
Il ghiaccio delle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026 si è tinto d'azzurro nei giorni scorsi con Francesca Lollobrigida che ha conquistato ben due medaglie d'oro (nei 3000 e nei 5000 m), mentre Riccardo Lorello ha regalato all'Italia un altro splendido bronzo nei 5000 m, confermando lo stato di grazia della nostra nazionale. Se avete assistito alle loro gare, avrete notato qualcosa di quasi ipnotico: gli atleti sembrano scivolare senza fatica, toccando i 60 km/h con lame sottili come rasoi.
Ma attenzione a non confonderlo con lo short track (quello della leggenda Arianna Fontana e del mito Steven Bradbury). La differenza è sostanziale: mentre nello short track si gareggia "a sportellate" in gruppo su un anello piccolo (111 metri), qui siamo nel pattinaggio di velocità su pista lunga. Si corre su un anello olimpico di 400 metri, solitamente a coppie e in corsie separate: non è una lotta contro l'avversario fisico, ma una sfida contro il tempo e la resistenza dell'aria. È pura aerodinamica applicata, dove ogni gesto è studiato per ridurre l'attrito e permettere a campioni come Lollobrigida e Lorello di riscrivere la storia.
L’arma segreta del pattinaggio di velocità su ghiaccio: come funzionano i clap skates
Guardando una gara di pattinaggio di velocità su pista lunga, si nota un suono caratteristico: un "clap" secco a ogni spinta. È il rumore dei clap skates, i pattini che hanno rivoluzionato lo sport alla fine degli anni '90. A differenza dei pattini tradizionali, dove la lama è fissa, qui la lama è attaccata alla scarpa solo sulla punta tramite un cardine. Questo permette al tallone di sollevarsi mentre la lama rimane piatta sul ghiaccio fino alla fine del movimento. In questo modo, l'atleta può estendere completamente la gamba e continuare a spingere per qualche frazione di secondo in più, senza che la punta della lama "scavi" il ghiaccio frenando la corsa. È un piccolo accorgimento che ha permesso di abbattere i record mondiali in quasi tutte le discipline, rendendo la spinta molto più naturale ed efficiente.

Oggi i record mondiali viaggiano su velocità medie che, fino a pochi anni fa, sembravano irraggiungibili: Kjeld Nuis ha percorso i 1000 metri ad oltre 55 km/h di media, e Davide Ghiotto i 10.000 metri a più di 48 km/h. Entrambi i record sono stati ottenuti su piste in altitudine, a Salt Lake City e Calgary. A queste quote l'aria è più rarefatta, ovvero ci sono meno molecole d'aria che colpiscono l'atleta mentre avanza. Meno molecole significa meno resistenza aerodinamica. Dato che a 60 km/h la resistenza dell'aria è il principale ostacolo all'avanzamento, gareggiare in altitudine equivale ad avere un motore più potente a parità di sforzo. È qui che gli atleti riescono a superare i limiti che sembravano invalicabili al livello del mare.
Nuis è andato persino oltre i confini delle competizioni ufficiali. In un esperimento estremo condotto in Norvegia, mostrato nel video qui sotto, pattinando dietro un’auto dotata di uno scudo per abbattere la resistenza aerodinamica, ha raggiunto i 103 km/h. Ciò dimostra che il vero limite non è l’attrito tra lama e ghiaccio, ma il “muro” d’aria che devono continuamente fendere.
Postura e biomeccanica nello sport olimpico
Pattinare a 50 km/h richiede una postura ottimizzata. Nei rettilinei, l'obiettivo è ridurre la resistenza dell'aria: gli atleti mantengono il busto quasi parallelo al ghiaccio e tengono una o entrambe le mani incrociate dietro la schiena. Questa posizione non serve solo a ridurre la resistenza aerodinamica, ma contribuisce ad abbassare il baricentro, limitando i movimenti superflui del tronco e permettendo una trasmissione più efficiente della forza, mentre le gambe lavorano in modo ciclico e indipendente.
La sfida cambia radicalmente in curva. Qui entra in gioco il "passo incrociato" (cross-over): il pattinatore incrocia la gamba esterna sopra quella interna, inclinandosi verso il centro della pista fino ad angoli incredibili, anche oltre i 40 gradi rispetto alla superficie. In questa fase, l’elevata velocità genera forze laterali intense, e solo una lama (spessa solo 1 mm) che incide bene il ghiaccio permette di mantenere la traiettoria. Di seguito il video della vittoria di Davide Ghiotto ai campionati mondiali.
La scienza del ghiaccio: molto più che semplice acqua fredda
In vista di Milano-Cortina 2026, la preparazione del ghiaccio diventa un elemento decisivo per il pattinaggio di velocità su pista lunga, una disciplina in cui la qualità della superficie incide direttamente sulle prestazioni. Ad esempio, sotto la pista viene realizzato un complesso sistema di refrigerazione con tubazioni in cui circola un fluido refrigerante (il glicole), progettato per mantenere il ghiaccio uniforme e controllabile al decimo di grado.
L’obiettivo è trovare il miglior compromesso tra scorrevolezza e controllo, e questo passa anche da una gestione mirata delle temperature. Nelle curve si mantiene il ghiaccio leggermente meno duro, corrispondente a una temperatura superiore, per aumentare l’aderenza delle lame durante le elevate forze laterali cui è sottoposto l’atleta. Nei rettilinei, al contrario, si tende a mantenere un ghiaccio più freddo e duro, così da ridurre l’attrito e massimizzare la velocità pura.
Questa regolazione fine, insieme all’uso di acqua trattata priva di sali — fondamentale per ottenere un ghiaccio più compatto, privo di microbolle d’aria — e a una manutenzione costante, permette di costruire una pista capace di rispondere alle esigenze del pattinaggio di velocità.