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13 Marzo 2026
19:30

Quale sarà l’impatto dell’AI sul lavoro e le professioni più a rischio? Lo studio di Anthropic

Secondo il nuovo studio di Anthropic, l'AI è in grado di sostituire ancora poco il lavoro umano rispetto al potenziale, ma riduce le assunzioni junior del 14%, colpendo soprattutto i giovani tra 22 e 25 anni.

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Quale sarà l’impatto dell’AI sul lavoro e le professioni più a rischio? Lo studio di Anthropic
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Vi avevamo già raccontato dei timori di molte persone, diffusi anche nel nostro Paese, di perdere il lavoro a causa dell’AI e di come molte ricerche abbiano stimato che la sua introduzione avrà un impatto molto più dirompente e rapido di qualsiasi altra rivoluzione tecnologica avvenuta fino a oggi – non necessariamente distruttivo, ma sicuramente trasformativo.

Nei giorni scorsi Anthropic – l'azienda che ha sviluppato l’AI Claude – ha pubblicato una nuova ricerca, in cui viene misurato con nuovi criteri il rischio di sostituzione di lavoratori umani da parte dell'AI: si tratta di quella che viene chiamata “esposizione osservata”, che combina le capacità teoriche dei modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) con dati di utilizzo reali. Da questi dati emerge l’idea che le capacità teoriche dell’AI e il suo effettivo uso siano ancora distanti e che tra le figure professionali più vulnerabili figurano soprattutto i giovani tra i 22 e i 25 anni. Ma vediamo nel dettaglio cosa emerge dallo studio.

L’impatto teorico dell’AI sul lavoro vs rischi reali: i dati di Anthropic

In questi giorni avrete visto girare su Instagram un'immagine (quella qui sotto), tratta dello studio a firma degli economisti Maxim Massenkoff e Peter McCrory pubblicato pochi giorni fa da Anthropic, in cui viene misurato l'impatto che l’AI sta avendo realmente sul mercato del lavoro. Questo report, dal titolo “Labor market impacts of AI: A new measure and early evidence”, è uno dei primi tentativi di misurazione dell’impatto reale dell’AI sul mercato del lavoro, attraverso la combinazione delle capacità potenziali dei modelli linguistici e i reali dati di utilizzo della piattaforma Claude.

Come metrica di misurazione è stata utilizzata l’“observed exposure” (esposizione osservata), che quantifica le mansioni di una determinata professione già eseguite in contesti reali dall’AI, attraverso l’analisi di milioni di interazioni professionali. I livelli di misurazione sono l'automazione completa, in cui l’AI esegue un compito in autonomia (che pesa ovviamente di più nella metrica) e l’uso aumentativo in cui è “solo” a supporto del lavoro umano. L'immagine qui sotto mostra la distinzione tra le previsioni teoriche di quello che una tecnologia potrebbe fare e l’utilizzo reale che ne fanno i professionisti sul lavoro.

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Capacità teorica e uso osservato per categorie di occupazione. In questa immagine, in blu, sono rappresentati i task lavorativi che i LLM potrebbero teoricamente coprire; in rosso quello per cui vengono usati effettivamente.

Come vedete, nel grafico qui sopra ci sono infatti due linee colorate: quella blu rappresenta l’area professionale che l’AI potrebbe coprire in via teorica. Quella rossa corrisponde invece all’uso effettivo che ne viene fatto. Per esempio, nel settore Business & Finance le stime teoriche indicano che l’AI potrebbe sostituirci nel 70-75% dei casi, ma che nei fatti oggi Claude viene usata per svolgere solo il 10-15% dei compiti. Nel settore Computer & Matematica sarebbero in grado di sostituire gli umani nel 94% dei casi, ma per il momento viene coperto solo il 33% dei task. Nei ruoli d’ufficio e amministrativi la capacità è del 90%, contro il 10-15% effettivo, e così via.

Le professioni più esposte e i risultati dello studio 

Le professioni per cui è stato osservato il livello di esposizione maggiore sono quelle di programmatore informatico, (74,5%), operatore di servizio clienti (70,1%), addetto all’inserimento di dati (67,1%), specialista in cartelle cliniche (66,7%) e analista di ricerche di mercato (64,8%). Al fondo della classifica, con esposizione zero, ci sono invece cuochi, meccanici, bagnini e baristi.

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Tra le rilevazioni più importanti dello studio, c’è l’idea che l’AI sia ancora lontana dal raggiungere le sue capacità teoriche: la copertura effettiva rimarrebbe infatti, dicono i due economisti, “una frazione di ciò che sarebbe tecnicamente possibile”.

