
Nelle foto della missione Artemis II, una cosa salta subito all'occhio: le tute arancioni dei quattro astronauti Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen. Nell'immaginario collettivo – alimentato dalle missioni Apollo, dalle passeggiate spaziali sulla Stazione Spaziale Internazionale e da innumerevoli film di fantascienza – le tute degli astronauti sono tradizionalmente bianche. Ma il colore arancione non è nuovo, anzi: la tinta che abbiamo visto durante il lancio di Artemis II è lo stesso che indossavano gli astronauti all'epoca dello Space Shuttle. Ma perché arancione? E perché molte tute degli astronauti sono invece bianche? La risposta è meno scontata di quanto sembri, e dice molto su come funziona la sopravvivenza nello spazio.
Bianco o arancione: il colore dipende dallo scopo della tuta
Non è un caso se, nel corso dei decenni, il bianco ha nettamente dominato come colore per le tute degli astronauti. Il bianco, infatti, riflette i raggi del Sole e di conseguenza aiuta le tute a non accumulare troppo calore. È quindi il colore ideale per le tute da usare fuori da capsule e navicelle, per esempio durante le passeggiate spaziali.

L'arancione, invece, è immediatamente riconoscibile su uno sfondo blu, e quindi può aiutare a individuare rapidamente gli astronauti in caso di ammaraggio di emergenza. Per questo motivo è stato scelto come colore per le tute da usare all'interno dei veicoli spaziali durante le fasi più critiche del volo: il lancio e il rientro a terra. Poiché Artemis II non prevede un allunaggio né tantomeno l'uscita degli astronauti fuori dalla navicella Orion, è stato scelto il colore arancione così come fu fatto in epoca Shuttle. E infatti il design e la tecnologia di queste tute sono ereditate direttamente dall'epoca Shuttle.
Insomma, le tute di Artemis II sono arancioni un po' per lo stesso motivo per cui le “scatole nere” sono in realtà arancioni!
Com’è realizzata una tuta di Artemis II e cosa c’è dentro
La tecnologia di base è quella sviluppata per lo Shuttle, ma con miglioramenti significativi. Ogni tuta è realizzata su misura per il singolo astronauta, per garantire il massimo comfort durante le fasi operative. Il casco è più leggero rispetto al passato e integra un sistema di comunicazione autonomo, indipendente da quello della capsula.
La tuta garantisce la pressurizzazione dell'ambiente attorno al corpo, ed è progettata per non irrigidirsi come un palloncino sotto pressione: gli astronauti possono muoversi con relativa libertà. Incorpora anche un sistema di riciclo dell'aria che rimuove la CO2 dall'ambiente interno. Sotto la tuta vera e propria si indossa una sotto-tuta a contatto con la pelle, che contiene il sistema di raffreddamento del corpo — anch'essa migliorata rispetto alle versioni precedenti. I guanti sono più resistenti e compatibili con i touch-screen, e l'intero sistema è ovviamente ignifugo.
Ogni tuta è dotata di un kit di sopravvivenza e segnalazione: luci, specchi e fischietti, pensati per un ammaraggio di emergenza in mare aperto. Ma la caratteristica più importante, in ottica Artemis II, è un'altra: la tuta è in grado di garantire la sopravvivenza dell'astronauta fino a 6 giorni in totale autonomia.
Questo non è un dettaglio marginale. Se la capsula Orion subisse una depressurizzazione durante il viaggio verso la Luna (a centinaia di migliaia di chilometri dalla Terra) l'equipaggio avrebbe abbastanza tempo, al sicuro nelle proprie tute, per completare il rientro. Una rete di sicurezza progettata per gli scenari peggiori, sperando di non doverla mai usare.