
Non tutti lo sanno ma ogni giorno, da più di trentun anni, nella pagina "Astronomy Picture of the Day" (APOD), la NASA pubblica un'immagine o una fotografia selezionata che raffiguri "il nostro affascinante universo", insieme a una breve spiegazione scritta da un astronomo o astrofisico professionista. Facendo due conti, sono oltre 11mila giorni.
L'idea nasce nel 1995, quando Internet era ancora molto giovane, dalla mente di due astronomi del Goddard Space Flight Center di Greenbelt, nel Maryland, Robert Nemiroff e Jerry Bonnell: i due lanciarono il sito il 16 giugno di quell'anno con lo scopo di postare un'immagine al giorno, corredata da un testo specialistico, breve e chiaro, che la spieghi. Il progetto era nato per valorizzare lo sterminato archivio di immagini NASA raccolte tra spedizioni, sonde e telescopi, e poi ha aperto l'invito a partecipare a chiunque, mandando le proprie submission. Oggi Nemiroff (dal 1996 Professore alla Michigan Technological University) e Bonnell ne ricevono almeno una trentina al giorno.
Non tutte le immagini sono fotografie: possono essere anche video, simulazioni, rappresentazioni artistiche o visualizzazioni di dati astronomici, fenomeni atmosferici, esplorazioni spaziali e così via. La maggior parte dei contributi arriva da amatori, che grazie alla loro passione possono contribuire alla ricerca scientifica, fornendo punti di vista sul cielo che i telescopi ufficiali, per esempio, non fornirebbero.
Oggi l'APOD, ancora coordinato e curato da Nemiroff e Bonnell, con due nuovi editor a bordo pronti a portare avanti il progetto, Cecilia Chirenti e Keighley Rockcliffe, è disponibile in oltre 20 lingue e ha ricevuto un riconoscimento nell'ambito dei premi della divulgazione dell'Unione Astronomica Internazionale (IAU). Da pochissimi giorni la pagina è diventata una sezione ufficiale del sito principale della NASA; è possibile tuttavia ancora ricercare le immagini pubblicati dal lancio del 16 giugno 1995 al 31 gennaio 1996 nella pagina che conserva l'archivio e tutte quelle successivo in questo calendario. In coda alla pagina principale, che viene aggiornata quotidianamente, trovate inoltre un "Random APOD Generator", che propone un'immagine casuale dall'archivio.
Abbiamo intervistato Nemiroff, per farci raccontare il dietro le quinte di questo progetto incredibilmente longevo.
Com'è nato il progetto?
Io e il mio collega Jerry Bunnell un'estate abbiamo cominciato a discutere di Mosaic, di internet e dei cosiddetti “web browser”, cercando di capire che tipo di progetto avremmo potuto farci e, visto che entrambi eravamo specializzati in questo, ci siamo chiesti se potessimo in qualche modo rispondere a domande di astronomia. All'epoca ricevevamo moltissime immagini via email, e spesso chi le aveva allegate non aveva compilato una didascalia corretta. La NASA stessa inviava molti comunicati stampa, ma si trattava di testi lunghissimi e poco fruibili. Così abbiamo pensato di scegliere un’immagine al giorno e spiegarla in poche parole, rendendola poi accessibile sul web. Il primo giorno di Astronomy Picture of the Day abbiamo avuto qualcosa come 14 visualizzazioni di pagina, non sappiamo come ci abbiano trovato… Abbiamo capito che era una buona idea, così abbiamo cominciato a farlo ogni giorno e, come mi piace raccontare, “ci siamo dimenticati di smettere”.
Avete mai mancato una pubblicazione?
È capitato: la NASA è un ente governativo statunitense, e a volte il governo degli Stati Uniti e relativi siti web vanno in shutdown, bloccando la pubblicazione dei contenuti online. All'inizio abbiamo pensato di fare finta di niente, ma poi è diventato chiaro che non ci era consentito ignorare la cosa. C’era anche un problema di percezione: persino se avessimo voluto lavorare volontariamente nel nostro tempo libero non sarebbe stato considerato accettabile. Quindi, abbiamo trovato dei siti mirror e quando il governo degli Stati Uniti entrava in shutdown sceglievamo quindi uno di questi come sito principale non ufficiale di APOD: molte volte è stato il sito dello University College of London, finché il governo statunitense non riprendeva le attività. È successo alcune volte, ma mai per più di una settimana o due.

Quante candidature ricevete ogni giorno, e quante erano all’inizio?
All’inizio, quando ne discutevamo e cercavamo di capire se fosse davvero possibile portare avanti il progetto, temevamo addirittura di rimanere senza immagini, ma in realtà non era affatto così. Per esempio, il programma Ranger della NASA ha scattato centinaia di migliaia di fotografie della Luna, disponibili online. Il vero rischio, semmai, era quello di diventare noiosi o ripetitivi: “Ecco il cratere numero 684, questo non l’abbiamo ancora pubblicato!”, capisci?
