
Quasi tutti ricordiamo che un po' si scrive con l'apostrofo, in quanto forma abbreviata di un poco: ce lo insegnano nei primi anni di scuola affinché non ce lo dimentichiamo mai più. Eppure, c’è chi ancora lo sbaglia: è infatti tra i dieci errori più comuni commessi in grammatica. Digitando sulla tastiera di smartphone capita che spunti anche l’opzione pò con l'accento, come se i due segni fossero tra loro intercambiabili. Be' (forma tronca di bene, accettato anche con la grafia beh), non lo sono: apostrofo e accento esistono per ragioni diverse e una volta capita la differenza sarà più facile capire al volo quale usare. In questo articolo vi diamo una mano a risolvere i vostri dubbi una volta per tutte.
L’apostrofo indica la mancanza di qualcosa
L'apostrofo segnala sempre un'assenza (in questo caso della lettera a, una assenza, dove avviene l'elisione della vocale): una lettera o una sillaba che sono state eliminate per comodità di pronuncia. Un po' è la forma tronca di un poco: la parte finale -co è caduta e l'apostrofo lascia traccia dell'avvenuto troncamento. C’è chi usa ancora, soprattutto in forme più dialettali, poco, per esempio dicendo aspetta un poco, ma è più comune nella lingua italiana usare la forma troncata aspetta un po’. In questo caso il segno serve a ricordarci che quella coda esiste, anche se non la pronunciamo più.
Il medesimo meccanismo vale per altri troncamenti che usiamo ogni giorno senza ormai farci più caso: be' al posto di bene (ad es. "be', non saprei cosa dirti"), va', da', fa', sta', di', che sono gli imperativi troncati di andare, dare, fare, stare, dire (ad es. "va' a dormire", "di' la verità", "fa' come vuoi", "sta' fermo un secondo", "da' retta a me"). In tutti questi casi, l'apostrofo ci indica solo che la parola originale era più lunga, e che ne è rimasta una versione abbreviata.
L'accento ci dà indicazione di come leggere e pronunciare
L'accento grafico ha due funzioni distinte: nelle parole di più sillabe può indicare dove cade la sillaba tonica e distinguere parole che avrebbero la stessa grafia ma significato diverso, per es. àncora (l'oggetto della nave) e ancóra (avverbio, "ancora una volta"), oppure la pèsca (il frutto) e la pésca (l'attività di pescare). Questo uso compare soprattutto nei dizionari e nei testi didattici, mentre nella grafia quotidiana l’accento non viene normalmente segnato.
Sui monosillabi, l'accento ci permette di distinguere parole che si pronunciano esattamente allo stesso modo, ma che con o senza accento significano cose diverse e senza il quale per iscritto non avremmo modo di distinguerle.
- è / e: è con l'accento è sempre la terza persona singolare del verbo essere, mentre e senza accento corrisponde alla congiunzione. Es. "Marco è arrivato" e "Marco e Luca sono arrivati".
- sì / si : sì con l'accento è l'avverbio affermativo, mentre si senza accento è il pronome riflessivo. Dunque, "Sì, vengo stasera", “sì, certo” e "si è fatto tardi".
- là / la e lì / li: là e lì con l'accento indicano luogo. La e li senza accento sono articoli o pronomi. Es. "mettilo là sul tavolo" e "la vedo ogni giorno", "siediti lì" e "li ho incontrati ieri".
- dà / da: dà con l'accento è la terza persona del presente indicativo di dare, mentre “da” senza accento è la preposizione. "Mi dà fastidio" e "vengo da Milano". Questo è uno degli sbagli più frequenti in assoluto!
- dì / di / di': dì con accento è il sostantivo sinonimo di giorno, mentre di senza accento è la preposizione. Es. “Il dì di festa” e “Questa giacca è di Massimo”. C'è anche la versione con apostrofo, di', seconda persona singolare dell'imperativo presente del verbo dire.
