
In situazioni di emergenza, come un incendio, «chi è informato tende a riconoscere prima i segnali di pericolo»: ecco perché la cultura della sicurezza, oggi più che mai, gioca un ruolo fondamentale nel rendere più efficace il comportamento umano di fronte all'urgenza. Le capacità di individuare subito il pericolo, di non sottovalutarlo e di non farsi bloccare dal timore di un falso allarme rendono infatti le persone più reattive, anche quando si ritrovano in situazioni critiche.
È quello che ci ha spiegato l'Arch. Martina Bellomia – professionista antincendio e autrice di una simulazione sull'incendio di Crans-Montana –, che in questa intervista ci ha parlato della sua nuova analisi (sempre di valore tecnico-scientifico e non legale) al comportamento umano in situazioni di emergenza e ai sistemi di esodo, i percorsi che consentono l'evacuazione sicura e rapida degli occupanti di un edificio in caso di pericolo, come un incendio o un'esplosione.
Arch. Bellomia, partiamo dall'inizio: quali sono i fattori di cui si tiene conto quando si progetta un sistema di vie di esodo?
Il sistema delle vie di esodo deve essere progettato in modo unitario, tenendo conto della distribuzione delle uscite, delle caratteristiche dei percorsi, della loro riconoscibilità anche in condizioni critiche e della loro larghezza. Il dimensionamento delle vie di esodo dipende dall’affollamento massimo ipotizzabile: questo valore viene calcolato applicando alla superficie dei locali le densità previste per la specifica attività e rapportando il risultato alla capacità di deflusso dei percorsi e delle uscite, al fine di garantire un’evacuazione sicura.
A tali aspetti si affianca la valutazione delle condizioni ambientali che si sviluppano durante un’emergenza come la presenza di fumo, la riduzione della visibilità, l’aumento della temperatura, il rumore e lo stress psicofisico, che influenzano in modo significativo le velocità di movimento e i processi decisionali degli occupanti.
In generale, un sistema di evacuazione può essere considerato efficace solo se il tempo disponibile (ASET) risulta superiore al tempo che le persone impiegano effettivamente per evacuare (RSET). In caso contrario, anche piccoli ritardi possono compromettere seriamente la possibilità di raggiungere un luogo sicuro.
Quanto è determinante la fase del pre-movimento, la fase in cui si percepisce un potenziale pericolo ma non è ancora iniziata l’evacuazione?
La fase di pre-movimento è l’aspetto più complesso da valutare, perché riguarda il tempo necessario agli occupanti per svolgere una serie di attività che precedono il movimento vero e proprio verso il luogo sicuro. La letteratura mostra che questa fase occupa spesso la parte più rilevante del tempo totale di esodo.
Numerosi studi mostrano che, quando si manifesta una situazione potenzialmente pericolosa, la maggior parte delle persone non reagisce immediatamente, ma tende prima a osservare l’ambiente, attendere e cercare conferme sul reale livello di rischio. Nel frattempo si continua ciò che si stava facendo, si guarda il comportamento degli altri e si rimane fermi. Questo tipo di risposta è normale ed è ampiamente documentato nella letteratura sul comportamento umano in emergenza.
In caso di incendi a rapido sviluppo, però, anche pochi secondi persi all’inizio possono fare una grande differenza. In molti casi, quindi, è proprio il tempo perso nelle fasi iniziali a incidere in modo decisivo sull’esito dell’evacuazione.
Quanto pesa l’impatto psicologico e comportamentale delle persone sull’evacuazione?
Nelle prime fasi di un’emergenza, il cervello tende a minimizzare il pericolo: è un meccanismo di difesa naturale. Finché non vediamo segnali evidenti o reazioni negli altri, facciamo fatica a riconoscere la gravità della situazione.
Di conseguenza osserviamo il comportamento del gruppo. Se nessuno corre, restiamo fermi. Se gli altri appaiono tranquilli, ci tranquillizziamo anche noi. Quando poi diventa chiaro che il rischio è reale, entrano in gioco altri meccanismi. Molte persone cercano il proprio gruppo, aspettano gli amici, provano ad aiutare qualcuno ed evitano di separarsi. In letteratura questo viene descritto come comportamento di affiliazione: in situazioni di paura cerchiamo le persone a cui siamo legati, perché stare insieme ci fa sentire più sicuri.
