
Parlare ci viene così naturale, eppure è una delle facoltà cognitive più raffinate che si trovino in natura. È anche per questo che ci mettiamo un po’ a dire le nostre prime parole, e ancora di più a diventare oratori provetti. Diciamo la nostra prima parola generalmente prima di aver compiuto un anno, ma il vocabolario esplode intorno al secondo anno. Le parole concrete vengono imparate prima di quelle astratte, e un contesto familiare ricco di linguaggio migliora l’apprendimento del bambino, in particolare in merito alla varietà del linguaggio. Livello di istruzione dei genitori, il sesso del bambino e assetto socioeconomico della famiglia, non impattano invece sulle tempistiche con cui compaiono le prime parole.
Quando arrivano le prime parole e quali sono le tappe principali del linguaggio
Molti genitori si chiedono in quale momento esatto il loro bambino inizierà a parlare e se esista un vero e proprio "calendario" universale. Prima di pronunciare parole di senso compiuto, i bambini attraversano una fase preparatoria che è fondamentale per il loro sviluppo. Durante il primo anno di vita, infatti, piangono, gridano ed emettono vagiti. Sebbene possano sembrare espressioni puramente casuali, questi suoni preparano in modo graduale l'apparato vocale a padroneggiare la pronuncia e l'intonazione necessarie a parlare un domani.
Intorno ai sei mesi di età, secondo le recenti evidenze scientifiche, compare la lallazione, o "babbling", in cui il bambino inizia a ripetere sillabe formate da una vocale e una consonante, come i classici "ba-ba-ba" o "ma-ma-ma". In questa fase cruciale i piccoli si stanno allenando attivamente a riconoscere e manipolare i suoni specifici della loro lingua madre, una competenza fonologica che sarà vitale in seguito, per parlare in modo fluente e per imparare a leggere e scrivere durante gli anni scolastici.
Per quanto riguarda le tempistiche, una gigantesca ricerca condotta dal Dipartimento di Psicologia dell'Università di Stanford con campioni estremamente vasti di bambini ha dimostrato che oltre il 75% dei piccoli pronuncia la sua prima, vera parola prima di compiere il primo anno di età. Successivamente, tra i 12 e i 18 mesi, i bambini entrano in una fase in cui usano un solo vocabolo per esprimere un'idea molto più complessa: possono dire "pappa", per intendere "voglio mangiare adesso" oppure "la pappa è caduta per terra", come riportato nel lavoro di Susanti e Perdana del 2023. Verso i 18-24 mesi, il vocabolario subisce una vera e propria espansione, e i bambini cominciano a unire due parole, per poi passare molto rapidamente, verso i 3-5 anni, a costruire frasi complesse inserendo verbi, preposizioni e congiunzioni.

Perché i bambini imparano la parola "palla" molto prima della parola "verità"?
Se osserviamo attentamente un bambino di circa un anno, noteremo che le sue primissime parole tendono a descrivere cose estremamente concrete e tangibili: "mamma", "cane", "palla", "ciao". Perché i bambini scelgono proprio questi vocaboli e non altri più astratti o complessi? L'acquisizione del vocabolario iniziale è guidata principalmente da due grandi fattori: la frequenza con cui sentono una determinata parola e la sua "immaginabilità", ovvero il suo grado di concretezza.
Nella loro analisi del 2024, Coffrey e Snedeker definiscono l'immaginabilità come la facilità con cui una parola evoca un'immagine mentale o un'esperienza sensoriale diretta. I bambini piccoli si affidano enormemente agli indizi visivi, come lo sguardo del genitore o l'oggetto fisicamente presente in quel momento nella stanza, per poter dedurre il significato di un termine nuovo. Di conseguenza, risulta molto più facile per loro imparare parole che si riferiscono a concetti tangibili e chiaramente visibili. Man mano che il bambino cresce e che il suo bagaglio di vocaboli si espande, diventerà capace di utilizzare la struttura stessa della frase per intuire il significato di parole più astratte (come i concetti legati al tempo o allo stato d'animo, ad esempio "dopo", "triste" o "verità"), riducendo sempre di più la propria dipendenza dal contesto puramente visivo.
Tuttavia, le primissime parole non sono perfettamente uguali in tutto il mondo, ma variano in base alla cultura di appartenenza. Uno studio pubblicato su Developmental Psychology ha confrontato i primi 10 vocaboli di bambini americani e cinesi ha rivelato differenze curiose: mentre i bambini americani imparano per primi molti nomi comuni relativi a oggetti manipolabili e animali (come "scarpa", "palla" o "cane"), i bambini cinesi (sia di lingua mandarina che cantonese) imparano un numero decisamente più elevato di verbi legati ad azioni e di termini riferiti alle persone, in particolare legati all'intricata rete delle parentele. In molte culture asiatiche, infatti, rivolgersi agli altri in modo appropriato utilizzando gli specifici titoli di parentela è un'aspettativa sociale assolutamente prioritaria, che viene tramandata ai bambini fin dai primissimi mesi di vita attraverso le interazioni quotidiane.
