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4 Aprile 2026
8:00

Far piangere i neonati per addormentarli non funziona: le evidenze scientifiche sul metodo “Cry It Out”

In Danimarca oltre 700 psicologi hanno criticato il metodo "Cry It Out" per l'addormentamento dei neonati. Lasciarli piangere non edifica l'autonomia ma innalza i livelli di stress e incide sul loro benessere emotivo.

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Far piangere i neonati per addormentarli non funziona: le evidenze scientifiche sul metodo “Cry It Out”
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Per decenni ci è stato raccontato che lasciare che un neonato “pianga finché non si addormenta” fosse il segreto per crescere figli autonomi e indipendenti. Oggi, però, la neurobiologia e la psicologia dello sviluppo danno una versione molto diversa: il metodo Cry It Out (CIO) non insegna l’autonomia, ma la rassegnazione.

Per molti anni è stato presentato come un metodo per insegnare ai neonati l’autonomia: lasciarli piangere qualche minuto, resistere alla tentazione di intervenire subito, permettere loro di “imparare a calmarsi da soli”. Il cosiddetto Cry It Out (CIO) o metodo del “lasciar piangere”, è stato a lungo suggerito in diversi Paesi occidentali come strategia educativa, soprattutto legata al sonno. Oggi però la prospettiva sta cambiando. In Danimarca, oltre 700 psicologi hanno firmato una dichiarazione contro la promozione di questo approccio, sottolineando i possibili effetti negativi sullo sviluppo emotivo dei bambini.

Cos’è il metodo Cry It Out e perché si pensava funzionasse

Il principio è semplice: si mette il bambino a letto e non si interviene subito al pianto, aspettando che egli impari gradualmente ad addormentarsi senza l’intervento diretto e senza il supporto del genitore. L’idea di base è che, se non viene subito consolato, il neonato imparerebbe a sviluppare capacità di autoregolazione tramite un apprendimento per condizionamento: capirebbe cioè che il pianto non porta a nulla e smetterà di metterlo in atto. Rispondere sempre al pianto, secondo questa visione, rischierebbe di “viziarlo”, rendendolo dipendente dall’adulto di riferimento.

Questa impostazione affonda le sue radici nella cultura educativa del Novecento, che valorizzava l’indipendenza precoce e considerava il pianto come un comportamento da “estinguere”. Dal punto di vista del comportamento, in effetti, “funziona”: il neonato smette di piangere. Ma cosa succede dal punto di vista psicologico e biochimico?

Cosa succede nel cervello di un neonato secondo la neurobiologia

Per un neonato, piangere non è una strategia per manipolare l’adulto, ma un meccanismo evolutivo di sopravvivenza. Il cervello del bambino è ancora immaturo, incapace di autoregolarsi e di ridurre da solo l’attivazione dello stress; inoltre, non è nemmeno in grado di interpretare il contesto come farebbe un adulto. Il pianto serve quindi a richiamare il caregiver, perché la presenza dell’adulto è un regolatore biologico. Il contatto fisico, la voce, lo sguardo, il contenimento corporeo abbassano il cortisolo, stabilizzano il battito cardiaco, modulano il sistema nervoso autonomo. Nei primi mesi e anni di vita, la relazione funziona come un organo regolatore esterno.

Dal punto di vista neurobiologico, quando un neonato piange senza ricevere risposta, il suo corpo viene inondato di cortisolo (l’ormone dello stress). Anche quando poi il bambino smette di piangere, i livelli di cortisolo rimangono altissimi. Il piccolo non si è “calmato”: è entrato in uno stato di iper-attivazione paralizzante o “arresto protettivo”. In termini semplici, ha smesso di chiamare perché ha capito che nessuno arriverà, risparmiando le energie per sopravvivere. E questo è uno dei fraintendimenti più diffusi: smettere di piangere è spesso interpretato come segnale di apprendimento o di autoregolazione; ma quando un bambino piange senza ricevere risposta, può entrare in uno stato di rassegnazione. Non è calma, ma shutdown: una disattivazione del sistema di allerta che avviene quando la richiesta di aiuto non produce risposta. È un adattamento primitivo: se il segnale non funziona, il sistema smette di inviarlo. Il bambino non impara a regolarsi, ma a non segnalare il bisogno. È una forma di adattamento silenzioso che può sembrare autonomia, ma che nasce dalla mancanza di risposta.

Il punto cruciale sta proprio qui: nei primi mesi di vita il cervello non ha ancora sviluppato pienamente le aree prefrontali coinvolte nell’autoregolazione emotiva e non possiede ancora gli strumenti neurobiologici necessari per calmarsi da solo in modo stabile e funzionale. La psicologia dello sviluppo rafforza il concetto, mostrando che la regolazione emotiva è un processo condiviso: il bambino impara a gestire le emozioni attraverso la co-regolazione con il caregiver. È l’adulto che, rispondendo in modo coerente e stabile, aiuta il sistema nervoso del piccolo a stabilizzarsi.

Cosa dicono le ricerche scientifiche sul CIO

Quando si parla di addestramento al sonno basato sul lasciar piangere, la letteratura scientifica è meno netta di quanto spesso venga raccontato. Gli studi precedentemente effettuati, sostenevano che questo approccio funzionasse, con possibili effetti positivi sul sonno; ma nella maggior parte dei casi si tratta di dati riportati dai caregiver (e si sa: un genitore che finalmente dorme, riferirà che il metodo è un successo!).

Quando invece si utilizzano misurazioni oggettive del sonno, come strumenti di monitoraggio o videoregistrazioni, i miglioramenti risultano meno evidenti: ricerche più recenti dimostrano infatti che il Cry It Out non migliora affatto né la qualità del sonno del bambino, né il numero di risvegli reali. In breve: il bambino si veglia esattamente come prima, semplicemente smette di segnalarlo esternamente.

