
Gli Inca hanno realizzato oltre 40 mila km di strade in cima alle montagne andine più impervie, nonostante un clima estremamente rigido, frane, terremoti e mezzi costruttivi ben lontani da quelli di oggi. Ma non solo! Sono stati la più estesa civiltà precolombiana in Sudamerica, che si organizzò nell'impero più grande del loro tempo in un’area che includeva gli attuali Ecuador, Perù, Bolivia e una buona parte di Cile, Argentina e Colombia. Pensate che in questo territorio così esteso che al suo interno vivevano almeno 10 milioni di persone che parlavano oltre 30 diverse lingue. Ma come è nato esattamente il popolo inca?
L'origine del popolo Inca
Siamo in Sud America attorno al 4500 avanti Cristo. A quei tempi l’area andina era popolata da piccole comunità che sopravvivevano grazie alla caccia e alla raccolta. In particolare, il bacino del lago Titicaca e gran parte dell’Altipiano andino meridionale presentavano caratteristiche ambientali e geografiche particolari e quindi coltivare era molto complicato a causa dell’altezza, del terreno impervio e del clima. Si utilizzavano rudimentali tecniche di orticoltura che resero disponibili alcune varietà di legumi e, già tra il 4000 ed il 6000 a.C., anche la specie domesticata del mais.
Spesso questi piccoli villaggi iniziarono a lottare tra loro per ottenere nuove terre, conquistandosi a vicenda e creando mano a mano villaggi sempre più grandi, fino a dar vita a vere e proprie città, tra cui Cusco, futura capitale dell’impero. I continui conflitti con le popolazioni confinanti indusse l’etnia a cui appartenevano gli inca ad adottare una politica aggressiva costante che, in meno di due secoli, portò alla nascita del più potente impero andino di tutta la storia, intorno al 1200 d.C.
L'agricoltura e l'allevamento
Proprio in questi anni capirono anche che in realtà un modo per coltivare in maniera più agevole c’era, cioè realizzare dei terrazzamenti agricoli costruiti allo scopo di moltiplicare la superficie delle terre da seminare e per consolidare i versanti franosi delle impervie valli andine. Quindi sostanzialmente hanno preso due piccioni con una fava, avere più spazio per coltivare e stabilizzare i versanti delle montagne.
Questi terrazzamenti erano irrigati da un sistema di canalizzazioni pensato proprio per sfruttare il pendio delle montagne e permisero di produrre molte varietà di patate, mais, legumi e quinoa. Inoltre, grazie a efficienti sistemi di conservazione, furono in grado di immagazzinare in appositi depositi sia prodotti in eccedenza sia quelli esotici (come il cacao della Selva) ottenuti tramite il baratto. Erano in grado anche di preservare i prodotti essiccati, sia animali che vegetali, incluso quelli marini provenienti dalla costa. E quello dell'essiccazione era un metodo perfetto per quel tipo di clima, visto che si poteva ottenere sfruttando la combinazione di abbondante sole e temperature basse.
Tutto il raccolto veniva solitamente diviso in tre parti: un terzo andava ai sovrani, un terzo era da donare agli Dei e solo l’ultimo terzo per l’utilizzo diretto del contadino.
Nella loro società anche l’allevamento aveva un ruolo centrale, soprattutto di lama e alpaca, visto che da questi animali si potevano ricavare, oltre alla carne, grandi quantità di lana, indispensabile alla produzione dei preziosi manufatti tessili. Ecco, questi rivestivano un’importanza primaria, tanto da essere prodotti da una categoria speciale di artigiani rigidamente controllata e regolamentata. I capi di vestiario più pregiati, riservati all’élite, erano confezionati in lana di vigogna, un camelide selvatico. La lana prodotta era così tanta che addirittura la utilizzavano per confezionare gli strumenti impiegati come sistema di calcolo!
Mi riferisco ai quipu, cioè una serie di fili di colori e lunghezze diverse sulle quali venivano fatti dei nodi: a seconda della loro disposizione, allo spessore del filo e al suo colore, indicavano un numero, e questo sistema era usato per tenere conto della quantità di risorse disponibili, delle tasse, della contabilità e dei censimenti.
Ma torniamo ora allo scenario politico. Abbiamo detto che in origine era frazionato e caratterizzato da conflitti, ma successivamente iniziarono ad affermarsi gli Inca, dominando la situazione proprio grazie alle tensioni interne e costruendo numerosi insediamenti urbani dai quali, iniziò a prendere forma un unico enorme impero.
La nascita dell’impero Inca: cultura e politica
Parlando di Impero, possiamo stabilire il 1200 come data convenzionale della sua fondazione e dell’inizio della dinastia reale che conta 13 sovrani. Uno tra i nomi più ricorrenti è quello di Pachacuti Inca Yupanqui, il primo grande imperatore inca della storia. Fu lui a unificare il regno e a spingere per un espansione sempre più grande, andando ad inglobare non solo aree montane, tipiche della zona andina, ma anche pianure, deserti e foreste pluviali.
