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2 Marzo 2026
12:09

Chiusura Stretto di Hormuz e fornitura petrolio: i Paesi che rischiano di più e le soluzioni in campo

L'Operazione Epic Fury ferma l'epicentro del commercio petrolifero nello Stretto di Hormuz. Con 150 navi ferme, la chiusura imposta da Teheran rischia di mandare in tilt i mercati mondiali, e i piani alternativi offerti da Riad e Abu Dhabi non bastano per coprire il fabbisogno di greggio mondiale.

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Chiusura Stretto di Hormuz e fornitura petrolio: i Paesi che rischiano di più e le soluzioni in campo
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È notizia delle ultime ore che lo Stretto di Hormuz è stato chiuso a seguito dell'attacco del 28 febbraio 2026 (noto come "Operation Epic Fury") da parte degli Stati Uniti ai danni dell'Iran ha segnato un punto di non ritorno. Se non ne aveste mai sentito parlare, si tratta di un punto chiave di transito per il commercio petrolifero e di gas naturale liquefatto globale di 33 km di larghezza (con due corridoi di navigazione di 3 km l'uno) racchiuso tra l'Iran a nord e l'Oman a sud.

Al momento, secondo le più autorevoli testate internazionali ci sarebbero ben 150 petroliere ferme (tra queste navi ci sono anche quelle che trasportano greggio e gas naturale liquefatto) e due sarebbero rimaste colpite dagli attacchi tra i due paesi. Una di esse è addirittura affondata.

Da questo stretto passano circa il 27% del petrolio mondiale e il 20% del gas (circa 20 milioni di barili al giorno), che dall'inizio della guerra russo-ucraina è diventato fondamentale.

Proprio per questa ragione chiudere questo "rubinetto" potrebbe avere enormi conseguenze, portando a un rialzo vertiginoso dei prezzi di queste risorse, con conseguenze su tutto il mondo.  Inoltre, la chiusura fa sì che tutti i servizi che collegano i porti del Golfo persico subiscano dei ritardi imprecisati, cambi d’itinerario o aggiustamenti d’orario.

Ma chi è che rischia di più da questa situazione, ora?

Quali paesi soffrirebbero di più la chiusura dello Stretto di Hormuz e cosa rischia l'Europa

I Paesi che soffrirebbero di più da una chiusura prolungata dello Stretto sono decisamente quelli asiatici, visto che l'80% delle risorse di petrolio e gas a loro destinate arrivano proprio da qui.

Il maggior importatore di greggio attraverso lo stretto è la Cina, che potrebbe quindi subire degli shock pesanti nonostante sia alleata dell'Iran. Con la grande nazione orientale c'è anche il Giappone, la Corea del Sud e l'India. Per quest'ultima è soprattutto una questione di sicurezza alimentare però, visto che l'85% del GPL per cucinare proviene da lì.

E noi Europei? Anche noi siamo a rischio: nonostante non siamo i primi clienti di greggio del Golfo, dipendiamo infatti dal Qatar per il gas. Se la chiusura dello Stretto di Hormuz dovesse protrarsi, il prezzo del gas al TTF di Amsterdam (il principale mercato virtuale all'ingrosso per lo scambio di gas naturale in Europa) rischierebbe di triplicare.

La corsa ai ripari di Riad e Abu Dhabi

Per mitigare la vulnerabilità legata alle costanti tensioni geopolitiche nei pressi dello Stretto di Hormuz, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno investito massicciamente, nel corso dell'ultimo decennio, in soluzioni logistiche alternative per il trasporto del greggio via terra, così da ridurre la dipendenza dalle rotte marittime più esposte alle minacce di blocco o sabotaggio.

Riad ha potenziato la sua "autostrada del petrolio", ossia una rete di condotte che taglia trasversalmente l'intera Penisola Arabica. Questo sistema permette di convogliare il greggio dai giacimenti orientali direttamente ai terminali del Mar Rosso, spostando così il baricentro delle esportazioni verso ovest ed evitando di passare per lo Stretto.

Abu Dhabi, invece, ha realizzato l'oleodotto strategico Habshan-Fujairah, che permette di trasportare il petrolio alle spalle dello Stretto facendolo confluire direttamente nel porto di Fujairah, affacciato sull'Oceano Indiano. In questo modo, le petroliere possono caricare il greggio in acque libere, evitando di entrare nel collo di bottiglia del Golfo.

Ma nonostante questi sistemi per aggirare il problema, l'EIA (Energy Information Administration) ha osservato che la capacità di transito di queste rotte alternative è molto limitata rispetto ai volumi totali di cui abbiamo parlato in apertura, con una portata stimata di circa 2,6 milioni di barili al giorno, circa l'87% in meno di quanto passa per Hormuz. Ciò significa che le vie pensate dai due Paesi mediorientali riuscirebbero a compensare solo il 13-15% circa del flusso abituale, lasciando i mercati globali esposti a un deficit massiccio.

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Veronica Miglio
Storyteller
Innamorata delle parole sin da bambina, ho scelto il corso di lingue straniere per poter parlare quante più lingue possibili, e ho dato sfogo alla mia vena loquace grazie alla radio universitaria. Amo raccontare curiosità randomiche, la storia, l’entomologia e la musica, soprattutto grunge e anni ‘60. Vivo di corsa ma trovo sempre il tempo per scattare una fotografia!
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