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9 Gennaio 2026
17:30

L’Iran tra proteste e blackout: come si è arrivati a questo e perché Trump minaccia di intervenire

Inflazione, svalutazione e crisi energetica hanno acceso la miccia delle proteste che stanno scuotendo l'Iran dal 28 dicembre 2025. Washington intanto minaccia conseguenze se il regime dovesse usare violenza "letale" contro i manifestanti.

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L’Iran tra proteste e blackout: come si è arrivati a questo e perché Trump minaccia di intervenire
Intervista a Andrea Gaspardo
Analista Geopolitico
iran proteste

Iniziate lo scorso 28 dicembre 2025, non accennano a fermarsi le proteste antigovernative in Iran, tra il blackout di Internet a Teheran (e non solo, anche a Tabriz e nella città santa di Mashhad) e i canti di ribellione. Nonostante le linee telefoniche interrotte in tutto il Paese — come ha riferito anche l'organizzazione indipendente Netblocks che monitora in tempo reale la libertà di Internet e le interruzioni delle comunicazioni digitali a livello mondiale — le immagini delle folle scese tra le vie di più di 100 città iraniane sono arrivate ovunque sui social e sui canali televisivi in lingua persiana che hanno sede fuori dal Paese.

Secondo le fonti locali, inoltre, due membri delle Guardie Rivoluzionarie iraniane (forza armata incaricata di reprimere o gestire le proteste), più noti come "Pasdaran", sono stati uccisi a Kermanshah (Iran occidentale) in uno scontro con "elementi separatisti". Tra i manifestanti ci sarebbero già decine di morti, ma a causa della censura è difficile avere dati precisi a riguardo. Secondo l'ONG per la difesa dei diritti umani Iran Human Rights (Ihr), finora le forze di sicurezza iraniane avrebbero ucciso almeno 45 manifestanti, tra cui otto minori, mentre ci sarebbero almeno 2 mila arresti. Intanto, il presidente della Repubblica Islamica dell'Iran Massud Pezeshkian ha chiesto moderazione ai manifestanti e ha invitato le forze di sicurezza a non colpire i manifestanti e a distinguere tra protesta e violenza.

Per capire meglio che cosa ha scatenato questa situazione e cosa potrebbe accadere prossimamente, abbiamo intervistato l'analista geopolitico Andrea Gaspardo.

Cosa c'è all'origine di queste proteste

Le proteste sono iniziate il 28 dicembre 2025, ma per capirne le origini dobbiamo fare un salto indietro di sei anni.

Il nodo Gordiano di questa vicenda è la crisi economica in cui sta versando l'Iran sta attraversando a seguito dalla pandemia Covid-19: l'economia iraniana, infatti, non è mai riuscita a risollevarsi dal fenomeno inflattivo che l'ha investita. Crisi continue sia economiche che di valuta si sono poi intrecciate con la crisi dell'acqua e, soprattutto, quella energetica (da due anni il Paese vive blackout elettrici continui), portando la popolazione allo stremo della sopportazione.

Come se non bastasse, la guerra dei 12 giorni dello scorso giugno tra Israele e Iran e il bombordamento degli USA dei siti dove si svolgeva il programma nucleare iraniano, l'Iran ha interrotto tutti i rapporti con l'AIEA e le altre organizzazioni di monitoraggio. Come risultato, la comunità internazionale ha immediatamente ripristinato il regime di sanzioni che ha strozzato del tutto l'economia del Paese, entrato in una spirale inflattiva devastante (a dicembre era al 42,2%): il Rial, la moneta iraniana, ha perso drammaticamente di valore nei confronti del dollaro e di tutte le altre valute internazionali. Possiamo dunque dire che il Rial è carta straccia, ora come ora. Chiaramente tutto ciò ha colpito pesantemente la capacità di acquisto di gran parte della popolazione iraniana, e la scintilla è scattata proprio dai bazaari, categoria che ha un grande peso sociale e politico in Iran (è da sempre un pilastro del regime teocratico iraniano), visto che ha in mano il commercio.

Le proteste sono partite proprio dalla "Roccaforte dei bazaari" di Teheran, e poi si sono rapidamente diffuse anche nelle altre città. Nel frattempo hanno investito tutti gli altri stati della società. Al momento, però, è difficile quantificare l'entità del fenomeno, anche se molti osservatori hanno affermato che queste sono le più grandi proteste in Iran da quelle del 2022-2023, scoppiate sotto lo slogan "Donna, vita e libertà" dopo l'uccisione di Mahsa Amini da parte dalla polizia morale islamica.