Un altro effetto molto forte è la tendenza a seguire la massa. Anche in presenza di più uscite disponibili, tendiamo a dirigerci verso quella utilizzata dalla maggioranza, perché viene percepita come più affidabile. In emergenza, però, questo può generare rapidamente ingorghi e congestioni: in queste condizioni, il comportamento collettivo può diventare un fattore di rischio tanto quanto un ostacolo fisico.
E come si può tenere conto di questo fenomeno nelle simulazioni?
Conoscere questi meccanismi è una forma di cultura della sicurezza che ha un impatto diretto sul comportamento delle persone. Chi è informato tende a riconoscere prima i segnali di pericolo, a non sottovalutarli e a non rimanere bloccato dal timore di un falso allarme. La formazione e l’informazione non servono a creare allarmismo, ma a rendere le persone più lucide e reattive quando si trovano in situazioni critiche.
Il suo studio propone anche una serie di scenari di evacuazione: quanto incide la presenza di 2 o più uscite di sicurezza rispetto ai casi in cui ne esiste solo una?
Il confronto tra gli scenari simulati mostra differenze molto significative tra le configurazioni con una sola uscita e quelle con più percorsi di esodo.
Con una sola uscita larga 1,20 metri, anche ipotizzando condizioni molto favorevoli, per far uscire circa 200 persone servono oltre sei minuti. Le congestioni si formano quasi subito, la densità aumenta rapidamente e la velocità di movimento si riduce. Dopo tre minuti, solo la metà degli occupanti è riuscita a mettersi in salvo.
Anche aumentando la larghezza dell’unica uscita a tre metri, la situazione migliora solo in parte, perché tutti continuano a convergere verso lo stesso punto. In questo caso l’evacuazione completa richiede comunque più di tre minuti e resta fortemente condizionata dal “collo di bottiglia”.
Quando invece sono disponibili due uscite, i flussi iniziano a distribuirsi in modo più equilibrato. Le congestioni si riducono, i tempi migliorano sensibilmente e circa metà delle persone riesce a uscire in meno di un minuto.
Con tre uscite il sistema diventa ancora più efficiente e l’evacuazione si completa in poco più di due minuti, senza la formazione di code prolungate e senza colli di bottiglia dominanti.
Occorre inoltre ricordare che questi tempi rappresentano una stima ottimistica, perché presuppongono un avvio immediato dell’esodo: nella realtà, esitazioni, disorientamento e dinamiche di gruppo renderebbero lo scenario ancora più critico. I dati confermano quindi che la presenza di più percorsi indipendenti rappresenta un fattore determinante per garantire un’evacuazione efficace anche in condizioni non ideali.
Quali sono le conclusioni del suo studio, con particolare riferimento alla configurazione del locale Le Constellation di Crans-Montana?
Lo studio è stato condotto con finalità esclusivamente tecnico-scientifiche e divulgative, sulla base di informazioni pubblicamente disponibili e di specifiche ipotesi modellistiche, e non costituisce una ricostruzione ufficiale dell’evento né un giudizio sulle responsabilità.
Lo studio ha consentito di analizzare in modo integrato sia lo sviluppo dell’incendio sia le dinamiche dell’esodo, mettendo in evidenza come, nello scenario considerato, le condizioni ambientali siano peggiorate in tempi molto rapidi, con una riduzione significativa della visibilità, un rapido aumento delle temperature e il raggiungimento di condizioni di flashover in pochi minuti.
Questo ha determinato un tempo disponibile per l’evacuazione (ASET) particolarmente ridotto, lasciando alle persone un margine molto limitato per reagire e mettersi in salvo.
Le simulazioni mostrano che, negli scenari con un numero limitato di percorsi, si sviluppano più facilmente colli di bottiglia e accumuli di persone, con un aumento significativo dei tempi di deflusso. Al contrario, la presenza di percorsi alternativi contribuisce a rendere il sistema più robusto rispetto a ritardi, esitazioni e incertezze comportamentali.
Il risultato principale dello studio è quindi che l’esito dell’evacuazione non è riconducibile a un singolo elemento, ma all’effetto combinato e all’interazione tra più fattori critici, che insieme riducono drasticamente il margine di sicurezza disponibile.