
La ricina è delle sostanze naturali più tossiche attualmente conosciute. È contenuta nei semi del ricino (Ricinus communis), una pianta estremamente comune e spesso coltivata nei giardini a scopo ornamentale. Una volta inalata, ingerita o iniettata nel corpo, la tossina penetra nelle cellule e ne blocca irreversibilmente la sintesi proteica, portandole alla morte. Sebbene l'avvelenamento sia un evento raro, la tossicità della sostanza e la totale assenza di un antidoto la rendono una potenziale minaccia, al punto da aver suscitato, nel corso della storia, un interesse per scopi non positivi. Non a caso, il CDC (Centers for Disease Control and Prevention statunitense) classifica la ricina come potenziale agente di bioterrorismo di categoria B, è considerata pericolosa e moderatamente facile da diffondere pur avendo un potenziale di mortalità di massa inferiore rispetto ad altri patogeni. Oltre ad essere stata resa nota dalla serie tv Breaking Bad, già durante la Seconda Guerra Mondiale, Stati Uniti e Gran Bretagna la studiarono come arma biologica sotto il nome in codice di "composto W", senza però mai impiegarla sui campi di battaglia.
Di recente, questa tossina è tornata al centro dell'attenzione pubblica a causa di un fatto di cronaca. Tracce di ricina sono state infatti rilevate nel sangue di una madre e di sua figlia, decedute a Campobasso (Molise) nei giorni successivi al Natale del 2025. Poiché le indagini sono tuttora in corso, non è compito della divulgazione scientifica entrare nel merito giudiziario della vicenda, ciò che la scienza può fare, invece, è fare chiarezza sulla natura di questa sostanza e sui rischi a essa legati.
Che veleno è la ricina e da dove viene
La ricina è una glicoproteina idrosolubile estratta dai semi del ricino (Ricinus communis), una pianta diffusa in tutto il mondo che cresce spontaneamente e viene spesso coltivata come ornamentale nei giardini per le sue grandi foglie palmate. Come documentano in una revisione pubblicata su Reports of Biochemistry & Molecular Biology, la sua presenza nei semi era nota già all'antichità: Egizi, Greci e Romani usavano l'olio di ricino per scopi medici. L'olio correttamente processato non contiene ricina dato che la tossina rimane nei residui solidi dopo l'estrazione ed è inattivata se l'estrazione avviene ad alte temperature.

A livello molecolare, la ricina è composta da due catene legate tra loro da due atomi di zolfo (legame disolfuro): la catena B (RTB) si aggancia alle cellule e facilita l'ingresso mentre la catena A (RTA) una volta dentro la cellula, si lega ai ribosomi (le strutture fondamentali per la sintesi delle proteine) e li blocca irreversibilmente. È questo meccanismo che rende questa sostanza pericolosa. Una sola molecola di RTA è in grado di inattivare fino a 1.500-2.000 ribosomi al minuto. Senza proteine, la cellula muore.

Avvelenamento da ricina: vie di esposizione, dosi e sintomi
L'avvelenamento da ricina è un evento raro. La stragrande maggioranza dei casi documentati riguarda l'ingestione dei semi di ricino. In questo specifico scenario, fortunatamente, il tasso di sopravvivenza si aggira intorno al 98%. In generale, la pericolosità della ricina dipende da come entra nell'organismo: la via di esposizione (ingestione, inalazione o iniezione) cambia sia la dose letale che i sintomi.
La via più pericolosa è l'inalazione: la dose letale stimata (LD50) è di 3-5 microgrammi per chilogrammo di peso corporeo. Per l'ingestione orale la LD50 stimata è di circa 20 milligrammi per chilogrammo, perché parte della tossina viene degradata prima di essere assorbita. Infine, l'iniezione ha una tossicità paragonabile all'inalazione.
A seconda della via di esposizione, i sintomi, che compaiono generalmente entro 4-8 ore ma possono ritardare fino a qualche giorno, comprendono nausea, vomito, diarrea emorragica e dolori addominali nei casi di ingestione, a tosse, difficoltà respiratorie ed edema polmonare in quelli da inalazione, fino a necrosi locale, febbre e collasso cardiovascolare nei casi da iniezione. In tutti gli scenari gravi, l'esito finale senza cure è l'insufficienza multiorgano e la morte, che secondo il CDC può sopraggiungere entro 36-72 ore dall'esposizione.
La diagnosi di avvelenamento da ricina si basa su esami del sangue e delle urine (in particolare sul test per la ricinina, un alcaloide del ricino rilevabile nelle urine entro 48 ore) o su analisi ambientali per rilevare la ricina in polveri o materiali dispersi. Non esiste un antidoto specifico, il trattamento è di supporto, con fluidi endovena, farmaci o ventilazione meccanica.