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25 Febbraio 2026
14:02

Perché il congedo paritario è stato bocciato: cos’è e cosa prevedeva la proposta di legge

La Commissione Bilancio della Camera ha detto no al congedo parentale paritario: la proposta mirava ad ampliare il congedo di paternità e rafforzare le tutele sulla maternità, ma si è fermata per la mancata copertura finanziaria.

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Perché il congedo paritario è stato bocciato: cos’è e cosa prevedeva la proposta di legge
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Si ferma alla Camera la proposta di legge sul congedo paritario, pensata per estendere il congedo di paternità fino a cinque mesi, rendendolo in larga parte obbligatorio e pienamente retribuito, e rafforzando al contempo le tutele economiche legate alla maternità. La Commissione Bilancio ha espresso parere negativo dopo che la Ragioneria generale dello Stato ha giudicato «inidonee» le coperture finanziarie previste dal provvedimento.

Il nodo non sarebbe quindi politico ma contabile. Nel dettaglio, per l’articolo 1 della proposta – quello che aumentava l’indennità di maternità fino all’80% e al 100% per alcune categorie – la relazione tecnica del Ministero del lavoro stimava un costo di circa 521 milioni di euro nel 2026, destinato a salire fino a 637 milioni annui dal 2035. Secondo la Ragioneria, però, questa stima era incompleta perché non teneva conto delle lavoratrici autonome. Ancora più elevati i costi dell’articolo 2, dedicato al congedo paritario: 3,18 miliardi di euro nel 2026, con una spesa destinata a crescere fino a 3,87 miliardi annui dal 2035.

Per la Ragioneria, il problema non è solo l’entità della spesa, ma anche la copertura finanziaria, «giudicata incerta e insufficiente», perché basata su risparmi futuri e legati alla rimodulazione dei sussidi ambientalmente dannosi.

Cosa prevedeva la proposta di legge: da 10 giorni a 5 mesi

Il cuore della proposta di legge era l’introduzione di un congedo paritario per il padre, portando la durata dell’attuale congedo di paternità da 10 giorni a 5 mesi, in larga parte obbligatori e interamente retribuiti al 100%.

In particolare, al padre lavoratore sarebbe stato riconosciuto il diritto di assentarsi dal lavoro tra il mese precedente la data presunta del parto e i 18 mesi successivi. Di questi, quattro mesi sarebbero stati obbligatori e non trasferibili, con 10 giorni da fruire immediatamente dopo la nascita insieme alla madre e il restante periodo utilizzabile anche in forma frazionata. La misura si sarebbe applicata anche ai padri adottivi, affidatari e ai lavoratori autonomi iscritti alla Gestione separata, con un’indennità calcolata in base al mancato fatturato.

L’obiettivo dichiarato era duplice: redistribuire il carico di cura all’interno delle famiglie e ridurre gli effetti negativi della maternità sulle carriere femminili, in un Paese che registra uno dei più bassi tassi di occupazione femminile in Europa.

La differenza tra congedo di maternità, paternità e parentale

Nel sistema attuale, la distanza tra i diversi strumenti resta marcata. Il congedo di maternità è un periodo di astensione obbligatoria di cinque mesi, modulabile prima e dopo il parto, con un’indennità pari all’80% della retribuzione, erogata dall’INPS e anticipata dal datore di lavoro.

Il congedo di paternità obbligatorio, come abbiamo scritto, è limitato a 10 giorni, non necessariamente consecutivi, retribuiti al 100%. Introdotto in via sperimentale nel 2012 con una durata di un solo giorno, è stato progressivamente esteso fino agli attuali 10 giorni e reso strutturale con la legge di bilancio 2022.

Accanto ai congedi obbligatori esiste poi il congedo parentale, uno strumento facoltativo che può essere utilizzato da entrambi i genitori fino ai 12 anni di vita del figlio, entro un limite complessivo di 11 mesi. Storicamente retribuito al 30%, il congedo parentale è stato rafforzato negli ultimi anni: prima la legge di bilancio 2023 e poi quella del 2024 hanno elevato l’indennità all’80% della retribuzione per due mensilità, da fruire entro il sesto anno di vita del bambino, ma solo per i lavoratori dipendenti

I problemi per le donne e perché aumentare il congedo di paternità avrebbe senso

I dati dell’ultimo rapporto INPS mostrano come, nonostante le riforme, il peso della cura resti fortemente sbilanciato sulle donne. Secondo l’Osservatorio statistico sulle prestazioni a sostegno della famiglia, nel 2024 le lavoratrici dipendenti del settore privato che hanno iniziato a percepire l’indennità di maternità sono state 171.713, in calo del 2,8% rispetto all’anno precedente. Il calo è ancora più marcato tra le lavoratrici autonome e domestiche, segnalando una maggiore fragilità proprio nei segmenti meno tutelati del mercato del lavoro.

Sul fronte maschile, il congedo obbligatorio di paternità ha raggiunto nel 2024 poco meno di 182.000 padri, pari al 64,8% dei potenziali beneficiari. Un dato in crescita nel lungo periodo – dal 20% circa del 2013 a oltre il 64 per cento dal 2022 – ma ormai stabilizzato.

Il divario emerge in modo ancora più netto guardando al congedo parentale. Nel 2024, tra i lavoratori dipendenti del settore privato, le donne beneficiarie sono state oltre 289.000, contro 124.000 uomini. Non solo: le donne hanno fruito in media di 53 giornate, più del doppio rispetto alle 22 giornate degli uomini.

Come si legge nel rapporto, le riforme che hanno aumentato l’indennità del congedo parentale hanno effettivamente incrementato il numero di padri che vi fanno ricorso, ma non hanno modificato in modo sostanziale la durata né il divario di genere. Le madri continuano a concentrare l’uso del congedo nei primi anni di vita del bambino, mentre i padri lo utilizzano meno e più tardi.

È in questo quadro che l’idea di un congedo di paternità più lungo e obbligatorio acquista senso. Non come misura simbolica, ma come strumento strutturale per ridurre la penalizzazione occupazionale delle madri. Secondo i dati richiamati nella proposta di legge, essere madri in Italia significa ancora troppo spesso uscire dal mercato del lavoro o ridurre drasticamente la propria partecipazione. Finché il tempo di cura resterà quasi esclusivamente sulle spalle delle donne, anche le politiche di conciliazione rischiano di produrre effetti limitati.

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