
Nel cuore dei Balcani, nel nord della Serbia, un sito archeologico sta riscrivendo ciò che sappiamo sulla violenza nella preistoria europea. A Gomolava, nel Bacino dei Carpazi, gli archeologi hanno portato alla luce una grande fossa comune risalente a circa 2.800 anni fa, all’inizio dell’Età del Ferro (IX-VIII sec. a. C.). Lo studio, pubblicato su Nature Human Behaviour, presenta come capofila Linda Fibiger dell'Università di Edinburgo e Miren Iraeta-Orbegozo dell'Università di Copenaghen.
Nella fossa comune, sormontata da un tumulo, sono stati identificati i resti di 77 individui. I materiali ritrovati e le analisi al radiocarbonio hanno datato il contesto al IX secolo a.C.. Le analisi antropologiche eseguite sugli scheletri hanno individuato traumi evidenti, soprattutto alla testa: colpi violenti con armi o proiettili, compatibili con un’uccisione intenzionale. Non si tratta dunque né di un’epidemia né di una sepoltura rituale collettiva. Tutti gli indizi raccolti indicano che si tratti del risultato di un massacro deliberato. La fossa misurava 3 metri di diametro, ed era profonda mezzo metro. Sotto i resti dei 77 individui, accatastati gli uni sugli altri, è stato ritrovato lo scheletro di un giovane bovino, sacrificato presumibilmente da chi ha realizzato la fossa.

Ciò che ha colpito maggiormente gli archeologi però è il campione di popolazione rappresentato nella sepoltura. Circa il 70% degli individui analizzati erano di sesso femminile, con una quota molto alta composta da bambini e adolescenti. Gli uomini adulti rappresentati sono molto pochi. Questo dato rompe uno schema frequente nei contesti di conflitto dell'Europa preistorica, dove le vittime sono spesso soprattutto maschi in età da combattimento. Qui, invece, le vittime principali sono persone vulnerabili.
Sono state eseguite anche delle analisi del DNA sui resti ritrovati, per delineare il sistema di relazioni fra le vittime sepolte nella fossa comune. Queste hanno rivelato un altro elemento fondamentale: la maggior parte degli individui non era legata da stretti rapporti di parentela. Non si trattava quindi dell’eliminazione di una singola famiglia o di più famiglie legate fra loro, ma verosimilmente di una parte significativa di una comunità più ampia, come una tribù. Solo in pochi casi sono emersi legami diretti, come quello tra una madre e due figlie. Si trattava probabilmente di una consistente parte della popolazione di un villaggio dell'epoca, abitato da circa 100-200 persone.

Episodi di violenza così efferata nell'Europa preistorica sono abbastanza attestati in archeologia. Per spiegare la particolarità del contesto di Gomolava, gli studiosi ritengono che si sia trattato di un atto di violenza selettiva, volto a colpire deliberatamente una precisa fascia della popolazione. Non una battaglia tra eserciti, ma un attacco mirato contro donne e giovani, il cuore di una comunità. All'inizio dell'età del ferro, il Bacino dei Carpazi era in fermento: essendo questa regione un crocevia geografico: numerosi gruppi umani vi transitavano per diverse ragioni. Culture diverse convivevano e si sovrapponevano, generando scambi commerciali e culturali, ma anche tensioni. La fossa di Gomolava sembra essere la traccia concreta di uno di questi momenti di conflitto estremo. In un’epoca di trasformazioni sociali, migrazioni e competizione per le risorse, eliminare donne e bambini poteva significare colpire il cuore stesso di una comunità: interromperne la continuità biologica, sociale ed economica.
Questo studio è importante non solo per le sue dimensioni (si tratta di una delle più grandi fosse comuni europee dell'inizio dell'età del ferro), ma anche perché offre uno sguardo diretto sulle dinamiche della violenza preistorica. Quasi tremila anni fa esistevano quindi forme di aggressione organizzata, capaci di colpire deliberatamente i membri più indifesi di una società, in questo caso le donne e i bambini. La scoperta ci ricorda che la guerra, nella sua dimensione più crudele, non è un’invenzione moderna.