Inoltre, spesso vengono citate ricerche che affermano che il pianto prolungato non danneggi il bambino o l’attaccamento a lungo termine. Tuttavia, se analizziamo questi studi, la struttura scientifica vacilla:

  • Campioni troppo piccoli: spesso i test sono stati effettuati su un numero di bambini statisticamente troppo basso per trarre conclusioni universali.
  • Mancanza di monitoraggio rigoroso: in diversi studi non sono stati utilizzati strumenti osservativi diretti o verifiche sistematiche delle pratiche genitoriali, soprattutto nei gruppi di controllo. Questo significa che i ricercatori non avevano dati affidabili su come i genitori gestissero realmente il pianto o il momento dell’addormentamento. Non è quindi possibile sapere con certezza se le famiglie del gruppo di controllo abbiano adottato strategie effettivamente differenti oppure simili al Cry It Out, rendendo il confronto tra i gruppi metodologicamente fragile.
  • Mancanza di analisi fisiologiche: un punto cruciale è che molti studi si concentrano su esiti comportamentali visibili, come la riduzione del pianto o l’assenza di problemi clinicamente rilevanti, senza approfondire in modo sistematico aspetti fisiologici dello stress o la qualità della relazione nel lungo periodo. Il fatto che un bambino smetta di piangere non implica automaticamente che abbia sviluppato una migliore regolazione emotiva; anzi, è stato osservato che il piccolo abbia comunque livelli di cortisolo molto alti.

Al di là delle singole ricerche sul sonno e delle loro criticità metodologiche, c’è però un punto in cui la letteratura scientifica è totalmente convergente: esiste una solida correlazione tra risposta sensibile del caregiver e benessere emotivo del bambino. La responsività, cioè la capacità di riconoscere e rispondere in modo coerente ai segnali di disagio del neonato, è associata a migliore regolazione delle emozioni, maggiori competenze sociali e minori difficoltà comportamentali nel tempo. È quello che afferma la teoria dell’attaccamento di John Bowlby: i bambini costruiscono sicurezza e autonomia a partire da relazioni in cui i loro segnali vengono accolti. La sicurezza non nasce dall’assenza di bisogno, ma dall’esperienza ripetuta di un bisogno accolto. Ed è proprio questa base sicura che, nel tempo, favorisce esplorazione, autonomia e capacità di regolazione emotiva.

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Lo psicologo britannico John Bowlby.

Perché questa tecnica non funziona: lo studio degli psicologi danesi

Mentre in alcune parti del mondo si discute ancora se il Cry It Out sia accettabile, nel 2019 in Danimarca la questione ha preso una piega politica e sociale senza precedenti, che ha portato questa metodologia ad essere oggi ritenuta scientificamente infondata e obsoleta. Tutto è iniziato dalla pubblicazione di alcuni manuali sul sonno (come il controverso Godnat og sov godt o il metodo Estivill) che proponevano l’addestramento forzato al pianto. La reazione non si è fatta attendere: oltre 700 tra psicologi, esperti d’infanzia e medici hanno firmato un appello pubblico per esprimere il loro dissenso.

Gli psicologi hanno attaccato soprattutto il pensiero di De Béjar ed Estivill, che definivano il pianto infantile come "manipolatorio" e affermavano che un bambino soffre di un disturbo del sonno se si sveglia ancora nel cuore della notte a sei mesi.

Gli esperti hanno affermato:

Se il bambino piange così violentemente da vomitare, anche questo è visto come un modo per attirare l'attenzione dei genitori, che vengono incoraggiati a cambiare semplicemente la biancheria da letto e poi a lasciare che il bambino continui a piangere. Vorremmo sottolineare che il pianto non è una forma di manipolazione e che neonati e bambini piccoli non sono in grado di manipolare, né di vomitare intenzionalmente.

Criticano inoltre l’dea secondo cui, quando i bambini smettono di piangere, vuol dire che abbiano imparato ad auto-consolarsi:

È noto dalla ricerca che i neonati non sono affatto in grado di calmarsi da soli. Il bambino è semplicemente diventato silenzioso perché ha imparato che il suo pianto viene ignorato. In altre parole, il bambino può ancora essere triste, spaventato e solo, ma ha smesso di esprimere i suoi sentimenti.

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Il nocciolo della posizione danese si basa quindi su un concetto cardine: i neonati e i bambini piccoli dipendono molto dal conforto e dalle cure dei genitori e non venire confortati e rassicurati quando sono turbati può portare a conseguenze negative sul loro sviluppo. Per questi esperti, sottoporre un neonato allo stress del pianto prolungato non è un metodo educativo, ma un rischio per una sana crescita emotiva.

La Dott.ssa Margot Sunderland, direttrice del Dipartimento di Educazione e Formazione presso il Centre for Child Mental Health di Londra, dice a proposito:

Sarei molto sorpresa se un genitore continuasse a usare la tecnica del "lasciarlo piangere" se conoscesse appieno la portata di ciò che sta accadendo al cervello del proprio bambino. (…) Il livello di stress causato al cervello del neonato da un pianto prolungato, non confortante e angosciato è così tossico che provoca pressione sanguigna (con conseguente tachicardia) e pressione cerebrale elevate, fluttuazioni irregolari di frequenza cardiaca, respirazione e temperatura, sistema immunitario e digestivo soppresso, crescita ridotta ormonale e apnee (…) Non conosciamo l'impatto a lungo termine di questo sulla salute del cuore in età adulta. La scienza non è ancora arrivata a questo punto, ma chi si arrischierebbe a farlo?

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