
Tutti hanno in mente il disastro nucleare di Chernobyl e con il tempo i media – come la serie tv omonima – hanno messo in risalto una figura molto particolare: quella del liquidatore. Come vedremo, i liquidatori sono coloro che furono incaricati di arginare i danni, raffreddando il reattore, rimuovendo i rifiuti contaminati e realizzando in un secondo momento il sarcofago protettivo. Ma quante persone hanno dovuto vestire i panni del liquidatore? E quali sono state le conseguenze sulla loro salute?
Chi erano i liquidatori?
Esistono diverse definizioni per rispondere a questa domanda, anche se credo che una tra le più efficaci sia stata fornita durante la conferenza internazionale del 1996 One Decade After Chernobyl: Summing up the consequences of the accident. I liquidatori vengono così definiti:
Persone registrate come coinvolte in attività relative all'attenuazione delle conseguenze dell'incidente. Ciò include le persone che hanno partecipato alle operazioni di pulizia dopo l'incidente (compresa la pulizia intorno al reattore, la costruzione del sarcofago, la decontaminazione, la costruzione di strade e la distruzione e il seppellimento di edifici, foreste e attrezzature contaminati), nonché molte altre persone che hanno lavorato nei territori designati come "contaminati".
In altre parole, con questo termine ci si riferisce a pompieri, operai, militari, personale della centrale nucleare e anche civili che, nelle ore e nelle settimane successive al disastro, lavorarono nei pressi della centrale di Chernobyl. Ma i liquidatori, oltre ad avere competenze diverse, intervennero anche in tempi diversi e ciò, come ora vedremo, è fondamentale per comprendere la quantità di radiazioni a cui furono esposti.
A quante radiazioni furono esposti: le conseguenze
Come anticipato, possiamo suddividere il lavoro dei liquidatori in tre macro-fasi, ciascuna delle quali caratterizzata da una certa esposizione alle radiazioni.
Fase 1
All'interno di questa prima fase rientrano tutti coloro che furono chiamati sul luogo del disastro nelle ore immediatamente successive al disastro, come ad esempio i pompieri e il personale della centrale. Come è facile intuire questo è stato il gruppo di liquidatori maggiormente esposto al rischio, sia perché non erano ancora state installate schermature, sia perché erano presenti radionuclidi a vita breve. Questi, semplificando, sono atomi che hanno un tempo di dimezzamento molto breve ma, d'altra parte, emettono grandi quantità di radiazioni ionizzanti.
Per tutti questi motivi si stima che la maggior parte dei liquidatori in questa fase sia stata esposta a dosi superiori ai 120 mSv, anche se sono stati registrati valori estremi fino a 16 mila mSv (dati Nuclear Energy Agency riferiti principalmente al personale presente nella centrale al momento del disastro). Questi numeri, detti così, potrebbero non rendere l'idea. Considerate che oggi il limite di dose annuale per un lavoratore è solitamente di 20 mSv. Questi uomini ricevettero in pochi giorni una dose fino a 800 volte superiore al limite annuo moderno.
Attenzione: i valori di radiazioni appena riportati sono ricavati da report dell'epoca (spesso incompleti) e dai dosimetri in dotazione ai liquidatori… il problema è che solamente il 2-3% di loro ne aveva uno da indossare. Come vedremo, un problema simile lo si ha per il numero di liquidatori che, ancora oggi, è incerto. Per questo motivo i valori qui presentati sono da prendere con le pinze e da considerare più come stime che come dati verificati al 100%.
Fase 2
La seconda fase abbraccia un intervallo di tempo più grande e va dall'evacuazione del centro abitato di Pripyat al termine dei lavori per la realizzazione del primo sarcofago, ultimato nel novembre di quell'anno. In questo caso la dose media di radiazioni è più bassa, attorno ai 100 mSv, anche se alcuni lavoratori a stretto contatto con il nucleo fuso (detto anche corium, in gergo) furono esposti a una quantità di radiazioni comparabili a quella della fase 1.
Fase 3
Questa è considerata l'ultima delle fasi in cui furono coinvolti i liquidatori e va dal termine dei lavori per il primo sarcofago alla dissoluzione dell'URSS nel 1991, quando i lavori di pulizia furono divisi tra Russia, Bielorussia e Ucraina. Durante questo periodo, le attività si spostarono verso la gestione a lungo termine e la stabilizzazione del sito. In questo caso, anche grazie al sarcofago, le condizioni di sicurezza erano migliori.
Per questo motivo viene stimata una dose media di 40 mSv, che scende a circa 15 mSv per coloro che lavorarono qui dal 1990 in poi.
Dalle 200.000 alle 600.000 unità: i numeri
Uno tra i punti più critici di tutta la vicenda è riuscire a dire quanti siano stati i liquidatori coinvolti. Secondo quanto riportato da Leonid Ilyin all'interno del saggio Chernobyl: myth and reality, ci sarebbero stati tra i 300 e i 320 mila liquidatori. Di altra opinione invece un report dell'OECD Nuclear Energy Agency che riporta un valore "fino a 800 mila". Altre fonti citano circa 200.000 unità per il periodo 1986-1987 o circa 600.000 complessive. Questa discrepanza è causata da imprecisioni terminologiche, errori di traduzione e dal conteggio errato di civili evacuati insieme ai lavoratori addetti alla bonifica.
Concentrandoci invece solo sul numero di decessi, il fisico James Mahaffey nel suo volume Atomic Accidents ha confermato che dei 127 casi di avvelenamento acuto da radiazioni (ARS), 31 liquidatori persero la vita entro tre mesi dal disastro, mentre altri 19 morirono in seguito per cause legate all'esposizione a radiazioni. Secondo l'UNSCEAR, invece, le morti immediata sarebbero 29, più altre 19 fino al 2004 – anche se non tutte strettamente legate all'ARS. Per una stima più ampia delle morti dirette, si considerano tra i 49 e i 65 decessi, includendo ad esempio un disperso e i 4 membri di un elicottero precipitato durante le operazioni.
Tuttavia, esistono stime a lungo termine molto più elevate: Chernobyl Children International parla di almeno 40.000 morti nell'arco di un decennio, mentre altre analisi suggeriscono che circa un quinto dei liquidatori (pari a circa 166.000 persone) sia deceduto entro il 2005. Tuttavia, la comunità scientifica sottolinea come sia difficile confermare tali dati, poiché per la vasta maggioranza dei liquidatori (cioè quelli della fase 3) le dosi di radiazioni ricevute furono paragonabili a quelle dei normali lavoratori del settore nucleare, rendendo gli effetti sulla salute difficilmente identificabili in studi epidemiologici su larga scala – come riportato nel paper Chernobyl Liquidators. The People and the Doses.