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18 Ottobre 2026
16:30

Il concetto di tempo circolare e lineare: in alcune culture gli eventi non procedono “in avanti”

Il tempo non è ovunque una linea verso il futuro. Dai Nuer ai Maya, passando per mito e ritualità, l'antropologia mostra temporalità fatte di cicli, ritorni e sovrapposizioni, in cui passato, presente e futuro assumono significati diversi.

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Il concetto di tempo circolare e lineare: in alcune culture gli eventi non procedono “in avanti”
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Il tempo circolare (o ciclico) è una visione per cui gli eventi procedono secondo cicli eterni e infiniti. Un meccanismo diverso da quello lineare. Noi siamo abituati a pensare il tempo come una linea. Alle nostre spalle c'è il passato, davanti a noi il futuro: gli anni avanzano, le persone "vanno avanti", le società progrediscono e ciò che è accaduto non può tornare. Persino il linguaggio tradisce questa geometria: perdiamo tempo, guadagniamo tempo, siamo in ritardo o in anticipo. Eppure, dal punto di vista sociologico, questa rappresentazione non è naturale né universale.

Il tempo non è soltanto una grandezza fisica misurata dagli orologi, ma anche una costruzione sociale e culturale attraverso cui gli esseri umani organizzano attività, memoria, relazioni e aspettative. Nel suo "The Anthropology of Time" (1992), l'antropologo Alfred Gell mette in discussione proprio la facile opposizione tra un Occidente dominato dal tempo lineare e società tradizionali immerse in un eterno presente ciclico, in cui gli eventi si ripetono come si ripetono le stagioni.

Le due forme possono infatti coesistere: una società può registrare successioni storiche e, contemporaneamente, organizzare parti fondamentali della propria esperienza attraverso stagioni, genealogie, raccolti o rituali ricorrenti. A cambiare, dunque, non è necessariamente lo scorrere del tempo, ma il modo in cui gli esseri umani gli attribuiscono significato. La domanda diventa allora più interessante: che cosa accade quando il passato non è pensato semplicemente come qualcosa che ci lasciamo alle spalle, ma come qualcosa che può ritornare?

Quando il tempo è ciclico e non lineare: mito, rito e rigenerazione

Una delle interpretazioni più influenti della temporalità ciclica è quella proposta dallo storico delle religioni Mircea Eliade in "Il mito dell'eterno ritorno" (1949). Studiando differenti tradizioni religiose, Eliade osservò come determinati rituali non servissero semplicemente a ricordare un evento passato: attraverso la loro ripetizione, potevano riattualizzare simbolicamente il tempo delle origini. Una festa di rinnovamento, un rito stagionale o la ripetizione di un gesto attribuito agli dei permettevano alla comunità di ricondurre il presente a un momento fondativo.

L'anno nuovo, in questa prospettiva, non rappresenta soltanto un altro punto più avanti sulla linea cronologica: può diventare una rigenerazione, la possibilità simbolica di ricominciare. É ciò che Eliade descrive attraverso l'idea dell'"eterno ritorno". La sua teoria è stata successivamente criticata per la tendenza a riunire realtà storiche e culturali molto differenti sotto categorie troppo ampie come quella di società "arcaiche".

Rimane però centrale una delle sue intuizioni: ripetizione non significa necessariamente immobilità. Un rito può ripetersi ogni anno e acquisire ogni volta un significato differente, perché sono cambiate le persone e le circostanze nelle quali viene celebrato.

Il tempo circolare, dunque, non è necessariamente un cerchio perfetto che ritorna sempre allo stesso punto: può essere immaginato piuttosto come una spirale, nella quale qualcosa ritorna pur senza essere mai completamente identico a cil che era prima.

Dalle lancette alle attività umane: i Neur

Un esempio divenuto classico nell'antropologia del tempo proviene dal lavoro di Edward Evan Evans-Pritchard tra i Nuer dell'attuale Sud Sudan. In "The Nuer" (1940), l'antropologo distingue tra tempo ecologico e tempo ecologico e tempo strutturale. Il primo nasce dal rapporto fra comunità e ambiente: l'alternanza delle stagioni, le piogge, gli spostamenti del bestiame e le attività necessarie alla sussistenza scandiscono l'anno.

Il secondo riguarda invece le relazioni sociali, le generazioni e l'organizzazione dei gruppi. Ciò che rende particolarmente interessante questa etnografia è il fatto che il tempo ecologico non viene descritto semplicemente come una quantità astratta e omogenea che procede indipendentemente dalle persone: acquisisce significato attraverso ciò che le persone fanno. Le variazioni stagionali ritornano e con esse ritornano determinate attività; il futuro è quindi in parte riconoscibile perché incorpora sequenze già sperimentate.

Evans-Pritchard definisce esplicitamente ciclico questo movimento ecologico. Sarebbe però sbagliato dedurne che i Nuer non concepiscano la successione o il cambiamento: le persone nascono, invecchiano e modificano la propria posizione nella struttura sociale. Linea e ciclo possono quindi sovrapporsi. Il caso Nuer mostra soprattutto che l'orologio non costituisce l'unico strumento attraverso cui gli esseri umani possono organizzare la durata.

Una domanda apparentemente universale come "che ore sono?" può essere meno significativa di un'altra: che cosa sta accadendo, e quale attività è il momento di svolgere?

I Maya: cicli dentro altri cicli

Poche civiltà mostrano la complessità di questa relazione meglio delle società maya. Il loro tempo non era semplicemente un cerchio che ricominciava ogni anno, ma un sofisticato sistema di cicli calendrici sovrapposti, connessi all'osservazione astonomica, alla vita agicola, al potere politico e alla dimensione rituale.

Gli studi dell'archeo-astronomo Anthony Aveni hanno mostrato la complessità di questi sistemi: accanto al calendario solare di 365 giorni esisteva un ciclo rituale di 260 giorni, mentre altri sistemi permettevano di registrare periodi molto più lunghi.

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Stele di pietra, El Asintal, Retalhuleu, Guatemala. Credits: Simon Burchell.

La cosiddetta Long Count, spiegata all'interno di "Aveni, Mesoamerican Calendars and Archaeoastronomy" (2012), dimostra infatti perché sia riduttivo affermare semplicemente che "i Maya concepivano il tempo come circolare": gli eventi potevano essere collocati all'interno di successioni cronologiche estremamente estese.

Il tempo emerge così non come una singola linea o un singolo cerchio, ma come una pluralità di ritmi che si intersecano. Ed è forse questa l'immagine più utile per comprendere anche il nostro rapporto con il tempo. La nostra biografia procede senza poter tornare indietro, ma contemporaneamente viviamo attraverso settimane, stagioni, compleanni, anniversari e ricorrenze. L'antropologia suggerisce quindi qualcosa di più complesso dell'opposizione fra società "lineari" e "circolari": gli esseri umani costruiscono differenti architetture temporali per rendere intelligibile il cambiamento. E talvolta, per comprendere dove stiamo andando, abbiamo bisogno di ritornare.

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