
Una nuova pubblicazione scientifica su un ominide vissuto nei Balcani circa 7 milioni di anni fa sta facendo parlare molto di sé. Per decenni l’origine della linea evolutiva umana è stata collocata in Africa. I fossili più antichi degli hominini (la tribù evolutiva che comprende la nostra specie, Homo sapiens, e i nostri parenti più prossimi, ovvero Pan troglodytes, gli scimpanzè, e Pan paniscus, il bonobo) provengono infatti dall'Africa centrorientale. Negli ultimi anni, però, alcune scoperte europee hanno riacceso il dibattito.
Il protagonista principale di questo è Graecopithecus freybergi, un primate vissuto circa 7,2 milioni di anni fa nei Balcani. La specie è nota da pochissimi resti: una mandibola trovata vicino ad Atene negli anni ’40 e alcuni denti scoperti in Bulgaria. Nel 2017 alcuni ricercatori hanno suggerito che potesse appartenere alla linea evolutiva degli hominini, sulla base di una caratteristica dentale, ovvero la fusione delle radici dei premolari, rara nelle grandi scimmie moderne ma presente negli esseri umani. Vista la grande antichità di Graecopithecus, alcuni studiosi sostengono quindi che i nostri antenati si siano spostati dall'Europa all'Africa, e che dunque gli hominini siano originari dell'Eurasia.

La proposta è rimasta controversa, soprattutto perché si basava su fossili molto frammentari. Nel 2026 però è stato descritto un nuovo reperto: un femore proveniente dal sito di Azmaka, in Bulgaria, attribuito a Graecopithecus. Secondo gli autori dello studio, il cui capofila è il ricercatore bulgaro Nikolai Spassov, alcune caratteristiche dell’osso come la forma del collo femorale e le inserzioni muscolari suggerirebbero che questa specie fosse stata capace di sostenere parte del peso del corpo sugli arti posteriori, forse con una forma primitiva di locomozione bipede.
Se questa interpretazione fosse corretta, il bipedismo potrebbe avere origini più antiche e geograficamente più complesse di quanto si pensasse. Tuttavia la maggior parte dei paleoantropologi resta scettica: un singolo femore non basta a dimostrare che Graecopithecus fosse davvero un hominino. I resti fossili di questa specie sono troppo frammentari per dimostrare una sua parentela con noi, gli scimpanzè e i bonobo. Inoltre nell'Europa del Miocene (tra i 23 e i 7 milioni di anni fa) vivevano numerose specie di primati, e diversi ritrovamenti fossili lasciano suggerire che alcune di queste avessero sviluppato autonomamente delle primordiali forme di locomozione bipede, come è evidente anche in diverse specie moderne di scimmie meno imparentate con la nostra, come i gibboni.

Nel 2019 è stata descritta Danuvius guggenmosi, una grande scimmia vissuta circa 11,6 milioni di anni fa in Germania. A differenza di Graecopithecus, Danuvius è noto da uno scheletro relativamente completo. Le sue ossa suggeriscono un tipo di locomozione in cui le zampe posteriori potevano sostenere il peso mentre l’animale si muoveva tra i rami, una postura sorprendentemente simile a quella richiesta dal bipedismo. Questa scoperta ha portato alcuni ricercatori a ipotizzare che alcuni elementi del bipedismo possano essersi evoluti sugli alberi e molto prima della comparsa degli hominini africani. In questo scenario, Graecopithecus potrebbe rappresentare uno degli ultimi primati eurasiatici che conservavano queste caratteristiche.
Nonostante queste ipotesi, la comunità scientifica rimane prudente. I fossili africani più antichi attribuiti con certezza agli hominini sono molto più numerosi e meglio conservati, e continuano a sostenere l’idea di un’origine africana della nostra linea evolutiva. Più che riscrivere la storia dell’umanità, Graecopithecus e Danuvius ricordano quanto il record fossile sia ancora incompleto. Con così pochi resti, ogni nuova scoperta può cambiare radicalmente la nostra interpretazione delle origini umane.