
Chi lavora in Italia oggi guadagna, in termini reali, meno di quanto guadagnava nel 1990. Non è una sensazione, e non dipende solo dall'inflazione degli ultimi anni. È un dato certificato dall'OCSE, confermato dall'Istat e ribadito dalla Banca d'Italia: i salari italiani sono fermi da oltre trent'anni, in un Paese in cui nel frattempo il costo della vita non ha mai smesso di salire. La storia di questa stagnazione si articola in due momenti distinti: un lungo congelamento e un brusco peggioramento recente.
Questa situazione ha un’unica radice: un sistema economico che non è riuscito a tradurre la crescita in aumenti salariali. E inoltre, l'Italia non dispone di una rete di sicurezza che quasi tutta l'Europa dà per scontata: il salario minimo legale, una soglia fissata per legge al di sotto della quale nessun datore di lavoro può scendere. Lo hanno introdotto 22 dei 27 Paesi dell'Unione Europea. L'Italia è tra le cinque eccezioni, e a differenza di Danimarca, Svezia e Austria, che compensano con sistemi di contrattazione collettiva storicamente molto forti, il nostro modello alternativo mostra crepe sempre più difficili da ignorare.
Trent'anni di stipendi fermi in Italia: un problema che viene da lontano
La stagnazione salariale italiana non è un fenomeno recente. Secondo i dati OCSE, la retribuzione lorda per dipendente (cioè prima di imposte e contributi sociali a carico del lavoratore), se valutate in termini reali, ossia al netto dell’inflazione, si attestano oggi sugli stessi livelli dei primi anni Novanta. Nello stesso arco di tempo, la media dei Paesi OCSE segna un aumento del 32,5%.
Le ragioni sono strutturali. L'economia italiana si è trasformata nel tempo in un sistema con poca innovazione, imprese piccole e poco inclini a investire in tecnologia, e un settore dei servizi a bassa produttività che pesa molto sul dato aggregato. Meno produttività significa meno margini per gli aumenti: le aziende non possono pagare di più lavoratori che non producono di più. Ma il rapporto tra produttività e salari in Italia è rimasto squilibrato anche quando la produttività cresceva: la quota di reddito finita ai lavoratori si è progressivamente ridotta rispetto a quella andata ai profitti.
Il punto di svolta risale agli anni Novanta, quando l'ingresso nell'euro e la fine della scala mobile – il meccanismo che agganciava automaticamente i salari all'inflazione – hanno cambiato le regole del gioco. In Francia, Germania e Spagna quei cambiamenti sono stati assorbiti con politiche attive di sostegno alle retribuzioni e sistemi contrattuali più reattivi. In Italia, no. Da quel momento in poi i salari sono rimasti sostanzialmente fermi, e il Paese non ha mai trovato un modello alternativo capace di farli ripartire.
Il biennio nero: quando l'inflazione ha azzerato decenni di contrattazione
L'impennata dell'inflazione, alimentata dalla crisi energetica e dallo shock post-pandemico, ha eroso il potere d'acquisto a una velocità che il sistema contrattuale italiano non era attrezzato ad assorbire. In due anni l'inflazione ha mangiato quello che i lavoratori avevano faticosamente ottenuto nel corso di un decennio.
Il Rapporto Annuale 2025 dell'Istat certifica che tra il 2019 e il 2024 i salari reali hanno perso il 10,5% del loro valore. Al picco della crisi, nel 2022, la perdita aveva raggiunto il 15%. Sono numeri che non hanno precedenti nell'era moderna: in cinque anni, un lavoratore italiano si è ritrovato con una busta paga nominalmente più alta ma capace di comprare sensibilmente meno.
Dal 2024 qualcosa ha cominciato a muoversi. Il calo dell'inflazione e i rinnovi di alcuni contratti collettivi importanti hanno permesso un parziale recupero. Ma l'OCSE, nell'Employment Outlook 2025, è chiaro: a inizio 2025 i salari reali italiani erano ancora inferiori del 7,5% rispetto al 2021, il peggior risultato tra tutte le grandi economie dell'organizzazione. La strada per tornare ai livelli pre-crisi è ancora lunga, e secondo le previsioni la crescita dei salari reali resterà contenuta nei prossimi anni.
Quanto guadagnano gli italiani rispetto agli altri europei
Il confronto europeo rende la situazione ancora più nitida. Secondo i dati Eurostat, nel 2023 il salario lordo medio mensile in Italia era di circa 2.800 euro, contro una media UE di oltre 3.400 euro. Dal 2018 a oggi i salari italiani sono cresciuti meno della metà rispetto alla media europea.
