
Si chiama pregiudizio della negatività, o negativity bias, ed è la tendenza del nostro cervello ad attribuire una significatività maggiore a esperienze o avvenimenti negativi, rispetto a quelli positivi. A parità di frequenza o valore, ciò che è negativo tende a colpirci di più, a restare impresso più a lungo e a influenzare maggiormente il nostro modo di pensare, sentire e agire. È il motivo per cui ricordiamo più facilmente le critiche che i complimenti, un fallimento rispetto a molti successi, un forte litigio rispetto a numerosi momenti sereni trascorsi con una persona.
Le esperienze negative sembrano lasciare un’impronta più profonda, come se il cervello le registrasse con maggiore forza. Questa inclinazione non è casuale, né patologica in sé. Al contrario, ha radici molto antiche e risponde a una funzione adattiva: proteggere l’individuo. Il nostro cervello tende a dare priorità a tutto ciò che può rappresentare una perdita, una minaccia o un pericolo, attivandosi con maggiore intensità proprio per evitare che quell’esperienza si ripeta. In altre parole, è come se la nostra mente ci dicesse: “Ricorda bene questo evento negativo, perché la prossima volta potresti evitarlo”. Il problema nasce quando questo meccanismo, nato per proteggerci, diventa eccessivo e invalidante: il pregiudizio di negatività può portarci a sovrastimare rischi e sottovalutare le opportunità, a bloccarci di fronte alle scelte e a influenzare negativamente l’immagine che abbiamo di noi stessi e del mondo.
Cos’è il bias della negatività e perché esiste
Dal punto di vista evolutivo, il pregiudizio di negatività ha perfettamente senso. I nostri antenati vivevano in ambienti ostili, imprevedibili e potenzialmente pericolosi. In quel contesto, ricordare ciò che poteva minacciare la sopravvivenza era molto più importante che ricordare ciò che era piacevole. Sapere che un determinato animale era aggressivo, che una certa pianta era velenosa o che uno specifico luogo nascondeva dei rischi aumentava drasticamente le probabilità di sopravvivere. Dimenticare un’esperienza positiva, come una giornata tranquilla o un pasto abbondante aveva conseguenze minime. Dimenticare un pericolo poteva essere fatale. Per questo motivo il cervello umano si è evoluto per:
- individuare più rapidamente le minacce,
- reagire più intensamente agli stimoli negativi,
- conservare più a lungo i ricordi spiacevoli.
Per far comprendere come sia potente questa base evolutiva, proviamo a pensare alle nostre papille gustative: esse rispondono agli stimoli dolce, salato, acido e amaro. La maggior parte delle persone riesce a percepire il dolce in circa una parte su 200, il salato in una parte su 400, l'aspro in una su 130.000 e l'amaro in una su 2.000.000. Questo significa che una data quantità di uno stimolo gustativo negativo o correlato a una minaccia (ad esempio, la maggior parte dei veleni ha un sapore amaro) attiva una risposta affettiva più forte rispetto alla stessa quantità di uno stimolo gustativo positivo (ad esempio, il dolce).
Allo stesso modo, anche oggi il nostro cervello rimane cablato per reagire prima al pericolo che al piacere e si attiva maggiormente per far sì che questo possa restarci più impresso. Una critica, un rifiuto, un fallimento o una relazione dolorosa vengono trattati, a livello emotivo, come segnali di allarme. Questo spiega perché le esperienze negative continuano ad avere un impatto sproporzionato rispetto a quelle positive.
Il male è più forte del bene
Uno dei contributi scientifici di maggior rilevanza sul tema del pregiudizio di negatività è l’articolo Bad is better than good (2001), scritto dagli psicologi sociali Roy F. Baumeister, E. Bratslavsky, C. Finkenauer e K. Vohs. In questo lavoro, gli autori spiegano come in quasi tutti gli ambiti della vita, “i tratti negativi di un individuo hanno più peso dei suoi tratti positivi e, anche quando si equivalgono in termini di numerosità e valore, plasmano il nostro giudizio in maniera del tutto squilibrata.” In altre parole, anche quando bene e male sono equivalenti in termini di quantità o valore, il loro effetto psicologico non lo è. Per esempio:
- perdere una somma di denaro ha un impatto emotivo maggiore rispetto alla gioia di guadagnare la stessa somma;
- ricevere una critica colpisce più profondamente che ricevere un complimento;
- un evento negativo in una relazione può influenzarla più di molti momenti positivi.
Secondo gli studiosi, il bene può prevalere sul male solo grazie alla superiore forza dei numeri: molti eventi positivi possono superare gli effetti psicologici di un singolo evento negativo. Quando sono presenti uguali misure di bene e male, tuttavia, gli effetti psicologici di quelli negativi superano quelli di quelli positivi.
