
Meta ha ritirato una controversa funzione di Muse Image che permetteva di generare immagini con l’AI usando come riferimento le foto pubblicate da altre persone su Instagram. Il sistema poteva così raffigurare una persona in situazioni mai avvenute realmente.
Dopo le proteste sul mancato consenso preventivo e sui possibili abusi, Meta ha ammesso che la funzione «ha mancato il bersaglio» e l’ha rimossa appena tre giorni dopo il lancio. Il provvedimento, però, non ha interessato l’intero generatore, che continua a essere disponibile all’interno dei servizi dell'azienda basati sull'intelligenza artificiale, ma è stata eliminata soltanto la modalità che permetteva di usare nelle creazioni le fotografie di altri account pubblici.
Come funzionava Muse Image di Meta
Muse Image è il primo modello per la generazione di immagini sviluppato dai Meta Superintelligence Labs, la divisione dell’azienda dedicata all’intelligenza artificiale. Lo strumento permette di creare contenuti partendo da una descrizione testuale, modificare fotografie già esistenti e combinarne diverse nella stessa composizione.
La capacità legata a Instagram consentiva di menzionare nel prompt un profilo pubblico tramite la @ e di usarne le immagini nella generazione. Un utente poteva, per esempio, chiedere a Meta AI di creare una scena davanti a un monumento o in un luogo di fantasia e aggiungervi un’altra persona indicandone l’account.
Il sistema utilizzava quindi le fotografie presenti nel profilo per riprodurre il volto e l’aspetto del soggetto nel risultato finale. Non era necessario scaricarle, caricarle manualmente o chiedere il permesso al proprietario. Questi materiali non venivano necessariamente usati per l’addestramento di Muse Image: servivano come input per una singola generazione, in modo simile a quanto avviene quando si carica una fotografia in uno strumento AI e si chiede di modificarla o reinterpretarla.
La polemica, dunque, non riguardava l’accesso alle immagini conservate sui dispositivi degli utenti, ma la possibilità di trasformare quelle già visibili sulla piattaforma in nuove rappresentazioni sintetiche.
Perché la funzione ha provocato tante proteste
Il principale problema riguardava il consenso. La novità poteva coinvolgere gli account pubblici appartenenti a persone maggiorenni, mentre i profili privati e quelli degli utenti con meno di 18 anni erano esclusi automaticamente.
Chi non desiderava consentire questo impiego dei propri post e Reel doveva intervenire nelle impostazioni di Instagram. Il sistema era quindi basato sull’opt-out: spettava al diretto interessato disabilitare l’opzione.
Questo meccanismo ha fatto discutere perché rendere pubblica una foto non equivale necessariamente ad autorizzarne la trasformazione con l’AI. Un’immagine accessibile a tutti può essere condivisa secondo le regole del social network, ma il suo autore potrebbe non aspettarsi di apparire in un luogo, in una situazione o con un aspetto mai scelto personalmente.
Meta sosteneva di aver lasciato agli iscritti il controllo sui propri contenuti. Secondo i critici, però, l’autorizzazione avrebbe dovuto essere richiesta prima, senza costringere le persone a cercare autonomamente il comando per opporsi.
Gli utenti non venivano avvisati se qualcuno usava le loro foto pubbliche di Instagram
Un altro punto contestato era l’assenza di una notifica. Le regole pubblicate da Meta indicavano che il titolare dell’account non sarebbe stato avvertito quando qualcuno ne richiamava le immagini attraverso gli strumenti AI della piattaforma.
La persona coinvolta avrebbe quindi potuto non sapere nulla dell’immagine creata. Il rischio non riguardava soltanto personaggi pubblici e professionisti dello spettacolo, ma qualunque utente con un account visibile a tutti. Lo strumento poteva naturalmente essere impiegato in modo innocuo, per esempio per realizzare una composizione divertente con un amico. La facilità con cui permetteva di riprodurre una persona reale, tuttavia, apriva la strada anche a usi meno trasparenti.
Tra i rischi segnalati figuravano le modifiche non consensuali, le molestie, l’impersonificazione e la produzione di contenuti ingannevoli. Un’immagine avrebbe potuto mostrare qualcuno mentre compie azioni mai avvenute, oppure collocarlo in un contesto falso, per poi circolare al di fuori della piattaforma senza indicazioni chiare sulla sua origine.
Ciò non significa che Muse Image consentisse automaticamente di realizzare qualsiasi contenuto illecito. Meta applica sistemi di sicurezza e moderazione ai propri servizi, ma le contestazioni riguardavano la possibilità che tali protezioni non riuscissero a impedire ogni abuso.
Come si poteva disattivare l’uso di post e Reel per le immagini AI
Meta aveva previsto un apposito comando per bloccare l’impiego di post e Reel pubblici nelle creazioni basate sull’AI. Per trovarlo bisognava raggiungere il proprio profilo, premere il pulsante ☰, aprire la sezione Condivisione e riutilizzo e disabilitare l’opzione dedicata alle funzioni AI dell’azienda. La scelta, però, interveniva soltanto dopo l’attivazione iniziale.
Con un sistema basato sull’opt-in, invece, il riutilizzo sarebbe rimasto bloccato fino all’adesione volontaria del titolare dell’account. In questo modo, il permesso sarebbe stato richiesto prima dell’utilizzo e non dato per acquisito.
Perché Meta ha ritirato la funzione dopo soli tre giorni
Muse Image è stato presentato il 7 luglio 2026 e le reazioni negative sono arrivate quasi subito. La possibilità di generare nuove immagini usando le fotografie di persone reali ha attirato l’attenzione degli utenti e delle agenzie che rappresentano attori, creator e altri professionisti dello spettacolo, particolarmente esposti al rischio di repliche digitali non autorizzate. Tra le realtà intervenute nel dibattito figura anche la Creative Artists Agency (CAA), che rappresenta numerosi personaggi pubblici.
Il dietrofront è arrivato il 10 luglio. Meta ha spiegato di voler offrire uno strumento creativo, lasciando allo stesso tempo alle persone la possibilità di decidere come impiegare le proprie immagini. I commenti ricevuti hanno però mostrato che la soluzione adottata non rispondeva alle aspettative del pubblico.
La vicenda evidenzia una distinzione destinata a diventare sempre più importante con l’integrazione dell’AI generativa nei social network: rendere pubblica una fotografia non significa autorizzarne qualsiasi trasformazione. Poter vedere un contenuto e avere il permesso di creare una replica artificiale della persona raffigurata sono due questioni diverse. Nel caso di Muse Image, consentire agli utenti di dire “no” non è stato considerato sufficiente, secondo i critici il consenso avrebbe dovuto essere chiesto prima.