
A 40 anni dal disastro di Chernobyl, l'incidente nucleare più grave della storia non smette di far parlare di sé. Dalla realizzazione del New Safe Confinement alle specie animali che hanno trasformato la zona di esclusione in un'enorme riserva naturale, questo territorio unico al mondo è ancora in grado di porre sfide e interrogativi a quattro decenni di distanza. Ma quanto è sicura oggi l'area? Ed è vero che gli animali sono tornati a vivere in queste terre? Per capire meglio la situazione dobbiamo partire dai giorni immediatamente successivi al disastro e alla realizzazione del primo sarcofago protettivo.
I sarcofaghi di Chernobyl
Il primo sarcofago fu costruito in fretta e furia nel 1986, direttamente sopra il reattore numero 4 che conteneva – e contiene tuttora – 220 tonnellate di materiale altamente radioattivo. Questa struttura fu realizzata dai liquidatori impiegando 400.000 metri cubi di cemento e oltre 7000 tonnellate d’acciaio.
Il sarcofago era efficace, ma provvisorio: era sigillato male e quindi l’acqua si infiltrò iniziando a corrodere il reattore. Così nel 2019 è stato inaugurato il secondo sarcofago, il New Safe Confinement: una struttura ad arco alta 109 metri, lunga 162 metri e larga 257, finanziata da 45 paesi, che è stata costruita a distanza di sicurezza e poi fatta scorrere su binari sopra il vecchio sarcofago. Il telaio in acciaio è dotato di una membrana che garantisce la chiusura ermetica con la struttura originale per evitare la dispersione di polveri. Al suo interno è installato anche un sistema di ventilazione e climatizzazione per il controllo costante di umidità e temperatura. La struttura è progettata per resistere a terremoti fino a magnitudo 6,0 e a brusche variazioni climatiche.
Il disastro però non coinvolse unicamente l’area immediatamente attorno a Chernobyl ma il materiale radioattivo andò a coprire una zona molto ampia. Proprio per questo il governo sovietico prima, e quello ucraino poi, stabilirono delle zone di esclusione: cioè aree all'interno delle quali la presenza umana era proibita.
La zona di esclusione
La zona di esclusione è cambiata nel tempo. Inizialmente aveva un raggio di 30 km attorno alla centrale, ma presto si capì che non era sufficiente. Oggi, considerando sia la parte ucraina che quella bielorussa, l'area totale supera i 4.300 km² ed è suddivisa in quattro zone con livelli crescenti di restrizione man mano che ci si avvicina alla centrale. Gli hotspot più pericolosi chiaramente si trovano direttamente sotto il reattore fuso – un'area che i liquidatori hanno soprannominato “piede di elefante”, dal nome della forma assunta dal corium solidificato. In quella zona specifica i livelli di radiazione rimangono letali ancora oggi, raggiungendo anche i 100 mSv/anno. Ed è proprio per questo che è stato realizzato il sarcofago.
Nelle zone esterne, quelle più lontane, la situazione invece è molto diversa: parliamo di valori attorno ai 6 mSv/anno, quindi circa 16 volte inferiori. Ma in tutta questa storia c’è un aspetto davvero straordinario che ancora non abbiamo citato: togliendo l'essere umano dall'equazione, le autorità hanno involontariamente creato una delle più grandi riserve naturali d'Europa.
Gli animali di Chernobyl
Negli ultimi decenni non solo è aumentata la vegetazione ma anche gli animali sono tornati a vivere qui. Questo è stato possibile, in parte per il decadimento naturale dei radionuclidi e in parte per la diluizione ambientale, ovvero quel processo per cui parte della radioattività depositata è stata dilavata dagli agenti atmosferici…. anche se questo non significa che l'area sia ora priva di radioattività. Altrimenti anche noi umani saremmo tornati a vivere lì. E infatti gli animali che vivono lì sono direttamente interessati dalle radiazioni: ad esempio le cimici rossonere qui hanno dei pattern di colori irregolari, oppure le rondini hanno più tumori e colorazioni anomale rispetto alle popolazioni di controllo.
Tuttavia resta da capire se queste condizioni siano proibitive per lo sviluppo di una popolazione oppure no. Da una parte ci sono ricercatori come Anders Møller e Timothy Mousseau la cui posizione è che le radiazioni stiano colpendo in maniera pesante le popolazioni di animali di Chernobyl, facendole soffrire e causando una costante diminuzione dei loro numeri. Dall’altra parte ci sono invece studi, come quelli di T.G Deryabina che presentano un quadro opposto, con popolazioni che si stanno riproducendo con successo. In alcuni studi, come quello di Galván et al. del 2014, pare addirittura che alcune specie potrebbero mostrare segnali precoci di adattamento evolutivo alle radiazioni – anche se è ancora presto per dirlo con certezza.
Quale dei due schieramenti ha ragione? Al momento è difficile dirlo, la comunità scientifica è spaccata. E questo perché la situazione che si è venuta a creare a Chernobyl negli ultimi 40 anni è unica ed estremamente complicata, e perciò serviranno molti altri studi prima di arrivare ad una conclusione che metta tutti d’accordo. Bene. A questo punto direi che abbiamo sciolto tutti i principali nodi relativi al disastro di Chernobyl, da quel 26 aprile a oggi. E quello che manca da vedere è proprio questo: qual è oggi la situazione per quanto riguarda la radioattività? E l’essere umano tornerà mai ad abitare la zona di esclusione in futuro?
Il problema della radioattività oggi
Per quanto riguarda il ripopolamento, in realtà questo è già in corso. In Bielorussia ad esempio dal 2010 alcune zone, come le regioni di Gomel e Mogilev, si stanno progressivamente ripopolando, visto che le analisi hanno registrato livelli di radioattività compatibili con l’insediamento stabile. Ma si tratta di regioni più periferiche: le aree più vicine a Chernobyl sono ancora offlimits. Tra l’altro, a peggiorare ulteriormente la situazione, c’è il conflitto con la Russia, ancora in corso. Il passaggio di mezzi pesanti, ad esempio, ha ri-mobilitato negli ultimi anni Cesio-137 che nei decenni si era depositato nei suoli. Ma non solo: il 14 febbraio del 2025, alle ore 1:50 di notte, il sarcofago è stato colpito da un drone equipaggiato con una carica esplosiva – anche se fortunatamente questo non ha comportato un aumento nei valori di isotopi radioattivi nella zona. A fronte di tutto questo: l’essere umano tornerà mai a popolare stabilmente queste terre?
La risposta è complessa e si scontra con la dura realtà della fisica nucleare, visto che alcuni isotopi hanno emivite lunghissime.
Infatti è vero che esistono sistemi di bonifica, ma applicarli su una scala così grande è molto complesso, e soprattutto costosissimo. Per questo motivo, lo scenario più realistico per il prossimo futuro non è quello di una rinascita urbana, ma di un santuario radioattivo: una zona dominata dalla natura selvaggia, visitabile solo con permessi speciali e per tempi estremamente limitati.