
Durante la Seconda Guerra Mondiale, nazisti e fascisti uccisero migliaia di civili inermi al di fuori degli scontri armati, con più di 23.000 vittime da Nord a Sud. L’Atlante delle stragi naziste e fasciste è una banca dati nata per rendere misurabile, intelligibile e quindi più comprensibile ciò che accadde in Italia tra il settembre 1943 e il maggio 1945.
Nel contesto dell’occupazione tedesca, la violenza nazista (in massima parte) e fascista (in modo secondario ma consistente) si riversò sulla società italiana in forme e modalità differenti, anche al di fuori della dimensione strettamente bellica. In particolare contro la popolazione civile e contro molti partigiani inermi (cioè non uccisi in battaglia).
Ci furono eccidi, rappresaglie, rastrellamenti, uccisioni mirate o indiscriminate commesse nel corso di operazioni di repressione antipartigiana, ripulitura del territorio o pattugliamenti, oppure esecuzioni preordinate contro antifascisti e oppositori, veri o presunti.
La ricerca, promossa in collaborazione dall’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia (INSMLI) e dall’Associazione nazionale partigiani d’Italia (ANPI), ha permesso di definire un quadro completo degli episodi di violenza: secondo i dati più aggiornati, sono stati censiti ha censito 5.892 episodi di violenza e 24.446 vittime.
Le violenze naziste e fasciste in Italia: la guerra ai civili
A partire dall’8 settembre 1943, quindi dopo lo sbarco degli angloamericani in Sicilia, il crollo del regime di Mussolini e l’annuncio dell’armistizio firmato dal governo provvisorio di Pietro Badoglio con gli Alleati, l’Italia precipitò in una grave crisi.
Gran parte del centro-nord fu occupato militarmente dalle truppe del Terzo Reich (già alleato del regime fascista, a partire dall’Asse Roma-Berlino). Il Re Vittorio Emanuele III si allontanò da Roma verso sud – insieme alla famiglia reale, ai vertici militari e di governo. Ci fu anche lo sbandamento e la parziale dissoluzione dell’esercito nazionale e un grande disorientamento generale.
La penisola si trovò, di fatto, tagliata in due. Nell’Italia centrale e settentrionale i nazisti fronteggiarono gli angloamericani in lenta risalita dall’Italia meridionale. Per farlo, imposero un controllo ferreo del territorio e permisero al Fascismo di risorgere con la fondazione della Repubblica sociale italiana (RSI), un embrionale Stato collaborazionista con la Germania guidato da Mussolini.
All’interno di questo scenario l’Italia fu fortemente destabilizzata. Nell’arco dell’occupazione tedesca, agevolata e supportata dalla RSI, venne anche lanciata un’offensiva per stroncare la Resistenza italiana, uno dei movimenti armati antifascisti più grandi e capillari dell'Europa occidentale.
Tra gli eccidi più noti c’è ad esempio quello delle Fosse Ardeatine a Roma (con 335 morti tra civili e militari, italiani e non). Oppure quello di Sant’Anna di Stazzema in provincia di Lucca (con 560 morti, tutti civili), o la serie di massacri nell’area di Monte Sole in Emilia-Romagna, nei comuni di Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno (con oltre 770 morti, sempre civili).
Azioni così efferate, drastiche e drammatiche rappresentano la massima espressione della violenza esercitata dai nazisti e dai fascisti. Non furono la norma, perché non avvennero sempre e in ogni luogo, ma neanche un evento isolato o impremeditato. Rientrarono in una più ampia strategia del terrore.
Specie nel centro-nord (ma non solo), ci fu una vera e propria guerra ai civili che investì, in fasi alterne, città e campagne, comunità locali e intere aree geografiche. Il periodo più cruento per numero di vittime indifese, disarmate o anche precedentemente catturate (come nel caso dei partigiani presi in considerazione) fu tra la primavera e l’estate del 1944, con 2.521 episodi di violenza e 11.774 morti.
Oltre alla violenza omicida, ci furono poi ulteriori “violenze connesse”: furti o saccheggi, torture e sevizie, deportazioni e stupri.
I numeri dell'Atlante delle stragi nazifasciste
L’Atlante delle stragi naziste e fasciste è stato creato sulla base di una precedente collaborazione tra la Repubblica italiana e la Repubblica Federale tedesca. È curato dall’Istituto Nazionale Ferruccio Parri e dall’Associazione Partigiani d’Italia, ha coinvolto più di 90 ricercatori e ha prodotto una banca dati, una mappatura geografica e una raccolta di materiali e documenti d’epoca. Ecco i dati risultanti dall'Atlante. Come già detto, sono stati censiti 5.626 atti di violenza contro inermi, che hanno causato 23.662 vittime totali, stando ai dati del 2016. Le regioni più colpite sono nell'ordine:
- Emilia Romagna: 4.536
- Toscana: 4.413
- Piemonte: 2.872
- Veneto: 2.311
- Campania: 1.406