Gli autori di Bad is stronger than good mostrano come il principio secondo cui il male è più forte del bene emerga in numerosi aspetti della vita psicologica. Attraverso la revisione di diversi studi, evidenziano come gli eventi negativi abbiano un impatto maggiore rispetto a quelli positivi in specifici aspetti. Per citarne alcuni:
- Memoria: il negativo si ricorda di più. Per quanto riguarda la memoria, numerosi studi riportati dagli psicologi mostrano che le persone tendono a ricordare più facilmente eventi negativi rispetto a quelli positivi. Questo vale non solo per la memoria autobiografica (rievocazione di eventi passati salienti), ma anche per la memoria a breve termine. In alcuni esperimenti, ad esempio, ai partecipanti venivano presentate una lista di parole con valenza emotiva diversa: i risultati indicano che le parole con accezione negativa venivano ricordate più frequentemente rispetto a quelle di connotazione positiva. Gli stessi autori precisano che gli studi non sono privi di limiti, ma sottolineano un aspetto cruciale: non esistono evidenze solide che mostrino il contrario, ovvero una superiorità del positivo sul negativo nella memoria. Questo suggerisce che gli eventi negativi godono di un vantaggio sistematico nel processo di codifica e recupero delle informazioni. In altre parole, ciò che è negativo tende a fissarsi più facilmente nella memoria.
- Emozioni: il negativo è più intenso e duraturo. Un altro ambito analizzato nell’articolo riguarda le emozioni. Gli autori osservano che esistono molte più parole per descrivere emozioni negative rispetto a quelle positive, così come esistono molte più strategie per evitare stati emotivi negativi che per indurre emozioni positive. Le emozioni negative, inoltre, sembrano avere un impatto psicologico più forte e persistente. Quando alle persone viene chiesto di ricordare eventi recenti emotivamente significativi, la maggior parte tende a riportare eventi negativi, anche se riconoscono di aver vissuto esperienze positive nello stesso periodo. Questo indica che le esperienze associate a emozioni negative risultano più salienti, più accessibili e più influenti nel tempo rispetto a quelle positive. Le emozioni spiacevoli, non solo si fanno sentire di più, ma lasciano anche una traccia più duratura.
- Apprendimento: si impara più dagli errori che dai successi. Gli autori analizzano il ruolo del pregiudizio di negatività nei processi di apprendimento. Diversi studi mostrano che i bambini apprendono più rapidamente in seguito a punizioni per risposte sbagliate rispetto a rinforzi per risposte corrette. Questi risultati suggeriscono che l’apprendimento e il condizionamento siano più fortemente influenzati da eventi negativi che da eventi positivi, anche quando la “quantità” oggettiva di bene e male è la stessa. Le persone sembrano quindi predisposte ad apprendere più velocemente le conseguenze associate a esperienze negative, probabilmente perché, dal punto di vista evolutivo, riconoscere ed evitare l’errore era fondamentale per la sopravvivenza.
- Relazioni di coppia: il negativo pesa più del positivo. Un’importante implicazione del pregiudizio di negatività riguarda le relazioni di coppia. Gli autori sottolineano che aumentare comportamenti positivi in una relazione non ha lo stesso impatto che ridurre quelli negativi. In uno studio citato, le coppie venivano filmate durante le loro interazioni. I ricercatori notarono che la reciprocità emotiva e comunicativa era più intensa durante i litigi rispetto ai momenti di scambio positivo e affettuoso. In altre parole, gli scambi negativi risultavano più potenti e influenti nel determinare la qualità della relazione. Questo significa che un singolo comportamento negativo può compromettere una relazione molto più di quanto diversi comportamenti positivi possano migliorarla. Anche in questo ambito, insomma, il peso del negativo è sproporzionato rispetto a quello del positivo.
- Stereotipi e reputazione: il negativo è più difficile da cancellare. Le informazioni negative risultano più potenti di quelle positive anche nella formazione dei giudizi sugli altri. In particolare, più un tratto è sfavorevole, minore è il numero di esempi necessari per confermarlo e maggiore è il numero di casi richiesti per smentirlo. In altre parole, le cattive reputazioni sono facili da acquisire ma difficili da perdere, mentre vale il contrario per le buone reputazioni. Una volta che una caratteristica negativa entra a far parte di uno stereotipo, tende ad essere resistente al cambiamento, perché servono numerose osservazioni per metterla in discussione.
Baumeister e colleghi estendono questa riflessione anche ad altri ambiti, come i processi neurologici, le relazioni sociali e lo sviluppo infantile, arrivando a una conclusione chiara e univoca: il male esercita un’influenza più forte del bene nella vota psicologica dell’essere umano. Questo non significa che il bene non abbia valore, ma che per contrastare un vento negativo sono necessari molti eventi positivi. Il nostro cervello, modellato dall’evoluzione, continua a dare priorità a ciò che può farci male, anche quando il pericolo non è più reale ma simbolico.