- né / ne: né con l'accento è la congiunzione negativa che equivale a "e non". Ne senza accento è il pronome o avverbio. Come vi avevamo già spiegato in questo articolo, "né carne né pesce", “né l’uno né l’altro” e "ne ho parlato con lei", oltre alla forma "ce n'è", elisione di "ce ne è”, in cui usiamo l'apostrofo.
- sé / se: sé con l'accento è il pronome riflessivo tonico, mentre se senza accento è la congiunzione ipotetica. "Pensa solo a sé" e "se vuoi, vieni". Le forme "se stesso" e "se stessa" si possono scrivere senza accento, perché la presenza di stesso elimina l'ambiguità, ma è accettata e ora maggiormente consigliata dall'Accademia della Crusca la forma con accento.
- tè / te: tè con l'accento è la bevanda, te senza accento è il pronome. "Vuoi un tè?" e "lo dico a te".
Come ci ricorda l’Accademia della Crusca, in tutte le altre parole di una sillaba l'accento non va utilizzato.
La differenza tra accento acuto e accento grave
L'accento acuto, che va dal basso verso l'alto (da sinistra a destra), indica graficamente la pronuncia chiusa della vocale e (fonema /e/), come per esempio nelle parole perché, finché in tutti i composti di tre (trentatré, centotré, ecc.) e nelle terze persone singolari del passato remoto di verbi come ripetere (ripeté), potere (poté), ecc.
L’accento grave, che va invece dall’alto verso il basso (da sinistra a destra), è quello che va pronunciato con vocale aperta (fonema /ɛ/) e che troviamo non solo nella parola caffè, nella terza persona singolare del verbo essere (è) e in altri termini come cioè e ahimè. L'accento acuto e grave regola anche la pronuncia aperta o chiusa della lettera o all'interno delle parole (es. bòtte e bótte). Nella pratica, però, questa differenza viene segnalata quasi solo nei dizionari e nei testi fonetici: a fine parola la o è quasi sempre aperta e l'inserimento è obbligatorio nelle parole tronche, accentate cioè sull'ultima sillaba. Per le altre vocali accentate (a, i, u), la distinzione tra pronuncia aperta e chiusa non è rilevante in italiano, e la convenzione grafica vuole che si usi comunque l'accento grave: lo troviamo quindi in tutte le parole che terminano con vocale tonica, come verità, così, però e Perù.
Un trucco per ricordare come scrivere gli accenti? Pensare a quello grave (`) come a una pietra che cade, dall'alto verso il basso, e a quello acuto (´) come a un aereo che decolla, dal basso verso l'alto.
Gli errori più comuni, tra accenti e apostrofi
Oltre a pò al posto di po', ci sono altri errori ricorrenti che possiamo commettere: innanzitutto utilizzando l’accento dove non serve. Le preposizioni su, tra, fra o gli avverbi di luogo qui e qua non hanno mai l’accento – anche perché, a differenza degli esempi precedenti, non hanno doppioni ortografici da distinguere!
Capita inoltre spesso di dimenticare l’apostrofo nelle forme imperative: fa e sta senza apostrofo sono forme verbali della terza persona al presente indicativo, mentre fa’ e sta’ corrispondono alla seconda persona dell’imperativo (fai e stai), per es. “sta’ zitto”. Da e di, invece, sono preposizioni, mentre da’ e di’ sono le versioni tronche di dai e dici, per es. “ascolta, da’ retta a me”.
In sintesi, il trucco per non sbagliare
Per capire se dobbiamo usare l’apostrofo o l’accento, possiamo farci una semplice domanda: stiamo segnalando un'assenza o stiamo distinguendo due parole diverse?
Se si tratta di un troncamento e manca cioè qualcosa rispetto alla forma piena serve l'apostrofo (po' al posto di poco e va' al posto di vai). Se la parola è invece completa, ma rischia di essere confusa con un'altra, serve allora l'accento: è, verbo essere, per non confonderlo con e congiunzione o sì, particella affermativa, per non confonderla con si, pronome riflessivo. In tutti gli altri casi (su, qui, tra ecc.) non serve, e aggiungere l’apostrofo o l’accento sarebbe un errore.