Volendo fornire un identikit delle vittime, i dati raccolti dicono che la maggior parte delle vittime sono uomini (87% contro il 13% di donne). La fascia d'età più colpita è quella tra i 17 e i 55 anni: il 4% delle persone uccise aveva un’età compresa da 0 a 11 anni, un altro 4% tra 12 e 16 anni, il 15% sopra i 55 anni e il 77% tra 17 e 55 anni. A questo si aggiunge il dato sulle uccisioni di civili: ben 12.788 sono civili, mentre i partigiani ad essere morti fuori da scenari bellici sono 6.882.
Lo studio consente di estrapolare anche altre caratteristiche delle vittime, si riassumono le più interessanti: legati ai partigiani (384), antifascisti (315), militari (277), disertori (225), renitenti (194), sbandati (181), ebrei (175), carabinieri (142), religiosi (140), prigionieri di guerra (120) e “indefinita” (1.839).

Oltre a fornire dati dettagliati sulle vittime, l'Atlante fornisce anche una serie di dati che consentono di identificare e descrivere i carnefici. Per fare ciò va anzitutto identificata la matrice della violenza, quindi la provenienza di coloro che l'hanno compiuta:
- Solo nazista: 3.407 episodi e 15.110 vittime
- Solo fascista: 1.099 episodi e 2.893 vittime
- Nazifascista (collaborazione): 764 episodi e 4.667 vittime
- Ignota: 356 episodi e 992 vittime
Viene anche proposta una classificazione del tipo degli episodi. Quelli più letali furono rastrellamenti (7.406 vittime) e rappresaglie (6.215). La fucilazione, invece, fu il metodo più utilizzato di esecuzione (14.060 vittime).
I contesti della violenza nazifascista tra 1943 e 1945
I fattori che condussero agli innumerevoli atti di violenza raccolti e contestualizzati dall’Atlante furono molteplici.
L’uso politico della violenza – ben presente nelle culture politiche del Fascismo e del Nazismo – venne ulteriormente incrementato dalla pressione esercitata dalle forze anglo-americane e dalla consapevolezza che, su scala europea, la prospettiva della sconfitta si faceva di mese in mese più concreta.
Da parte tedesca si tentò di eliminare qualsiasi ostacolo al pieno dominio sull’Italia. In quelle circostanze, la postura nazista verso la società civile italiana fu mossa anche dalla convinzione che gli italiani e le italiane avessero dato prova di essere inaffidabili e incontrollabili.

Per la Repubblica sociale italiana l’uso della violenza fu anche una leva per provare a riaffermare la legittimità e la legalità dell’ordine fascista. Non per caso le enormi difficoltà riscontrate nelle attività amministrative e l’ombra dei partigiani – considerati terroristi antinazionali o feroci criminali – radicalizzarono la RSI.
Già in presa diretta, anche dentro la Resistenza, la violenza nazifascista provocò discussioni, attriti, traumi. Va però osservato che la strategia del terrore fu praticata, in larga parte, a prescindere da ciò che i partigiani facevano. E anche a dispetto delle relazioni concrete che legavano civili e partigiani (che andavano dalla complicità alla diffidenza).
La guerra ai civili portata avanti dai nazisti ebbe infatti un carattere strutturale in molti dei paesi occupati durante la Seconda guerra mondiale e nella penisola si saldò con la volontà dei fascisti di riprendere il potere.

In Italia fu scatenata soprattutto per quello che la Resistenza rappresentava – un nucleo di dissenso organizzato, corposo e in via di espansione – prima ancora di essere giustificata sulla base degli attacchi o degli attentati che la stessa Resistenza compiva. In alcune località, del resto, nazisti e fascisti agirono anche in assenza di grandi formazioni partigiane o di particolari azioni sovversive.
In definitiva la guerra nazifascista contro la società italiana fu una guerra alla disobbedienza; reale, latente o potenziale che fosse. E fu una guerra persa.