
Sedici milioni e 300.000 persone, 364 miliardi di euro l'anno. Sono i numeri del sistema pensionistico italiano fotografati dall‘ultimo Osservatorio dell'Inps, che estrae i dati dal Casellario centrale dei pensionati. Ma il totale nazionale dice poco: la pensione è il riflesso differito di una carriera lavorativa e le carriere in Italia non sono state uguali dappertutto. Incrociando i dati Inps con la popolazione residente Istat, provincia per provincia, emerge un Paese in cui il numero di pensionati e il valore degli assegni seguono due geografie che non si somigliano.
Quanti sono i pensionati in Italia e dove vivono: la mappa provincia per provincia
Prima di iniziare un chiarimento tecnico che cambia la lettura di tutto il resto: le pensioni non coincidono con i pensionati. Ogni beneficiario percepisce in media 1,4 prestazioni, perché si può cumulare una pensione di vecchiaia con una reversibilità o con un'indennità di accompagnamento. Chi confronta il numero di assegni con quello delle persone sbaglia di oltre il 40%.
In media in Italia ci sono 27 pensionati ogni 100 residenti, ma il dato provinciale oscilla di oltre dieci punti. Ai due estremi della classifica non ci sono però due Italie contrapposte: nelle province con meno pensionati in proporzione si trovano insieme le grandi aree metropolitane del Nord, che attraggono popolazione in età da lavoro, e le province campane e siciliane, dove la struttura demografica è ancora relativamente giovane. Stesso numero, due ragioni opposte.
Il divario tra uomini e donne resta il più ampio di tutti
Le donne sono la maggioranza dei pensionati, ma percepiscono la minoranza delle risorse: rappresentano il 51% della platea e incassano il 44% dei redditi pensionistici. Tradotto in importi, un uomo prende in media un terzo in più di una donna.
Il motivo non sta nelle regole di calcolo, che sono uguali per tutti, ma in ciò che accade prima: carriere più brevi e discontinue, part time spesso non scelto, retribuzioni più basse, interruzioni per il lavoro di cura. Il sistema contributivo lega l'assegno ai versamenti effettuati e trasferisce quelle disuguaglianze dalla vita lavorativa alla vecchiaia senza correggerle.
Su 107 province italiane ce n'è una sola in cui gli uomini hanno più pensioni delle donne: Barletta-Andria-Trani. Ed è anche la penultima provincia d'Italia per importo medio. Le due cose si spiegano a vicenda: dove l'occupazione femminile è stata storicamente bassissima, poche donne maturano una pensione propria e molte arrivano alla vecchiaia con la sola reversibilità, che ha importi ridotti e abbassa la media di tutto il territorio.
Perché al Nord vive metà dei pensionati ma ci arriva più della metà della spesa
È qui che le due geografie si separano. Nelle regioni settentrionali risiede poco meno della metà dei pensionati italiani, ma lì finisce più della metà della spesa pensionistica nazionale. Nel Mezzogiorno il rapporto si rovescia, con uno scarto di segno opposto e di ampiezza simile.
La spiegazione sta nella storia lavorativa che c'è dietro ogni assegno. Al Nord le carriere sono state più lunghe e continue, con una quota maggiore di lavoro dipendente formale e retribuzioni più alte. Nel Mezzogiorno pesa di più la componente assistenziale, che non dipende dai contributi versati e che ha per definizione importi bassi. Vale la pena ricordare che l'ultima edizione dell'Osservatorio Inps ha incluso per la prima volta anche le pensioni della Gestione Dipendenti Pubblici, quindi i totali non sono direttamente confrontabili con le serie degli anni precedenti.
L'assegno medio regione per regione: dove si prende di più e dove di meno
La media nazionale del reddito pensionistico è di circa 22.300 euro l'anno. Tra la prima e l'ultima regione ballano più di 6.000 euro all'anno, e la frattura non è graduale: le undici regioni sopra la media nazionale appartengono tutte al Centro-Nord, le nove sotto sono le Marche e per il resto tutto il Mezzogiorno, isole comprese. Non esiste una regione meridionale che raggiunga la media italiana, né una settentrionale che scenda sotto.
A guardare le province, il muro tra Nord e Sud si incrina
Il quadro cambia scendendo di scala. Alla scala provinciale il divario quasi raddoppia, ma soprattutto smette di essere una linea netta e diventa una mappa a chiazze. Cagliari sta sopra la media nazionale e batte diverse decine di province del Centro-Nord. Le province settentrionali con gli assegni più bassi si collocano ampiamente sotto le migliori del Mezzogiorno.
Contano più le storie industriali dei singoli territori che l'appartenenza geografica: le città con il passato di grande occupazione dipendente e pubblica stanno in cima anche quando si trovano in regioni oggi in difficoltà, mentre le aree a lungo dominate dal lavoro autonomo, stagionale o irregolare stanno in fondo anche al Nord.
Ed è qui che si chiude il cerchio. Mettendo su due assi l'incidenza dei pensionati e il valore medio degli assegni, la nuvola dei punti non ha praticamente alcuna forma: la correlazione tra le due misure è vicina allo zero. Dove ci sono più pensionati non è dove le pensioni sono più alte. È la differenza tra un problema demografico e un problema previdenziale: si somigliano sulla mappa, ma richiedono risposte diverse.