I dati mostrano che per il momento l’AI non sta cancellando intere categorie professionali, ma sta contribuendo a molte di esse e le sta cambiando.  I lavoratori più esposti alla sostituzione sarebbero i più anziani, quelli di sesso femminile (+16%), quelli con retribuzioni orarie medie più alte (+47%) e con titoli di studio più alti: le persone con laurea magistrale o dottorato rappresentano il 17,4% del gruppo più esposto, contro il 4,5% del gruppo meno esposto. Un dato che si allinea con quanto già emerso da ricerche precedenti.

Un dato che emerge dal report e che conferma altre ricerche è quello relativo ai giovani tra i 22 e i 25 anni: il tasso di nuove assunzioni nelle occupazioni più esposte è diminuito infatti di circa il 14% rispetto al 2022, mentre nelle occupazioni meno esposte sembra rimanere stabile.  Emerge quindi una dinamica che diversi economisti stanno iniziando a mettere in luce: l'AI ha la tendenza a sostituire non solo alcune figure senior, ma anche le attività tipicamente affidate ai ruoli di ingresso – preparazione di report, analisi preliminare dei dati, sintesi documentale, supporto operativo.

Il risultato non è per ora quindi la scomparsa delle professioni, ma una contrazione della domanda nelle posizioni junior, cioè quelle attraverso cui le nuove generazioni possono accedere al mondo del lavoro, acquisire esperienza e cominciare a costruire la propria carriera.

I pericoli dell’AI nel prossimo futuro: le previsioni di Dario Amodei

Nei giorni scorsi è stato pubblicato anche un lungo saggio a firma di Dario Amodei, CEO di Anthropic, che parla di quella in corso come della rivoluzione tecnologica più rapida avvenuta fino a oggi e di una sfida per la civiltà, perché utilizzabili come straordinari strumenti di controllo o di guerra da parte di autocrazie e regimi. Amodei paragona questo periodo all’adolescenza dell’AI. «Credo che stiamo entrando in un rito di passaggio, al tempo stesso turbolento e inevitabile, che metterà alla prova ciò che siamo come specie. All'umanità sta per essere consegnato un potere quasi inimmaginabile, ed è profondamente incerto se i nostri sistemi sociali, politici e tecnologici possiedano la maturità necessaria per gestirlo», scrive Amodei, con una prospettiva diversa rispetto a quella di ottobre 2024, quando parlava di come l'AI avrebbe potuto cambiare in meglio il mondo.

Tra i fattori che preoccupano maggiormente Amodei c’è il lavoro. Il CEO prevede che circa il 50% dei lavori entry-level del settore terziario verrà eliminato entro i prossimi 1-5 anni, con una concentrazione di ricchezza senza precedenti nelle mani di chi già la possiede, e un ulteriore impoverimento delle fasce più deboli. Per spiegare questo processo, Amodei fa un paragone con la Rivoluzione Industriale, in cui le macchine sono andate a sostituire il lavoro manuale degli agricoltori, permettendo in una prima fase una crescente produttività. «Anche quando il 90% del lavoro era svolto dalle macchine, gli esseri umani potevano semplicemente fare 10 volte di più del 10% che ancora svolgevano, producendo 10 volte più output con la stessa quantità di lavoro». In una seconda fase c’è stato il declino del lavoro agricolo svolto dagli esseri umani, che sono passati così ad altri lavori, come quelli di operai di fabbrica, spostandosi dalle campagne alla città.

Un problema individuato da Amodei è l’ampiezza cognitiva dell’AI, sempre più vicina al profilo cognitivo generale degli esseri umani: questo «significa che sarà brava anche nei nuovi lavori che normalmente verrebbero creati in risposta all'automazione di quelli vecchi. In altre parole, l'AI non è un sostituto di specifici lavori umani, ma un sostituto generale della forza lavoro umana». Amodei prevede inoltre che a essere lasciati più facilmente fuori dal mondo del lavoro saranno quei lavoratori con minori capacità intellettuali. «Non è chiaro dove andranno queste persone o cosa faranno –, dice Amodei –, e temo che possano formare una "sottoclasse" di disoccupati o con salari molto bassi».

Ma il principale problema, nel caso dell’AI, è la sua velocità di progresso, al cui passo sarà sempre più difficile stare per gli esseri umani: «Il ritmo del progresso nell'AI è molto più rapido rispetto alle precedenti rivoluzioni tecnologiche. […] È difficile per le persone adattarsi a questo ritmo di cambiamento, sia nei modi in cui un determinato lavoro funziona, sia nella necessità di passare a nuovi impieghi. Anche programmatori leggendari si descrivono sempre più spesso come "in ritardo". Il ritmo potrebbe addirittura continuare ad accelerare, man mano che i modelli AI per la programmazione accelerano sempre di più il lavoro di sviluppo dell'AI stesse».

Per Amodei, la transizione a breve termine sarà molto più dolorosa rispetto alle tecnologie del passato, perché esseri umani e mercati del lavoro sono troppo lenti ad adattarsi e a raggiungere un nuovo equilibrio.

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