Quest’attività di consolidamento dello Stato, permette anche a suo figlio Tupac Yupanqui di continuare con un’intensa attività di conquista, tramite azioni militari dense di rischi spesso condotte in regioni ostili e distanti da Cusco e con spedizioni esplorative di mondi sino ad allora poco o per niente conosciuti, come la Selva e le isole al largo dell’Ecuador. L’ultimo vero imperatore Huayna Capac viene ricordato non per le conquiste, ma per il suo operato di consolidatore dell’enorme impero, che ormai comincia a essere scosso da ribellioni continue e necessita di un controllo maggiore, soprattutto nelle regioni più periferiche
Per farlo si ricorse a un mix tra diplomazia e conquista, e ovviamente non tutti i popoli conquistati potevano godere di pari diritti. Ad esempio coloro che parlavano la lingua Quechua avevano di diritto un posto d’onore all’interno della società, ricoprendo posizioni nobiliari e di potere e indossando spesso vistosi orecchini, simbolo eclatante del loro status e delle loro incredibili abilità da artigiani.
Chi invece parlava una delle altre 30 lingue presenti nell’impero veniva messo a fare lavori più umili e faticosi, come ad esempio il costruttore di strade, di ponti o di grandi opere. Quindi sì, gli Inca si sono imposti con la forza sui loro vicini, anche se per dovere di cronaca è giusto dire che con il loro avvento sono stati apportati anche dei benefici, come una redistribuzione del cibo in caso di disastri grazie ad ampi magazzini, oppure la possibilità di essere assunti direttamente dall’impero come lavoratore. Inoltre il loro impero poteva vantare dei collegamenti stradali estremamente efficienti: parliamo di qualcosa come 40 mila chilometri di strade, molte in montagna… e capite bene che per l’epoca si trattava di un’opera immensa. Anche perché come abbiamo detto quella era un’area dal clima ostile, con frequenti terremoti e costruire in zone così impervie con i mezzi dell’epoca era realmente un’impresa titanica che ad oggi sembra quasi folle.
Eppure queste strade erano essenziali per collegare tra loro le varie città inca. A proposito, ma come erano fatte le città inca? Chiaramente presentavano varie differenze tra loro, visto quanto era vasto l’impero, e quindi dovendone scegliere una vi racconterò quella più famosa in assoluto: Machu Picchu.
Le città Inca e Machu Picchu
Machu Picchu, chiariamo, non era la capitale dell’impero Inca, quella era Cusco. Machu Picchu probabilmente era sia una residenza reale che un importante centro religioso e di osservazione astronomica realizzato a 2400 metri di quota… anche se ad oggi in realtà la sua esatta funzione non è chiara al 100%. Oggi, oltre ad essere stata nominata come una delle 7 meraviglie del mondo moderno, al suo interno si possono ancora osservare i resti di vari templi, tra cui il Tempio del Sole, il Tempio del Condor, e, il Tempio delle tre finestre, tanto per nominarne qualcuno.
Anche se tra tutti gli edifici però quello più importante in assoluto era il tempio del Sole, visto che il tempio proprio come tipo di edificio era l’elemento centrale di ogni città Inca. Questo perché, come spesso è accaduto per i vari popoli antichi, la religione aveva un ruolo centrale nella società.
La religione degli Inca
Gli inca infatti erano politeisti e tra le principali divinità troviamo Inti, il Dio del Sole, sua moglie Mama Quilla, la dea della Luna, Viracocha, dio della tempesta e Pachamama, dea della terra e della fertilità. E come spesso accade per i popoli dell'America centro-meridionale, a volte erano previsti sacrifici umani. Gli inca, va detto, non li facevano così spesso, ma quando ciò accadeva si trattava principalmente di bambini, sacrificati agli dei per placare tempeste, siccità o per celebrare riti di passaggio nella vita dell’imperatore, come un matrimonio, la nascita di un figlio o la sua morte.
A proposito di imperatore, un altro aspetto interessante è che gli inca spesso lo mummificavano alla sua morte, conservandone poi il corpo nella capitale. Qui la salma non solo veniva portata in processione ma la gente faceva donazioni di cibo e acqua in cambio di una grazia. Anche se la grazia, però, non li salvò dall’arrivo del conquistatore Francisco Pizarro nel 1532.
La fine degli Inca con l'arrivo degli spagnoli
Lui era a capo degli spagnoli e il loro arrivo fu letale per l’impero. Innanzitutto in quel periodo gli inca stessi stavano fronteggiando guerre civili interne tra varie etnie che non sempre erano favorevoli alla sottomissione – perciò non possiamo dire che quello Inca fosse un impero coeso. A questo si aggiunse l’arrivo di un popolo invasore che non solo era tecnologicamente molto più avanzato, ma che introdusse nel Paese malattie per loro letali, come il vaiolo. Si stima che solo questo uccise tra il 60 e il 90% della popolazione inca, come probabilmente anche l’imperatore Huayna Capac.
Certo, in seguito a una vendetta dei seguaci del suo ex alleato Almagro, fatto da lui uccidere, Pizarro fu assassinato nel suo palazzo a Lima nel 1541. Tuttavia ciò non fermò l’ondata spagnola che nel 1572 uccise Tupac Amaru, l’ultimo leader inca ribelle, mettendo ufficialmente la parola fine all’impero più grande dell’America meridionale. Ciononostante la cultura inca non è morta ed è viva e pulsante ancora oggi! I discendenti inca infatti sono tutt’oggi presenti in tutta l'America meridionale e, tanto per fare un esempio, la lingua quechua è parlata ancora da più di 8 milioni e mezzo di persone!