
Il motivo per cui gli esseri umani prendono decisioni apparentemente irrazionali non risiede in un malfunzionamento casuale del cervello, ma è il prodotto di specifici meccanismi di apprendimento che, sebbene evolutivamente vantaggiosi, possono fallire in contesti moderni. Alla base delle nostre decisioni c'è il "rinforzo", un processo cognitivo fondamentale condiviso con molte specie animali, che ci spinge a ripetere azioni seguite da ricompense e a evitare quelle seguite da punizioni. Tuttavia, la ricerca recente ha dimostrato che questo sistema non cerca tanto l'accuratezza, ma l'efficacia pratica: al cervello interessa sopravvivere e ottenere risultati immediati, non necessariamente avere una soluzione perfetta, anche a costo di un'errata rappresentazione della realtà. Questo scarto tra realtà oggettiva e percezione soggettiva genera bias sistematici che influenzano le nostre scelte in modo prevedibile.
Cos’è il bias di ripetizione
Il primo grande colpevole delle nostre scelte errate è una forma di inerzia cognitiva nota come "bias di ripetizione". Contrariamente alla teoria economica classica, che immagina l'uomo come un calcolatore razionale che valuta ogni opzione in base al suo valore atteso, noi tendiamo a ripetere una scelta semplicemente perché l'abbiamo già compiuta in passato, indipendentemente dal risultato ottenuto. Questo fenomeno, che richiama la "Legge dell'Esercizio" formulata da Thorndike oltre un secolo fa, suggerisce che l'atto stesso di scegliere un'opzione aumenta la probabilità di selezionarla nuovamente in futuro, creando un circolo vizioso di perseverazione.
Studi recenti hanno dimostrato che questa tendenza alla ripetizione altera la nostra percezione del valore: finiamo per sopravvalutare le opzioni che scegliamo spesso e sviluppiamo una certezza ingiustificata sulla loro bontà, anche quando esistono alternative oggettivamente migliori. È stato osservato che la ripetizione di una scelta riduce la sensazione di incertezza percepita, un meccanismo che probabilmente serve a risparmiare energie mentali in ambienti complessi. In pratica, il cervello preferisce la coerenza e la facilità di un'azione abituale rispetto allo sforzo di rivalutare costantemente le alternative, portandoci a perseverare nell'errore anche di fronte a evidenze contrarie.
Schiavi del contesto
Un secondo fattore determinante è l'incapacità del cervello di valutare le opzioni in isolamento: siamo, invece, schiavi del contesto e dell'ottimismo. Le nostre valutazioni interne sono soggette a distorsioni nel modo in cui memorizziamo e processiamo le informazioni. Se un'opzione mediocre viene presentata in un contesto di alternative pessime, ci sembrerà eccellente, e continueremo a sceglierla anche quando il contesto cambia e diventerebbe svantaggiosa.
A questo si aggiunge il "bias di positività": tendiamo ad aggiornare le nostre convinzioni molto più velocemente quando riceviamo "buone notizie" rispetto a quando ne riceviamo di cattive. Questo ottimismo intrinseco ci porta a sovrastimare la nostra probabilità di successo e a ignorare i segnali di pericolo, un tratto che può favorire l'intraprendenza, ma che spesso conduce a valutazioni irrealistiche. Inoltre, siamo naturalmente più sicuri di noi stessi quando cerchiamo di ottenere un guadagno rispetto a quando cerchiamo di evitare una perdita, anche se la difficoltà oggettiva del compito è identica. La corteccia prefrontale ventromediale gioca un ruolo cruciale in questo processo, codificando una sorta di "fiducia incondizionata" soggettiva che integra questi bias affettivi, distaccandosi talvolta dalla reale precisione delle nostre performance.
Stesso cervello, diverse decisioni
Infine, le nostre scelte sbagliate sono spesso il risultato di un conflitto ancestrale tra sistemi decisionali diversi: il sistema Pavloviano (dal grande fisiologo premio Nobel Ivan Pavlov) e quello strumentale.

Il sistema Pavloviano è un meccanismo "pre-programmato" che ci spinge ad avvicinarci a stimoli che promettono ricompense e a inibirci o fuggire di fronte a minacce di punizione. Sebbene utile in natura, questo istinto può entrare in conflitto con obiettivi moderni più complessi che richiedono, per esempio, di agire attivamente per evitare un danno o di trattenersi per ottenere un vantaggio futuro. Quando ci troviamo in contesti di potenziale perdita o punizione, si osserva un rallentamento nei tempi di reazione e un calo della fiducia, come se il cervello "congelasse" le risorse cognitive e motorie.
Studi di neurostimolazione hanno dimostrato che la corteccia prefrontale dorsolaterale è fondamentale per sopprimere questi impulsi automatici e favorire invece un comportamento orientato all'obiettivo. Quando questa area del cervello non riesce a esercitare un controllo efficace, prevale il bias Pavloviano e prendono il sopravvento le reazioni automatiche: finiamo così a evitare azioni necessarie o a compiere azioni impulsive. È interessante notare che la stimolazione di quest'area cerebrale può ridurre specificamente i bias, suggerendo che il nostro cervello gestisce i circuiti della ricompensa e della punizione attraverso vie parzialmente distinte. Di conseguenza, l'errore non è solo un cortocircuito logico, ma spesso il risultato di una mancata mediazione neurale tra istinti di sopravvivenza immediata e pianificazione razionale.