
Le figure retoriche sono strumenti fondamentali per rendere vivo il linguaggio, donandogli espressività ed efficacia. Non appartengono solo alla poesia o ai libri di scuola: vivono nella lingua di tutti i giorni, nelle canzoni, nei social, nei discorsi pubblici. Tra le più frequenti in italiano troviamo metafora, similitudine, anàfora, iperbole e ossimoro. A queste si affiancano spesso anche metonimia, litote, personificazione, antitesi e onomatopea, che contribuiscono a dare ritmo e sfumature di significato al testo. Proponiamo una spiegazione di queste dieci fondamentali figure retoriche con esempi tratti dalla letteratura italiana e dalla musica:
Metafora
La metafora è forse la figura retorica più diffusa. Funziona perché sostituisce una parola con un’altra sulla base di una somiglianza implicita, senza spiegare il paragone. Non dice che due cose sono simili: le fa coincidere. Quando si dice "mi hai spezzato il cuore", nessuno immagina una frattura fisica, eppure l’immagine rende immediatamente la profondità del dolore.

In letteratura, la metafora diventa uno strumento per dare forma ai grandi temi dell’esistenza: nella poesia X Agosto di Giovanni Pascoli, le stelle cadenti sono metafora delle lacrime di San Lorenzo, trasformando un fenomeno astronomico in un pianto cosmico per la morte del padre del poeta. Anche nella musica contemporanea la metafora è ovunque: in Il cerchio della vita di Elton John la vita viene paragonata a una "giostra" che gira inarrestabile, rinasce in un fiore eterno, trasformando il ciclo esistenziale in un movimento perpetuo e interconnesso. La forza della metafora sta proprio qui: rendere visibile ciò che non si può toccare.
Similitudine
La similitudine lavora in modo simile, ma con maggiore trasparenza. Qui il confronto viene dichiarato apertamente, grazie a parole come "come", "sembra", "simile a". Dire che qualcuno "corre veloce come il vento" guida l’immaginazione in modo diretto, senza lasciare spazio all’interpretazione implicita.

In poesia, la similitudine diventa uno strumento di grande intensità. Giuseppe Ungaretti in Soldati scrive:
Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie
Con un unico e semplice paragone riesce a rendere concreta la fragilità della vita in guerra. Anche nei testi musicali formule come "bella come una mattina d'acqua cristallina" – da Bella di Jovanotti – servono a dare forma a stati emotivi complessi, rendendoli immediatamente percepibili.
Anafora
Un effetto completamente diverso nasce dall’anafora, che si basa sulla ripetizione. Quando la stessa parola o espressione ritorna all’inizio di frasi o versi consecutivi, il discorso acquista ritmo, forza, insistenza. Nella lingua di tutti i giorni, frasi come “tu lo sapevi, tu lo volevi, tu lo hai scelto” creano una struttura quasi musicale.
La poesia ha sempre sfruttato questo espediente per rafforzare emozioni e immagini, mentre nella musica contemporanea, soprattutto nel rap, la ripetizione iniziale diventa uno strumento identitario, un modo per imprimere un concetto nella memoria di chi ascolta. L’anafora funziona perché il cervello riconosce il pattern e lo trattiene. Un esempio tra i più celebri si trova all’inizio dell’Inferno di Dante Alighieri, nel terzo canto. Sulla porta dell’Inferno si legge:
Per me si va nella città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente
Quel "per me si va" ripetuto tre volte rievoca qualcosa di inevitabile e solenne: sembra il passo di chi entra senza possibilità di ritorno, scandisce l’idea di un destino ormai segnato.

Esiste anche una figura retorica opposta, meno evidente ma altrettanto efficace, l’epifora. In questo caso la ripetizione non sta all’inizio, ma alla fine di frasi o versi consecutivi. L’effetto è diverso: non apre, ma chiude, lascia un’eco. È come se ogni frase arrivasse allo stesso punto e lì si fermasse, creando una sensazione di accumulo e di sigillo finale. In E penso a te di Lucio Battisti la frase "e penso a te, e penso a te, e penso a te" torna più volte con una semplicità disarmante. Non serve aggiungere altro: quella ripetizione rende perfettamente l’idea di un pensiero fisso, insistente, quasi involontario. È proprio questo il potere dell’anafora e dell'epifora: trasformare una frase in un’ossessione gentile, qualcosa che continua a tornare, proprio come i pensieri quando non vogliono andare via.
Iperbole
Se l’anafora insiste, l’iperbole esagera. È la figura dell’eccesso intenzionale, quella che spinge la realtà oltre il verosimile per comunicare l’intensità di un’emozione. Dire "ci ho messo una vita ad arrivare" oppure "sto morendo dal ridere" non significa descrivere un fatto, ma trasmettere la portata di una sensazione. In una delle sue poesie più famose, Eugenio Montale scrive:
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino
L’espressione "un milione di scale" non va presa alla lettera: è un’esagerazione evidente, che serve a restituire la sensazione di una vita intera trascorsa insieme, fatta di gesti quotidiani, di abitudini condivise, di una presenza diventata naturale. L’iperbole numerica non parla di quantità reale, trasforma un gesto semplice in un simbolo del tempo vissuto insieme e rende ancora più profonda la percezione della perdita.

