettono direttamente al cranio. In alcuni tratti, il casco arriva anche a toccare la superficie, aumentando le sollecitazioni. Un insieme di fattori che può provocare stordimento e affaticamento mentale a fine giornata, un fenomeno noto tra gli atleti come sled head.

Nelle piste più veloci si superano regolarmente i 130 km/h: il record è di 146 km/h, una soglia raggiunta sulla pista di Whistler, in Canada, durante le Olimpiadi di Vancouver del 2010.

Quattro run per la gloria: le regole del sistema di gara olimpico

Nello skeleton non basta essere i più veloci in una singola discesa; bisogna essere i più costanti. Nelle competizioni olimpiche, la classifica finale viene determinata dalla somma dei tempi di 4 diverse manche disputate solitamente in due giorni. Questo sistema è spietato: un errore millimetrico in una sola manche può compromettere l'intera gara, anche se le altre tre sono state perfette. Il vincitore è colui che ha il tempo totale più basso, spesso distaccando gli avversari di appena pochi centesimi di secondo dopo chilometri di discesa.

Un esempio leggendario di questa costanza è stato Martins Dukurs, il lettone che ha dominato la Coppa del Mondo per un decennio vincendo 11 titoli complessivi. Nonostante la sua superiorità tecnica, Dukurs non è mai riuscito a vincere l'oro olimpico, a dimostrazione di quanto questo sport sia sensibile a variabili minuscole: un piccolo errore di guida può compromettere anni di dominio assoluto.

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