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21 Aprile 2026
11:00

Dalla coppa del motore alla rigenerazione: ecco cosa succede all’olio motore esausto

In quanto a rigenerazione dell’olio motore esausto, l’Italia è prima in Europa, rigenerando il 98% dell’olio minerale raccolto, contro il 61% della media UE.

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Avete presente quel liquido scuro e denso che vedete colare nel fusto del meccanico quando andate a fare il tagliando? Quello è l’olio motore esausto: “esausto” perché dopo mesi trascorsi tra le pareti d'acciaio roventi del motore, questo lubrificante si è degradato e contaminato al punto da non poter più compiere il suo lavoro. Ma vi siete mai chiesti che fine fa una volta fuoriuscito dall’automobile?

Se state pensando che finisca in discarica o in qualche barile accatastato nel retro dell'officina, siete fuori strada: in Italia, infatti, da oltre 40 anni è stato sviluppato un sistema di recupero e rigenerazione altamente all’avanguardia, con cui l’olio da rifiuto torna a essere un lubrificante pronto a ricominciare il ciclo.

Solo nel 2024 abbiamo raccolto circa 188.000 tonnellate di questo rifiuto, ma non è questo il dato più incredibile: in Italia infatti riusciamo a rigenerarne il 98%, contro una media europea che si ferma appena al 61%.

Cos’è l’olio motore e perché si “esaurisce”

Per capire perché quel liquido è così prezioso, dobbiamo guardare alla sua composizione chimica. L’olio lubrificante è una miscela complessa di idrocarburi, ovvero molecole formate esclusivamente da atomi di idrogeno e carbonio, organizzate in lunghe catene o strutture cicliche che conferiscono al fluido viscosità e resistenza. A queste si aggiunge un 10-15% circa di additivi chimici che ne potenziano le prestazioni.

Tutto ha origine nelle profondità della terra. Attraverso la raffinazione del petrolio greggio, si separano diverse frazioni in base al punto di ebollizione: l’olio minerale si ricava dalle frazioni più pesanti, poi purificato da zolfo e metalli pesanti per ottenere un fluido capace di resistere ad alte temperature e pressioni. La sua missione è vitale: generare un velo protettivo sottilissimo che impedisca l’attrito tra le parti metalliche del motore.

Ma è proprio svolgendo questo lavoro che l’olio si deteriora. All’interno del motore il lubrificante subisce stress continui: temperature superiori a 100 °C (arrivando anche a circa 250 – 300 °C quando passa vicino alle fasce elastiche dei pistoni o nella turbina), contatto costante con l’ossigeno dell’aria, residui della combustione e infiltrazioni di carburante. In queste condizioni, le catene di idrocarburi si rompono, si formano molecole più pesanti e più leggere, si generano acidi corrosivi e si accumulano depositi organici e metallici. Il risultato è un olio “esausto”: incapace di lubrificare e, per di più, pericoloso e cancerogeno perché durante la permanenza in motore si arricchisce di IPA (idrocarburi policiclici aromatici) dovuti ai residui della combustione, e di metalli pesanti a causa dell’usura delle parti meccaniche del motore.

Perché l’olio esausto è così pericoloso per l’ambiente

Se finisse nell’ambiente, i danni potrebbero essere molto elevati. Ad esempio, nei fiumi, nei laghi e nei mari, creerebbe una pellicola superficiale sottilissima ma devastante: pensate che il semplice cambio d’olio di un’automobile (circa 4 kg di olio esausto) potrebbe ricoprire quasi un ettaro di superficie acquatica con una pellicola che blocca l’ossigenazione dell’acqua, condannando la flora e la fauna sottostante.

Ecco perché l’olio esausto rientra tra i rifiuti speciali pericolosi e non può essere smaltito liberamente. Ma è proprio qui che il suo viaggio prende una strada inaspettata.

Come funziona la raccolta: una filiera capillare

Il gesto quotidiano del cambio d’olio in officina è l’inizio di una filiera industriale di eccellenza. In Italia, oltre 103.000 siti producono questo rifiuto: piccole officine di quartiere, grandi flotte aziendali, industrie manifatturiere. Ogni giorno, una flotta di automezzi specializzati percorre il territorio per prelevare l’olio esausto — gratuitamente — da questi punti di raccolta.

Solo nel 2024, questa operazione capillare ha permesso di raccogliere 188.000 tonnellate di olio. Il sistema è così efficiente da intercettare quasi il 100% dell’olio che è tecnicamente possibile recuperare.

Ma raccogliere non basta: ogni carico viene analizzato in laboratori dedicati per verificarne la qualità e determinare la strada migliore per il recupero. Solo dopo aver superato questi controlli, l’olio può proseguire verso la fase più straordinaria del suo percorso.

Il processo di rigenerazione: non un semplice filtraggio, ma una rinascita chimica

Negli impianti di rigenerazione non avviene un semplice filtraggio per togliere lo sporco: è una vera e propria “ri-nascita” molecolare.

L’olio usato viene inserito in alte colonne di distillazione dove, sfruttando il vuoto e alte temperature, le molecole vengono separate in base alla loro dimensione e peso: l’acqua e i residui di carburante evaporano e vengono rimossi, mentre le frazioni medie e pesanti vengono isolate.

La fase più delicata è la finitura: nella maggior parte dei casi si utilizza idrogeno ad alta pressione per eliminare, molecola per molecola, le ultime impurità e sostanze inquinanti — zolfo, metalli, composti organici degradati. Il risultato è un olio base rigenerato che possiede le stesse proprietà chimiche e fisiche di quello prodotto direttamente dalla raffinazione del petrolio vergine.

I numeri del processo sono notevoli: per ogni 100 kg di olio esausto che entrano nell’impianto, ne escono circa 67 kg di base purissima pronta a tornare sul mercato, più altri 25 kg di sottoprodotti utili come bitume e gasoli, che possono sostituire quelli ottenuti dalla raffinazione del petrolio.

L’Italia prima in Europa: i numeri dell’eccellenza

L’Italia rigenera il 98% dell’olio esausto raccolto. Un dato che ci colloca ai vertici europei e mondiali: la media europea si ferma al 61%, mentre negli Stati Uniti la rigenerazione avviene solo per il 50% dell’olio raccolto.

A coordinare questo sistema è CONOU, il Consorzio Nazionale degli Oli Minerali Usati, che gestisce e supervisiona l’intera filiera, dalla raccolta alla rigenerazione.

L’impatto ambientale di tutto ciò è enorme: grazie al riciclo si evita l’immissione in atmosfera di oltre 90.000 tonnellate di CO₂ equivalente all’anno, con un impatto sul riscaldamento globale inferiore del 45% rispetto alla raffinazione tradizionale. La rigenerazione permette inoltre di abbattere l’uso di combustibili fossili dell’ 85% e di risparmiare circa 49 milioni di metri cubi d’acqua, quella che estrazione, trasporto e raffinazione del petrolio vergine richiederebbero.

Quindi, la prossima volta che vedete il meccanico svuotare la coppa dell’olio, ricordatevi che quel liquido scuro non è arrivato al capolinea: sta solo ricominciando il suo viaggio.

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Veronica Miglio
Storyteller
Innamorata delle parole sin da bambina, ho scelto il corso di lingue straniere per poter parlare quante più lingue possibili, e ho dato sfogo alla mia vena loquace grazie alla radio universitaria. Amo raccontare curiosità randomiche, la storia, l’entomologia e la musica, soprattutto grunge e anni ‘60. Vivo di corsa ma trovo sempre il tempo per scattare una fotografia!
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