Anche nella musica contemporanea l’iperbole continua a funzionare proprio perché riesce a dare misura all’intensità delle emozioni. In Magmamemoria di Levante l'affermazione ripetuta "Tu non muori mai" racconta qualcosa di molto umano, cioè la persistenza di un ricordo che non si spegne.
Ossimoro
Un’altra figura molto frequente è l’ossimoro, che accosta due parole dal significato opposto creando una tensione interna. Espressioni come “silenzio assordante” o “caos organizzato” funzionano proprio perché mettono insieme elementi incompatibili. Un esempio molto efficace di ossimoro si trova nella poesia Il tuono di Giovanni Pascoli, inclusa nella raccolta Myricae. In questa compare l'espressione "bianca bianca nel tacito tumulto". Il poeta accosta due parole che sembrano escludersi a vicenda: tacito, che richiama il silenzio, e tumulto, che invece suggerisce movimento, agitazione e rumore. L’effetto è quello di un’attesa sospesa, tipica dei momenti che precedono un temporale: tutto sembra immobile e silenzioso, ma sotto quella quiete si percepisce una tensione pronta a esplodere.
Anche nella musica l’ossimoro funziona perché sa raccontare le contraddizioni dei sentimenti. Un esempio entrato nell’immaginario collettivo è il titolo della celebre canzone di Claudio Baglioni, Questo piccolo grande amore. I due aggettivi attribuiti all'amore, piccolo e grande, convivono in apparente contrasto, ma proprio questa unione restituisce il senso dell’esperienza raccontata: un amore nato in modo semplice, quasi fragile, eppure capace di lasciare un segno enorme nella memoria e nella vita. È proprio questo il potere dell’ossimoro: dare forma a quelle emozioni che non stanno mai in una sola misura, ma vivono sempre tra due estremi.
Metonimia
Diversa è la logica della metonimia, che non si basa sulla somiglianza ma sulla vicinanza concettuale. Una parola viene sostituita da un’altra legata a essa da un rapporto concreto: il contenitore per il contenuto, l’autore per l’opera, il luogo per ciò che rappresenta. Quando si dice "ho bevuto un bicchiere" o "ascolto Chopin", il significato reale è immediatamente chiaro.

Un esempio classico di metonimia nella letteratura italiana si trova in A Silvia di Giacomo Leopardi, dove il poeta parla delle sue "sudate carte". Le carte – ovviamente – non sudano davvero, quel "sudate" richiama la fatica, l’impegno, le lunghe ore trascorse sui libri. È una metonimia costruita sul rapporto di causa ed effetto: il sudore, segno concreto dello sforzo, finisce per rappresentarlo.
Anche nella musica la metonimia viene usata spesso per esprimere emozioni difficili da definire direttamente. Nel celebre brano di Adriano Celentano L’emozione non ha voce, il titolo stesso funziona in questo modo. La "voce" non indica soltanto il suono o l’atto di parlare, ma la possibilità di esprimersi. Dire che l’emozione non ha voce significa raccontare quella sensazione che tutti conoscono: quando ciò che si prova è così intenso da non riuscire a trovare parole. Ancora una volta, un elemento concreto prende il posto di qualcosa di più ampio e astratto, permettendo di comunicare molto più di quanto sembri a prima vista.
Litote
La litote lavora per sottrazione. Consiste nell’affermare qualcosa negando il contrario, spesso per attenuare il tono o introdurre una sfumatura ironica. Dire "non è male" per indicare qualcosa di buono, oppure "non sei proprio puntualissimo", permette di esprimere un giudizio senza renderlo troppo diretto. Nella prosa novecentesca questa figura diventa una forma di eleganza che suggerisce più di quanto dica apertamente.
Un esempio di litote nell’immaginario musicale italiano si lega al mondo raccontato da Gianni Morandi in C’era un ragazzo che come me. Un’espressione come "non era bello, ma accanto a sé aveva mille donne" costruisce il senso proprio attraverso l’attenuazione: dire "non era bello" significa evitare un giudizio diretto e lasciare intendere, in modo più sfumato e quasi affettuoso, che il suo fascino non dipendeva dall’aspetto. La negazione del contrario diventa così un modo per suggerire che il carisma, l’energia o la personalità del ragazzo contavano più dell’estetica.