Sfatare i miti: il ruolo del sesso, della classe sociale e del bilinguismo
Una delle ansie più diffuse tra i genitori nasce spesso dal confronto al parco o all'asilo: "il cuginetto ha già un vocabolario di cento parole, mentre il mio dice a malapena ‘mamma'. Sarà perché i maschi sono generalmente più lenti?". Oppure, a volte si teme che lo status economico o il livello di istruzione dei genitori possano segnare un destino ineluttabile per lo sviluppo del bambino.
Per fare chiarezza definitiva su questi dubbi, i ricercatori hanno condotto studi globali, pubblicati poi su PNAS nel 2023, arrivando ad analizzare decine di migliaia di ore di registrazioni audio della vita quotidiana di bambini provenienti da tutti i continenti, esplorando dagli ambienti urbani fino alle comunità agricole di sussistenza. I risultati ottenuti sono stati inequivocabili: l'età del bambino e l'eventuale presenza di specifici rischi clinici spiegano le reali e sostanziali differenze nello sviluppo del linguaggio; mentre è emerso chiaramente che sia il genere del bambino sia lo status socioeconomico della famiglia non hanno mostrato alcun effetto statisticamente significativo sulla quantità di linguaggio prodotto quotidianamente dai piccoli nei contesti naturali, risultati confermati anche da una review successiva di Ibbotson e Browne. Il vero, potentissimo "motore" dello sviluppo linguistico, invece, è emerso essere un altro e molto più pratico: la quantità di discorsi fatti in sua presenza e riguardanti l'ambiente in cui il bambino è costantemente immerso. I bambini che hanno la fortuna di ascoltare più adulti parlare e dialogare producono, a loro volta, molto più linguaggio.

Un altro grande mito da sfatare riguarda il bilinguismo. Nella nostra società sempre più globale, molte famiglie temono che crescere un bambino esponendolo contemporaneamente fin dalla nascita a due lingue diverse possa in qualche modo "confonderlo", finendo per causare ritardi nella comparsa delle prime parole. La ricerca scientifica attuale smentisce categoricamente e fermamente questa paura: i bambini bilingui, infatti, raggiungono le fondamentali tappe del linguaggio (lallazione, prima parola e primissime frasi) alla stessa identica età dei loro coetanei monolingui, esattamente nelle finestre temporali previste dallo sviluppo infantile standard. Il bilinguismo non è affatto un "sovraccarico" pericoloso per il piccolo cervello.
Come aiutare i bambini a sviluppare il linguaggio nel quotidiano?
Avendo scoperto che la quantità e la qualità della conversazione adulta sono i veri promotori dello sviluppo del linguaggio, sorge spontanea una domanda pratica: come dovrebbero parlare i genitori tutti i giorni? La pedagogia moderna, tramite studi di settore come quello pubblicato su Frontiers da Attig e Weiner, ci insegna che il linguaggio non si impara passivamente, ma richiede sempre un'interazione sociale attiva in cui l'adulto funge da vera e propria "impalcatura" (scaffolding) di supporto.
Nella pratica quotidiana, l'adulto deve agire da mediatore attento e reattivo. Quando il bambino indica un gatto e dice entusiasta "miao!", il genitore che risponde espandendo e completando la frase ("sì, hai ragione, è proprio un bel gatto! Guarda come corre veloce!") gli fornisce un input e un aiuto linguistico fondamentale. I dati confermano che le famiglie che utilizzano conversazioni frequenti, con frasi complete e variegate, tendono ad avere figli che sviluppano nel tempo un linguaggio molto più ricco e complesso. Qui, a differenza della velocità di apprendimento della parola, la varietà del parlato ascoltato (che è influenzato anche dal livello di istruzione dei genitori) è un predittore della grandezza del vocabolario del bambino a 3-5 anni.
Non è perciò necessario né utile imitare gli inevitabili errori grammaticali dei bambini per farsi capire da loro (per esempio, continuando a riferirsi al gatto come "miao" o usando "pachetti" per "spaghetti"). Al contrario, parlare ai piccoli in modo chiaro, vario e ricco, leggendo tanti libri insieme, raccontando storie fantasiose e interagendo direttamente faccia a faccia, garantisce ai bambini il miglior modello possibile da poter imitare e da cui poter imparare.