Nei primi tempi attingevamo dalle immagini che ci arrivavano via email e dai siti web dei principali osservatori astronomici di tutto il mondo: se trovavamo qualcosa di interessante e l’immagine era protetta da copyright, chiedevamo il permesso di utilizzarla. Poi abbiamo cominciato a ricevere immagini direttamente dagli utenti. Se dieci anni fa ne arrivavano una decina, poi siamo arrivati a 20 e adesso saremo a credo 30 immagini al giorno. Ma possiamo pubblicarne solo una, e quindi, quando riceviamo candidature fenomenali le postiamo sul profilo Facebook Sky oppure su Instagram, su Universe View screen, senza una spiegazione dettagliata. Uno dei Paesi che ci manda più immagini, comunque, è l’Italia!
È un peccato non poterne condividere di più, l’astrofotografia sta crescendo moltissimo e nel tempo le immagini dell’universo sono diventate sempre più belle e spettacolari… Anzi, oggi il problema è che sono fin troppo spettacolari, tanto da non essere vere, ed eccoci al problema dell’AI generativa. Oggi basta chiederle: “Fammi un’immagine in cui mi trovo sulla superficie di una luna di Saturno e nel cielo c’è un’aurora”. Ma se vi trovaste davvero su una luna di Saturno, probabilmente non vedreste un’aurora di quel tipo: forse in alcuni casi potrebbe esserci, ma sulla maggior parte delle lune non sarebbe così. Per questo abbiamo dovuto diventare molto bravi a individuare le immagini false più evidenti. La linea di confine è piuttosto sfumata, perché per ripulire la maggior parte delle immagini astronomiche è necessario un qualche tipo di elaborazione delle immagini e oggi alcuni software utilizzano l’AI, quindi dobbiamo stabilire delle regole per decidere cosa consideriamo legittimo e cosa invece non lo è.
Usate software specifiche per riconoscere i contenuti AI?
Siamo noi gli AI detectors! E ci sono diversi astrofotografi a cui chiediamo consulenza, compreso uno dei miei studenti. Quando non siamo sicuri, gliele sottoponiamo.
Come si sceglie, alla fine, l’immagine del giorno, in mezzo a tutte quelle candidature? C’è un piano editoriale e con quanto anticipo?
A volte decidiamo con qualche giorno d’anticipo, a volte qualche settimana, così anche da preparare le didascalie con il tempo necessario, e per dare il tempo ai nostri operatori mirror di fare le traduzioni. Molte ci volte capita di aspettare perché sappiamo che arriverà qualcosa di buono, come nel caso dell’eclissi totale di sole in Spagna, o della cosiddetta Luna del raccolto. In quei casi attendiamo di vedere cosa arriva. Insomma, ci sono una modalità più lenta e una veloce.
Come sta cambiando il progetto oggi?
Io e Jerry abbiamo cominciato che avevamo una trentina d’anni e ora ne abbiamo più di sessanta, la pagina è molto apprezzata, quindi in molti alla NASA ci chiedono quale sia il nostro piano di successione. Jerry il prossimo anno andrà in pensione, io non ancora, ma abbiamo portato a bordo due nuovi editor per darci una mano e portare avanti il lavoro. Sono entrambi PhD in Astrofisica e sono quindi in grado di capire perché un’immagine è importante e di spiegarla: Cecilia Chirenti e Keighley Rockcliffe ci aiutano già dall’inizio del 2026 e stanno portando nuove energie e punti di vista. Non siamo mai stati tutti insieme contemporaneamente nella stessa stanza: le nostri riunioni le facciamo ogni lunedì pomeriggio via Zoom!
In che direzione sta andando l’astrofotografia oggi?
Quella amatoriale sta continuando a migliorare, grazie anche alla qualità dei telescopi, ai prezzi sempre più accessibili e alla loro diffusione rispetto a un tempo – anche in quelle zone per esempio di Africa o Stati Uniti, dove c’è minor inquinamento luminoso. I telescopi professionali di NASA o ESA monitorano solo alcune parti di cielo e, anche se grazie a Rubin ed Euclid stiamo ampliando lo sguardo, gli amatori ci permettono di coprire porzioni dove non arriveremmo, offrendoci immagini e dettagli che altrimenti non esisterebbero. Alcune immagini sono delle vere e proprie opere d’arte, eppure è scienza! Quindi è un momento fantastico per l’astrofotografia.
Queste immagini possono quindi contribuire a studi e ricerche ufficiali?
Sì, e uno dei miei studenti sta creando dei programmi che processano le immagini amatoriali su cui ancora non ci sono studi per analizzarle. Magari i fotografi non si rendono conto che stanno svelando informazioni che ancora non sono note al mondo scientifico. Una delle cose che amo dell’astronomia e dell’astrofotografia è che tutti vediamo lo stesso cielo, è qualcosa che unisce tutta l’umanità ed è uno dei temi principali dell’International Astronomical Union. APOD cerca di dare spazio a immagini che provengono da tutto il mondo, perché il cielo è di tutti, non importano la politica o qualsiasi altro tipo di divisione.