Nella letteratura la litote si trova ad esempio nei Promessi sposi di Alessandro Manzoni, quando l’autore scrive di don Abbondio che "non era nato con un cuor di leone". Anche qui la qualità viene espressa indirettamente: invece di definirlo apertamente codardo, si nega il tratto opposto, quello del coraggio in modo ironico.
Personificazione
Con la personificazione, invece, il linguaggio si anima. Oggetti, animali o concetti astratti ricevono caratteristiche umane: "il tempo vola", "la città dorme", "il destino chiama". Questa figura rende concreti elementi altrimenti difficili da visualizzare. In La pioggia nel pineto, Gabriele D’Annunzio trasforma la natura in un organismo vivo, dove la pioggia canta e le fronde sembrano partecipare alla scena.

Giosuè Carducci in Pianto antico scrive "Giugno lo ristora" (v. 12). Il mese di giugno non è soltanto un momento del calendario: agisce come un essere umano capace di prendersi cura, di dare sollievo e nutrimento alla pianta che soffre sotto il caldo e la siccità. La natura si anima, diventa soggetto attivo.
Anche nella musica italiana contemporanea la personificazione è uno strumento potente. In Fra milioni di stelle di Brunori Sas il mondo "si infiamma, si abbraccia, si scanna". Non è più uno sfondo neutro, ma un essere umano passionale. In questo modo, la canzone trasforma il mondo in un protagonista emotivo, rendendo visibili e palpabili le contraddizioni della vita e dei sentimenti.
Antitesi
L’antitesi costruisce invece il significato attraverso il contrasto. Accostando concetti opposti all’interno della stessa struttura, crea una tensione che rende il messaggio più incisivo. Espressioni come "tutto o niente" o "dal buio alla luce" funzionano perché mettono in scena due poli estremi. A differenza dell’ossimoro, qui l’opposizione non riguarda due parole unite ma l’intera struttura del pensiero.
Nella musica italiana contemporanea troviamo un'antitesi chiarissima in Parole in circolo di Marco Mengoni. Nei versi:
Libero, libero, libero, mi sento libero
canto di tutto quello che mi ha dato un brivido
e odio e ti amo e poi amo e ti odio
Mengoni gioca sui contrari per restituire l’intensità delle emozioni: amore e odio convivono nello stesso spazio, creando un effetto di tensione emotiva che riflette la complessità dei rapporti umani. L’antitesi qui amplifica la forza della dichiarazione.
Nella letteratura italiana un esempio di antitesi si trova in Dante Alighieri, nel canto XIII dell’Inferno viene così descritta la selva dei suicidi:
Non fronda verde, ma di color fosco;
non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti;
non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco.
Dante costruisce la scena attraverso una serie di opposti: verde/fosco, schietti/nodosi, pomi/tòsco. L’effetto è quello di un paesaggio che sembra vivo eppure è intrinsecamente infernale, dove la vita viene negata e sostituita dalla dannazione. L’antitesi intensifica la contrapposizione tra ciò che dovrebbe essere naturale e ciò che è corrotto, trasmettendo al lettore il senso di violenza e sofferenza che pervade il luogo.
Onomatopea
Infine, l’onomatopea riproduce rumori e sensazioni acustiche attraverso le parole: il "tic tac" dell’orologio, il "boom" di un’esplosione, il "driin" della sveglia. È una figura che coinvolge direttamente i sensi.

Un esempio di onomatopea nella letteratura italiana si trova nelle Novelle per un anno di Luigi Pirandello, precisamente in La disdetta di Pitagora. Qui il "toc toc" della sveglia non è solo un rumore: scandisce il risveglio meccanico del protagonista, trasformando il tempo in un ritmo ossessivo che domina la sua quotidianità.
Anche nella musica italiana l’onomatopea è molto efficace. "Ahia!" dei Pinguini Tattici Nucleari è un esempio molto efficace di onomatopea portata dentro la forma-canzone contemporanea. Nel brano, il termine "ahia" riproduce direttamente il suono spontaneo del dolore fisico, il verso che si emette quando si cade o ci si fa male, ma viene caricato anche di valore affettivo e memoriale: è il ricordo delle cadute infantili della ragazza amata, trasformato in immagine sonora di una sofferenza più profonda, quella della fine di una relazione.