Il fatto che il regime iraniano stia prendendo seriamente la questione lo si evince dal fatto che a fianco dei normali strumenti di repressione c'è il tentativo delle autorità di trattare con le associazioni di categoria e con i rappresentanti (soprattutto dei bazaari). Il regime sa che queste associazioni occupano un'importante posizione di presidio dell'ambito economico e sociale, e senza il loro sostegno i chierici, i pasdaraan e coloro che hanno in mano le leve di potere della Repubblica Islamica farebbero fatica a tenere sotto controllo il popolo.

Cosa significa che "Pahlavi sta tornando" e cos'ha a che fare con gli USA

Durante le manifestazioni alcune persone hanno lanciato lo slogan che afferma che "Pahlavi sta tornando". Tuttavia, va detto che Reza Pahlavi, figlio dell'ultimo Scià dell'Iran, non è un personaggio politico degno di nota: in passato ha dimostrato scarsissimo acume politico, ed è una persona dagli orizzonti strategici limitati: le sue affermazioni passate hanno essenzialmente espresso l'idea che gli iraniani gli "debbano" un trono. Ma se dovesse ottenerlo, difficilmente ci sarebbe un cambio di regime, un Iran democratico e all'avanguardia instradato in un processo di convergenza coi paesi più sviluppati e occidentalizzati. Lui e i sostenitori "della monarchia dei pahlavi" – che venne cacciata nel 1979 dagli iraniani dopo essersi macchiata di crimini orrendi – mi sembra un ragionamento anti-storico da risultare non degno di considerazione.

Oggi in Iran le proteste mancano di leadership, e Pahlavi è emerso come la figura più di spicco, paradossalmente, senza però avere un ruolo di "condottiero". La storia insegna, però, che una rivoluzione ha maggiori possibilità di successo quanto più in vista sono i suoi leader, in grado di canalizzare la rabbia in azione politico. Se non ci saranno interventi militari di potenze esterne, c'è il rischio che alla fine le proteste vengano soffocate dal regime con un misto di repressione verso i manifestanti più intransigenti e di dialogo strumentale nei confronti di quei segmenti della protesta più malleabili.

Intanto, l'influencer di estrema destra americana Laura Loomer ha annunciato su X che Reza Pahlavi sarebbe atteso a Mar-a-Lago martedì prossimo, anche se l'incontro con Donald Trump non è ancora stato confermato. Se la notizia dovesse rivelarsi vera, confermerebbe il progetto di Reza di proporsi come leader delle proteste, alla ricerca della "benedizione" da parte del tycoon, che negli ultimi giorni  ha affermato più volte negli scorsi giorni che gli Stati Uniti sono pronti a intervenire in caso venga usata violenza letale contro i manifestanti pacifici. Parlando con il conduttore radiofonico conservatore Hugh Hewitt, Trump ha affermato:

Ho fatto loro sapere che se cominceranno ad uccidere delle persone, cosa che hanno tendenza a fare durante le proteste, ne hanno molte, se lo faranno, li colpiremo molto fortemente.

I grandi nemici USA e Israele: cosa otterrebbero se intervenissero per  rovesciare il regime iraniano

Americani e israeliani, ancor di più dopo la guerra breve dello scorso luglio, se dovessero intervenire congiuntamente sarebbe per uno scopo ben preciso: quello di rovesciare il regime degli ayatollah. Israele smania per eliminare un regime che considera nemico, e spera che il suo rovesciamento possa portare a una riduzione della pressione militare ai confini.

Gli americani, invece, vorrebbero liberarsi del regime iraniano perché nel grande schema del conflitto globale che oppone gli Stati Uniti alla Cina, il rovesciamento di regime andrebbe a colpire seriamente i rifornimenti energetici di Pechino. Inoltre, anche la Russia verrebbe colpita, perché assieme alla Corea del Nord negli ultimi anni si è distinta tra i fornitori militari del Cremlino nella guerra con l'Ucraina, in particolare per la vendita di droni Shahed. Un cambio di regime potrebbe interrompere le forniture e gli accordi industriali, mettendo Mosca in difficoltà.

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Veronica Miglio
Storyteller
Innamorata delle parole sin da bambina, ho scelto il corso di lingue straniere per poter parlare quante più lingue possibili, e ho dato sfogo alla mia vena loquace grazie alla radio universitaria. Amo raccontare curiosità randomiche, la storia, l’entomologia e la musica, soprattutto grunge e anni ‘60. Vivo di corsa ma trovo sempre il tempo per scattare una fotografia!
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