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2 Aprile 2026
13:30

Perché le nuove tute NASA per gli astronauti di Artemis II sono arancioni e non bianche

Il colore arancione serve per la sicurezza degli astronauti: permette di individuarli rapidamente in caso di ammaraggio di emergenza, perché è riconoscibile dal colore blu del mare. Le tute di Artemis ereditano la tecnologia dell'epoca Shuttle con numerosi miglioramenti.

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Perché le nuove tute NASA per gli astronauti di Artemis II sono arancioni e non bianche
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I quattro astronauti di Artemis II nelle loro tute arancioni. Credit: NASA

Nelle foto della missione Artemis II, una cosa salta subito all'occhio: le tute arancioni dei quattro astronauti Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen. Nell'immaginario collettivo – alimentato dalle missioni Apollo, dalle passeggiate spaziali sulla Stazione Spaziale Internazionale e da innumerevoli film di fantascienza – le tute degli astronauti sono tradizionalmente bianche. Ma il colore arancione non è nuovo, anzi: la tinta che abbiamo visto durante il lancio di Artemis II è lo stesso che indossavano gli astronauti all'epoca dello Space Shuttle. Ma perché arancione? E perché molte tute degli astronauti sono invece bianche? La risposta è meno scontata di quanto sembri, e dice molto su come funziona la sopravvivenza nello spazio.

Bianco o arancione: il colore dipende dallo scopo della tuta

Non è un caso se, nel corso dei decenni, il bianco ha nettamente dominato come colore per le tute degli astronauti. Il bianco, infatti, riflette i raggi del Sole e di conseguenza aiuta le tute a non accumulare troppo calore. È quindi il colore ideale per le tute da usare fuori da capsule e navicelle, per esempio durante le passeggiate spaziali.

tuta bianca apollo 11
La tuta bianca di Buzz Aldrin durante l’allunaggio di Apollo 11 nel 1969. Credit: NASA/Neil Armstrong

L'arancione, invece, è immediatamente riconoscibile su uno sfondo blu, e quindi può aiutare a individuare rapidamente gli astronauti in caso di ammaraggio di emergenza. Per questo motivo è stato scelto come colore per le tute da usare all'interno dei veicoli spaziali durante le fasi più critiche del volo: il lancio e il rientro a terra. Poiché Artemis II non prevede un allunaggio né tantomeno l'uscita degli astronauti fuori dalla navicella Orion, è stato scelto il colore arancione così come fu fatto in epoca Shuttle. E infatti il design e la tecnologia di queste tute sono ereditate direttamente dall'epoca Shuttle.

Insomma, le tute di Artemis II sono arancioni un po' per lo stesso motivo per cui le “scatole nere” sono in realtà arancioni!

Com’è realizzata una tuta di Artemis II e cosa c’è dentro 

La tecnologia di base è quella sviluppata per lo Shuttle, ma con miglioramenti significativi. Ogni tuta è realizzata su misura per il singolo astronauta, per garantire il massimo comfort durante le fasi operative. Il casco è più leggero rispetto al passato e integra un sistema di comunicazione autonomo, indipendente da quello della capsula.

La tuta garantisce la pressurizzazione dell'ambiente attorno al corpo, ed è progettata per non irrigidirsi come un palloncino sotto pressione: gli astronauti possono muoversi con relativa libertà. Incorpora anche un sistema di riciclo dell'aria che rimuove la CO2 dall'ambiente interno. Sotto la tuta vera e propria si indossa una sotto-tuta a contatto con la pelle, che contiene il sistema di raffreddamento del corpo — anch'essa migliorata rispetto alle versioni precedenti. I guanti sono più resistenti e compatibili con i touch-screen, e l'intero sistema è ovviamente ignifugo.

Ogni tuta è dotata di un kit di sopravvivenza e segnalazione: luci, specchi e fischietti, pensati per un ammaraggio di emergenza in mare aperto. Ma la caratteristica più importante, in ottica Artemis II, è un'altra: la tuta è in grado di garantire la sopravvivenza dell'astronauta fino a 6 giorni in totale autonomia.

Questo non è un dettaglio marginale. Se la capsula Orion subisse una depressurizzazione durante il viaggio verso la Luna (a centinaia di migliaia di chilometri dalla Terra) l'equipaggio avrebbe abbastanza tempo, al sicuro nelle proprie tute, per completare il rientro. Una rete di sicurezza progettata per gli scenari peggiori, sperando di non doverla mai usare.

Fonti
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Filippo Bonaventura
Content editor coordinator, Autore
Coordinatore editoriale di Geopop, autore di contenuti e responsabile del magazine geopop.it, dove scrivo principalmente di astronomia, spazio, fisica e meteorologia. Ho una laurea in Astrofisica, un Master in Comunicazione della Scienza alla SISSA di Trieste e in passato ho fatto divulgazione scientifica con il progetto “Chi ha paura del buio?”.
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