C'è un paradosso che colpisce particolarmente: il lavoro in Italia costa molto alle imprese, ma rende poco ai lavoratori. Il cuneo fiscale (la differenza tra quanto spende un'azienda per un dipendente e quanto quel dipendente riceve in busta paga) è in Italia tra i più alti d'Europa: quasi il 47% del costo del lavoro complessivo finisce in tasse e contributi, contro una media OCSE che si ferma al 35%. Il risultato è che lo stipendio netto medio di un lavoratore italiano è al 23° posto su 38 Paesi OCSE, superato non solo da Francia, Germania e Spagna, ma anche da Polonia e Turchia.
Il caso spagnolo vale la pena di essere segnalato. Per decenni la Spagna è stata il Paese con cui l'Italia si confrontava in una sorta di gara al ribasso salariale. Oggi quella gara è finita: nel 2024 la Spagna ha superato l'Italia per stipendio medio annuo, in parte grazie all'introduzione e all'aumento progressivo di un salario minimo legale che dal 2019 è quasi raddoppiato.
Salario minimo in Italia: cos'è e perché non esiste ancora una legge
Il salario minimo legale è una soglia retributiva fissata per legge al di sotto della quale nessun datore di lavoro può scendere, indipendentemente dal settore o dal tipo di contratto applicato. Non è un'idea nuova né di sinistra: lo hanno introdotto 22 dei 27 Paesi dell'Unione Europea, tra cui Germania, Francia, Spagna e Polonia.
In Italia se ne parla da decenni, ma ogni tentativo di tradurlo in legge si è arenato. Il primo tentativo serio risale al Jobs Act di Matteo Renzi nel 2014, rimasto però lettera morta sul punto. Nel 2019 la parlamentare del M5S Nunzia Catalfo ha presentato una proposta con una soglia di 9 euro lordi l'ora, la stessa cifra che sarebbe diventata il riferimento di tutti i tentativi successivi. Con il governo Draghi ci si era avvicinati di più: il ministro del Lavoro Andrea Orlando stava lavorando a una soluzione che avrebbe esteso i minimi contrattuali dei sindacati più rappresentativi a tutti i lavoratori, in modo da non scavalcare la contrattazione collettiva ma integrarla con una garanzia legale. La caduta del governo ha fermato tutto.
Nel 2023 le opposizioni — PD, M5S, Verdi e Sinistra, con l'eccezione di Italia Viva — hanno depositato una nuova proposta unitaria, sempre a 9 euro l'ora. La maggioranza l'ha prima sospesa, poi riscritta integralmente in commissione, svuotandola di qualsiasi riferimento a una soglia minima e trasformandola in una delega generica al governo. La posizione del governo Meloni su questo punto è sempre stata netta: un salario minimo legale non serve, perché la contrattazione collettiva garantisce già una copertura adeguata. Il risultato è la legge 144 del 2025: un testo che non fissa alcun importo, ma incarica il governo di individuare per ogni settore il contratto collettivo più applicato e renderlo vincolante come riferimento minimo. I decreti attuativi erano attesi entro aprile 2026 ma non risulta che siano stati approvati.
Contrattazione collettiva: perché il sistema contrattuale non basta più
In Italia non esiste un salario minimo legale: la tutela retributiva si affida interamente alla contrattazione collettiva, un sistema con una storia lunga che oggi mostra crepe profonde. I contratti nazionali durano mediamente tre anni e non prevedono meccanismi automatici di aggiornamento all'inflazione, a differenza di Belgio e Francia, dove la durata standard è più breve e spesso esiste un'indicizzazione automatica. Quando i prezzi sono esplosi nel 2022, milioni di lavoratori si sono ritrovati vincolati ad accordi firmati anni prima, senza alcun paracadute.
A complicare il quadro, secondo il CNEL, in Italia esistono quasi mille contratti collettivi nel solo settore privato. Una proliferazione che ha aperto la strada ai cosiddetti contratti pirata, accordi firmati da sigle di dubbia rappresentatività che propongono salari inferiori anche del 20-30% rispetto ai contratti dei sindacati maggiori. Il Bollettino ADAPT ha però spostato il problema più in profondità: il nodo non è quanto spesso si rinnovano i contratti, ma come sono costruiti. Minimi tabellari ancorati all'inflazione passata e senza margine per redistribuire i guadagni di produttività garantiscono ai lavoratori di non perdere terreno, ma non di guadagnarlo.
La Corte di Cassazione, con due sentenze gemelle del 2023, ha riconosciuto che i giudici possono disapplicare un contratto collettivo quando la retribuzione che prevede non garantisce un'esistenza dignitosa, come richiede l'articolo 36 della Costituzione. Un segnale che il sistema, in certi casi, non riesce più a fare il lavoro per cui è stato pensato, e che la questione del salario minimo legale, in Italia, non è più solo un tema politico ma una risposta a un'evidenza difficile da ignorare.