
Lo Stretto di Hormuz non è cruciale solo per il commercio di combustibili fossili: circa un terzo del commercio mondiale di fertilizzanti via mare passa attraverso questa rotta: si parla di circa un milione di tonnellate al mese di materie prime essenziali per l’agricoltura moderna: ammoniaca, urea, fosfati e zolfo. Questi prodotti vengono trasportati quasi esclusivamente via mare: non esistono, infatti, infrastrutture terrestri alternative su larga scala che possano sostituire rapidamente il passaggio nello Stretto. Una prolungata riduzione delle materie prime necessarie per produrre i fertilizzanti – e di gas naturale necessario per la loro produzione – può portare a rischi alimentari a diverse economie mondiali già fragili da questo punto di vista, come il Brasile, l'India e alcuni Paesi africani.
Il problema non riguarda solo le materie prime, ma anche la produzione
I fertilizzanti sono prodotti fondamentali per la produzione alimentare: quelli azotati, ad esempio, sono indispensabili per colture come grano, mais e riso, perché forniscono azoto, uno dei nutrienti essenziali per la crescita delle piante. Senza un apporto adeguato, le rese possono diminuire anche del 30-50% a seconda delle colture. Non a caso, circa un terzo dei costi di produzione agricola è legato proprio ai fertilizzanti. Senza questi ultimi le rese calano, generando effetti diretti sulla disponibilità di cibo. Il legame tra Hormuz e fertilizzanti è ancora più stretto se si considera l’origine di questi prodotti. Infatti circa il 45% della produzione mondiale di urea, uno dei fertilizzanti più utilizzati nel comparto agricolo, proviene proprio dall’area del Golfo Persico.
Un elemento chiave da chiarire è che molti fertilizzanti, in particolare quelli azotati, derivano dal gas naturale: il gas dunque serve sia come materia prima sia come fonte di energia per produrre ammoniaca. Questo significa che eventuali tensioni energetiche si riflettono automaticamente anche sulla disponibilità di fertilizzanti. Il Golfo Persico è uno dei principali poli produttivi di materie prime essenziali per l’agricoltura moderna: ammoniaca, urea, fosfati e zolfo.
Ma il problema non riguarda solo il trasporto: riguarda anche la produzione. Il blocco dello Stretto impedisce non solo l’export, ma anche l’accesso alle materie prime necessarie per produrre fertilizzanti. In alcuni Paesi, come l'Egitto, la riduzione delle forniture di gas ha già colpito gli impianti di urea, mentre in Asia meridionale – India, Bangladesh e Pakistan – diverse aziende hanno dovuto rallentare o fermare la produzione proprio per la mancanza di asset energetici.
Le conseguenze del blocco: prezzi in aumento e mercati sotto pressione
Le prime conseguenze di una chiusura o di forti limitazioni del traffico marittimo sono già evidenti nei prezzi. Il prezzo dell’urea è aumentato di circa il 30%, raggiungendo picchi superiori ai 600 dollari per tonnellata. In alcuni mercati, gli aumenti hanno superato il 40%.
Questi rincari non sono solo una questione di mercato, ma generano un effetto domino lungo tutta la filiera agroalimentare: quando infatti i fertilizzanti diventano più costosi o scarsi, gli agricoltori tendono a ridurne l’uso. Nel medio periodo, questo può tradursi in rese inferiori e in un aumento dei prezzi alimentari. Secondo il Carnegie Endowment for International Peace, la riduzione dell’offerta di fertilizzanti può incidere direttamente sulla produzione agricola e quindi sull’inflazione alimentare. Un punto chiave che rende questa crisi particolarmente critica è l’elemento temporale. I fertilizzanti non possono essere utilizzati in qualsiasi momento dell’anno, ma devono essere applicati in uno specifico periodo, quella della semina. In Europa e in molte altre aree agricole, gli agricoltori acquistano questi prodotti tra marzo e aprile per utilizzarli nei mesi immediatamente successivi.
Se in questa fase i fertilizzanti non arrivano, o diventano troppo costosi, il danno non è recuperabile. Gli agricoltori sono costretti a ridurre le superfici coltivate o a rinunciare a determinate colture. Le conseguenze iniziano ad emergere sul medio-lungo periodo, nei mesi successivi, quando i raccolti risultano più scarsi. Anche se si verificasse una riapertura rapida dello Stretto di Hormuz, il ritorno alla normalità richiederebbe tempo. La produzione, il trasporto e la distribuzione dei fertilizzanti non ripartono immediatamente e questo ritardo sarebbe sufficiente a compromettere un'intera stagione agricola.
Dipendenze globali e rischi per la sicurezza alimentare
Un ulteriore elemento critico riguarda la dipendenza geografica di alcuni Paesi, come India e Brasile, che importano una quota significativa dei fertilizzanti dal Medio Oriente e risultano quindi particolarmente esposti alle conseguenze di un blocco totale o parziale delle forniture. Anche molte economie africane, già fragili dal punto di vista alimentare, rischiano di subire contraccolpi pesanti. In alcuni casi, la crisi non riguarda solo il trasporto: la mancanza di gas naturale sta infatti costringendo alla chiusura di impianti di produzione locali di fertilizzanti.
In seguito a queste notizie e a questi rincari, alcuni governi stanno iniziando ad adottare misure per proteggere le proprie economie da questa crisi. La Cina, ad esempio, ha deciso di attingere alle proprie riserve strategiche di fertilizzanti per evitare carenze durante la stagione della semina. Si tratta di una misura straordinaria che evidenzia come la crisi non sia limitata ai mercati, ma stia già influenzando le politiche agricole nazionali. Anche in Europa si stanno valutando interventi urgenti: la Commissione europea ha aperto alla possibilità di sospendere temporaneamente i dazi sull’importazione di ammoniaca e urea, con l’obiettivo di ridurre i costi per gli agricoltori di circa 60 milioni di euro. Si tratta però di una misura tampone, pensata per attenuare gli effetti immediati, in attesa di soluzioni strutturali che al momento sono ancora in fase di definizione.