
Per la grande frana che ha colpito Niscemi non esiste una soluzione tecnicamente realizzabile per stabilizzare il territorio. Questo è il risultato di un report prodotto dall'Università di Firenze e presentato alla Protezione Civile, redatto da un team di geologi coordinato da Nicola Casagli, presidente dell'OGS (Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale) ed esperto di rischi geologici, instabilità del terreno, telerilevamento e modellazione geologico-tecnica. Mentre una nuova frana ha colpito ieri la zona di Niscemi adiacente al MUOS (Mobile user objective system) – un sistema americano per le comunicazioni satellitari – abbiamo chiesto a Casagli di spiegarci le questioni tecniche legate alla relazione appena presentata e alla gestione del rischio nella zona della frana avvenuta lo scorso 25 gennaio, che ha causato circa 2 miliardi di euro di danni.
Quali sono gli elementi più rilevanti emersi dal rapporto?
Sul piano dei sopralluoghi e dei rilievi di campo, il dato decisivo è che non si tratta di una frana singola di neoformazione, ma della riattivazione con ampliamento areale di un sistema franoso profondo, storico e policiclico. I rilievi topografici ad alta risoluzione e le osservazioni sul terreno hanno permesso di distinguere tre corpi principali coalescenti – frana nord, centrale e sud – con cinematismi differenti, per un fronte complessivo di circa 4,7 km. La frana centrale è il settore dominante, con spostamenti di circa 50 m, profondità presunta fino a 80 m e chiara tendenza retrogressiva verso il centro abitato.
Sul piano dei dati satellitari, il rapporto mostra un risultato molto importante: prima dell’evento il centro abitato era nel complesso sostanzialmente stabile, mentre i versanti a valle mostravano già segnali deformativi lenti e persistenti, almeno dal 2011. Dopo l’evento franoso del 2026, il monitoraggio interferometrico e ottico indica una situazione generalmente stabile nella fascia urbana di controllo, tanto che il modello di arretramento della scarpata ha consentito di rimodulare prudentemente la fascia di interdizione da 150 a 100 m nel settore della frana centrale. Questo non significa assenza di rischio, ma che il rischio immediato nel centro abitato è oggi legato soprattutto all’arretramento della nuova scarpata.
La ricostruzione storica ha permesso di dimostrare che l’evento del 2026 non è un episodio isolato, bensì consiste in una nuova fase di un sistema attivo almeno dal XVIII secolo, con precedenti maggiori nel 1790 e nel 1997. La sovrapposizione spaziale fra i corpi del 2026 e quelli storici, insieme alla coerenza dei meccanismi di innesco, rafforza l’idea che il versante di Niscemi abbia una memoria geomorfologica lunga, controllata da litologia, idrogeologia, erosione torrentizia e strutture tettoniche. In altri termini, a Niscemi la frana non è l’eccezione: è una modalità ricorrente di evoluzione del versante.
Quali sono le peculiarità di questo evento nel contesto italiano e internazionale?
Quanto all’eccezionalità nel contesto italiano, la mia lettura è questa: l’evento è eccezionale per dimensioni, complessità e prossimità al centro abitato, ma non è anomalo dal punto di vista tipologico. In Italia esistono grandi frane profonde retrogressive e policicliche, anche di dimensioni comparabili e con analogo meccanismo di movimento (scivolamento composto). Tuttavia un sistema con oltre 80 milioni di metri cubi mobilizzati, profondità fino a 80 m, fronte di circa 4,7 km e mobilità molto elevata, espressa da un angolo di propagazione di 6,5°, è certamente un caso di rilievo anche a livello internazionale. La sua eccezionalità sta soprattutto nella combinazione di grande volume, elevata mobilità, articolazione in più settori coalescenti e interferenza diretta con un abitato importante.
Quali scenari evolutivi sono ritiene più plausibili per il versante di Niscemi?
Gli scenari evolutivi oggi ritenuti più plausibili dal rapporto sono sostanzialmente due.
Il primo, considerato il più probabile nel breve termine, è l’arretramento progressivo della scarpata di neoformazione. Si tratta di un processo in parte naturale e difficilmente evitabile, attraverso cui il versante tende verso un nuovo equilibrio. È questo lo scenario che giustifica la fascia di interdizione e l’attenzione prioritaria alla salvaguardia della pubblica incolumità.
Qual è la sua valutazione complessiva sulla gestione futura del territorio di Niscemi?
La mia valutazione complessiva, da esperto di frane sulla base dei dati finora raccolti, è la seguente: a Niscemi non si deve inseguire l’idea di “mettere in sicurezza definitiva” l’intero versante, perché una stabilizzazione globale mediante interventi strutturali estensivi non è tecnicamente conseguibile. La scala del fenomeno, la profondità delle superfici di scivolamento, il contrasto sabbie-argille, il ruolo dell’erosione al piede e il controllo strutturale rendono irrealistica una soluzione risolutiva unica. La gestione futura deve quindi fondarsi su quattro principi:
- convivenza controllata con la frana, non negazione del fenomeno;
- monitoraggio continuo e integrato, con rilievi geomorfologici, dati satellitari e strumentazione in sito;
- controllo rigoroso delle acque, che è il vero nodo tecnico: reti fognarie, drenaggio urbano, captazione delle emergenze idriche, riduzione delle infiltrazioni, protezione dall’erosione del Torrente Benefizio e degli impluvi;
- pianificazione territoriale selettiva, con forti limitazioni all’edificazione nelle aree più esposte e delocalizzazione progressiva degli elementi a rischio maggiore.
In sintesi, nel territorio di Niscemi il dissesto non può essere eliminato, ma può essere gestito entro livelli accettabili di rischio con un approccio adattivo, pluriennale e scientificamente aggiornato.