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18 Gennaio 2026
15:00

Più di 1 italiano su 100 soffre di insicurezza alimentare: cosa significa e perché è un problema

L’indice di insicurezza alimentare misura quanto e con quale continuità le persone riescono ad alimentarsi. In modo moderato o grave, riguarda più di 1 italiano su 100. Vediamo cosa significa e quanto ci impatta.

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Più di 1 italiano su 100 soffre di insicurezza alimentare: cosa significa e perché è un problema
insicurezza alimentare

Per insicurezza alimentare si intende la difficoltà ad avere accesso ad abbastanza quantità sufficienti di cibo sano e nutriente per condurre una vita attiva e in buona salute. In Italia, si stima che il 5,5% delle persone sia esposta a questa condizione e più di 1 italiano su 100 soffre di insicurezza alimentare moderata o grave, soprattutto nel Mezzogiorno e tra gli stranieri.

Cos’è l’insicurezza alimentare

La FAO (Food and Agricolture Organization) definisce l'insicurezza alimentare come la condizione in cui una persona non può accedere, a causa dell’indisponibilità di cibo e/o mancanza di risorse per procurarselo, a un’alimentazione sufficientemente nutriente per crescere, svilupparsi normalmente e avere una vita attiva e in buona salute.

A livello internazionale, per misurare l’insicurezza alimentare si utilizza la scala FIES (Food Insecurity Experience Scale), attraverso 8 domande sulle difficoltà riscontrate negli ultimi 12 mesi, a causa di mancanza di denaro o di altre risorse:

  1. essere preoccupato/a di non avere abbastanza cibo da mangiare;
  2. non aver potuto mangiare del cibo salutare e nutriente;
  3. aver mangiato solo alcuni tipi di cibo;
  4. aver dovuto saltare un pasto;
  5. aver mangiato meno di quanto pensava avrebbe dovuto;
  6. aver esaurito il cibo;
  7. aver avuto fame e non aver potuto mangiare;
  8. non aver mangiato per un giorno intero.

In base alle risposte, le persone vengono classificate in diversi livelli di gravità di insicurezza alimentare:

  • lieve: il cibo non manca, ma è di scarsa qualità. Rientrano in questa categoria le persone che rinunciano, ad esempio, ad acquistare prodotti freschi per risparmiare, puntando su alimenti più economici e meno equilibrati dal punto di vista nutrizionale
  • moderata: quando si iniziano a ridurre anche le quantità o a saltare qualche pasto per mancanza di risorse: il problema non è più solo la qualità di cosa si mangia, ma anche quanto e con quale regolarità
  • grave: i segnali FIES che rilevano l’insicurezza alimentare più grave sono aver avuto fame non avendo potuto mangiare e non aver mangiato per un giorno intero. Quando il cibo manca in modo prolungato con pasti saltati per giorni, si ha infatti perdita di peso e conseguenze dirette sulla salute.

Quanti italiani ne soffrono: i dati

Quando sentiamo parlare di insicurezza alimentare pensiamo spesso a Paesi lontani, colpiti da carestie o conflitti. Ed in effetti, secondo i dati FAO, nel 2024 la prevalenza dell’insicurezza moderata o grave a livello mondiale è pari al 28%. Tuttavia, questa percentuale è una media tra numeri molto diversi in base alle aree geografiche: dal 58,9% del continente africano al 6,8% del continente europeo.

Nel 2024 il 5,5% degli italiani ha risposto affermativamente ad almeno una delle domande della scala FIES. Il segnale più diffuso, con il 4,3% di incidenza, riguarda l’aver mangiato solo alcuni tipi di cibo, seguito dall’essere preoccupato/a di non avere abbastanza cibo da mangiare e dal non aver potuto mangiare del cibo salutare e nutriente, entrambi pari al 2,5%.

L’1,3% della popolazione è a livello moderato o grave mentre i segnali FIES che rilevano l’insicurezza alimentare più grave presentano un’incidenza inferiore all’1% (0,7% e 0,5%, rispettivamente). L’insicurezza alimentare moderata o grave è maggiore nelle città e metropoli (1,6%), mentre nelle zone rurali o a bassa densità di popolazione è più contenuto (0,9%). Emerge un divario anche territoriale: nel Mezzogiorno c’è un’incidenza di insicurezza moderata o grave pari al 2,7%, mentre Nord e Centro Italia si fermano rispettivamente allo 0,6% e allo 0,8% ed è più diffusa tra gli individui stranieri (1,8%) rispetto agli individui di cittadinanza italiana (1,3%). Sono a maggior rischio anche coloro che presentano, per motivi di salute, limitazioni nelle attività abituali (2,4%) rispetto a chi non ha alcuna limitazione (1%) Non ci sono invece differenze significative né tra uomini e donne, né tra adulti e minori.

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