
Circa 3.300 anni fa, degli scalpellini incaricati da Ramses II (1279-1213/1212 a. C.) hanno estratto un blocco di granito dalle cave di Assuan in Egitto. Dalla pietra hanno modellato una grande statua del faraone, poi trasportata via Nilo a Pi-Ramesses, la capitale nel Delta orientale. Lì rimase per generazioni. Intorno al 1060 a.C., il ramo del Nilo che alimentava la città cominciò ad prosciugarsi. Pi-Ramesses fu abbandonata, e la statua intraprese un secondo viaggio.
Nel 2026 è riemersa infatti a Tell el-Fara'un, l'antica Imet, a circa 24 chilometri da Pi-Ramesses. Il ritrovamento è stato annunciato dal Consiglio Supremo delle Antichità egiziano. La porzione conservata della statua misura circa 2,20 metri e pesa tra le cinque e le sei tonnellate. La statua è mutila della parte inferiore. Essa rappresenta il faraone con il tradizionale copricapo reale affiancato da altre due figure: potrebbe essere stata una triade scultorea, una tipologia che raffigurava il sovrano insieme a due divinità per evocare il legame tra potere terreno e divino.

Il dato più significativo non è la statua in sé, ma la sua presenza a Imet. Le analisi indicano che la scultura non fu realizzata per questo sito: fu trasportata deliberatamente da Pi-Ramesses. Spostare un blocco di queste dimensioni richiedeva centinaia di lavoratori, slitte di legno e sabbia bagnata per ridurre l'attrito. Era un'operazione complessa, resa necessaria dalla scarsità di cave di qualità nella zona del Delta orientale. Ma la motivazione non era solo pratica.
Appropriarsi dell'immagine di Ramses II significava appropriarsi del suo prestigio. Non dobbiamo dimenticare che egli fu probabilmente il più potente e rispettato faraone dell'intera storia egizia. I governanti di Imet collocarono la statua nel proprio complesso templare per legittimare il proprio potere, collegandolo alla tradizione di uno dei faraoni più venerati. Reimpiegare una statua già scolpita sanciva la riappropriazione di un simbolo di potere, senza dover costruire nulla da zero.