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14 Febbraio 2026
16:30

Cos’è la tassa etica, chi la paga e quanto pesa davvero sui lavoratori digitali

Introdotta dalla legge del 2006 ai creatori di OnlyFans, la tassa etica ammonta al 25% del reddito: come funziona e perché è tornata al centro del dibattito.

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Cos’è la tassa etica, chi la paga e quanto pesa davvero sui lavoratori digitali
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Immagine generata con AI

La tassa etica è un’addizionale introdotta in Italia con la legge finanziaria (Legge 266/2005) del 2006 e applicata ai redditi derivanti da attività che il legislatore ha definito “sensibili”, a partire dalla produzione e diffusione di contenuti pornografici. L’aliquota è del 25% e si aggiunge alle imposte ordinarie sul reddito. A pagarla sono professionisti, imprenditori e creator digitali, compresi quelli che operano in regime forfettario. È quindi un prelievo che incide in modo diretto sul reddito dichiarato e che nasce dall’idea di usare il fisco non solo per raccogliere risorse, ma anche per scoraggiare economicamente alcune attività.

Una logica che oggi è tornata sotto i riflettori ultimamente, visto che l'Agenzia delle Entrate ha confermato l'applicazione di questa imposta anche ai lavoratori digitali che producono contenuti per adulti. A fine gennaio i Radicali italiani hanno presentato al Senato una proposta di legge di iniziativa popolare per per abolire la norma, sostenendo che l’impianto della tassa introduca un criterio morale nel sistema fiscale e sollevando dubbi sulla sua compatibilità con i principi di laicità dello Stato e di capacità contributiva.

I promotori contestano la tassa su più fronti: secondo loro finisce per colpire in modo sproporzionato chi lavora sulle piattaforme digitali, come OnlyFans, e poggia su una definizione normativa ambigua di ciò che è tassabile. Tra i volti pubblici che hanno preso posizione c’è anche Valentina Nappi, attrice pornografica e creator italiana, che ha criticato apertamente la logica stessa della legge e il modo in cui viene applicata.

Una tassa che esiste dal 2006 con il Governo Berlusconi (mai davvero digerita)

La tassa etica nasce a metà anni Duemila, in un contesto politico e culturale molto diverso da quello attuale. Inserita nella legge finanziaria per il 2006 dal secondo governo Berlusconi, con Giulio Tremonti ministro dell’Economia, l’addizionale del 25% sui redditi legati alla pornografia venne pensata come uno strumento di disincentivo: colpire economicamente settori ritenuti socialmente problematici senza arrivare a vietarli.

All’epoca il bersaglio era soprattutto la filiera tradizionale — produzione, distribuzione e vendita — in un mercato ancora in gran parte analogico. Da allora, però, la norma è rimasta sostanzialmente invariata mentre il mercato del lavoro è cambiato in profondità. La diffusione delle piattaforme digitali, la nascita della creator economy e l’aumento del lavoro autonomo online hanno ampliato in modo significativo il numero di soggetti potenzialmente coinvolti. È in questo scarto tra una legge pensata vent’anni fa e un’economia completamente diversa che si concentra gran parte delle critiche.

La tassa sulla pornografia ammonta al 25% del reddito

Per capire l’impatto concreto della tassa etica basta un confronto numerico, a parità di ricavi e di regime fiscale. Immaginiamo due lavoratori in regime forfettario, entrambi con 20.000 euro di ricavi annui: da un lato un creator che pubblica contenuti pornografici, dall’altro un attore non soggetto all’addizionale. Per entrambi assumiamo, a fini di esempio, un coefficiente di redditività del 67% e un’imposta sostitutiva al 15%, coerenti con i codici ATECO utilizzati per attività artistiche e di recitazione.

In questo scenario il reddito imponibile è pari a 13.400 euro (20.000 moltiplicato per il 67%). Su questa base entrambi pagano l’imposta sostitutiva: 2.010 euro. Il creator soggetto alla tassa etica deve però versare anche l’addizionale del 25% sullo stesso imponibile, pari a 3.350 euro. Il risultato è un totale annuo di 2.010 euro per l’attore e di 5.360 euro per il creator, con una differenza di 3.350 euro a parità di ricavi.

Una differenza sostanziosa che penalizza un settore e molto spesso costringe i lavoratori a spostarsi nei paesi dell'Est dove la tassazione e le produzioni costano nettamente meno.

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