
Pesci lunghi dai 3.7 ai 4.8 centimetri che scalano una cascata verticale di 15 metri in Congo, aggrappandosi alla roccia bagnata con le pinne come se fossero mani sporche di magnesite. Ogni anno, alla fine della stagione delle piogge, migliaia di esemplari di Parakneria thysi compiono questa impresa in fila indiana. La scena si svolge sulle Cascate Luvilombo, nel Parco Nazionale di Upemba, nella Repubblica Democratica del Congo e, nonostante fosse nota da oltre 50 anni, fino a oggi nessuno l'aveva mai documentata con foto e video. Ci ha pensato uno studio pubblicato su Scientific Reports, che racconta per la prima volta il comportamento di arrampicata di questi piccoli pesci d'acqua dolce endemici nella regione. Per dare un'idea della portata dell'evento, fatte le debite proporzioni, è come se un uomo alto un metro e ottanta scalasse a mani nude una parete verticale di 675 metri, ben più del doppio della Torre Eiffel. Un'impresa titanica che farebbe invidia persino ad Alex Honnold, lo scalatore diventato celebre per aver domato senza corde i quasi 900 metri di roccia di El Capitan e i 508 metri del grattacielo Taipei 101.
Come si arrampicano i Parakneria thysi in Congo: unculi, pinne e ondulazioni
Lo studio in questione porta per la prima volta prove concrete sulla capacità dei pesci della famiglia Kneriidae di scalare le pareti rocciose della cascate. Il protagonista della ricerca è un membro del genere Parakneria, ovvero P. thysi, un pesciolino che nella lingua locale Sanga viene chiamato "Kalumbu" che significa letteralmente "appicciarsi", in riferimento alla sua particolare abitudine. Il comportamento documentato è una migrazione che avviene tra aprile e maggio, alla fine della stagione delle piogge. L'impresa viene affrontata solo da esemplari di taglia piccola o media – tra 3.7 e 4.8 cm di lunghezza (la specie raggiunge un massimo di circa 9.6 cm).

Il meccanismo di arrampicata è quanto di più lontano si possa immaginare da un pesce che nuota. I P. thysi si aggrappano alla parete verticale della cascata, nella zona dove scorre poca acqua ma la roccia è costantemente umida, usando prima le pinne pettorali, poi le pinne pelviche come supporto. La propulsione verso l'alto avviene tramite movimenti ondulatori laterali della metà posteriore del corpo, come quando il pesce nuota, ma orientati verticalmente.

La chiave di tutto sono strutture microscopiche chiamate unculi, piccole proiezioni unicellulari a forma di uncino presenti sulla superficie ventrale delle pinne. Lo studio ha rilevato che gli unculi sono più numerosi e più lunghi sulle pinne pettorali rispetto alle pelviche, coerentemente con il ruolo prevalente delle prime nell'arrampicata.

La salita non avviene tutta d'un fiato, i pesciolini si prendono tutto il tempo necessario. Gli "scalatori d'acqua" si fermano ogni 15-60 secondi in verticale per riprendere fiato, e nelle pause più lunghe (da 2 minuti a 1 ora o più), si radunano a centinaia sulle terrazze orizzontali della cascata. Per scalare un metro di parete verticale ci vogliono in media 30-60 secondi di movimento e 8-9 pause. Per raggiungere la cima delle Cascate Luvilombo, alte 15 metri con tre gradini principali di 8.5, 4.5 e 2.5 metri, un singolo pesce impiega circa 9 ore e 45 minuti. Un'intera giornata, o quasi.
Perché lo fanno: le ipotesi dei ricercatori sui pesci africani
I ricercatori hanno avanzato diverse ipotesi (che non si escludono tra loro) per spiegare questa migrazione stagionale. Un'idea è quella che i pesci risalgano la cascata per tornare nei torrenti a monte dopo essere stati trascinati a valle dalle forti piogge, in questo modo andrebbero a rioccupare habitat idonei, ricchi di rapide e fondi rocciosi, dove la specie predilige vivere. Oppure, tutta la fatica può essere giustificata da una riduzione della competizione alimentare nella zona a valle, più affollata durante le inondazioni o, ancora, per sfuggire dai predatori che si concentrano alla base delle cascate proprio durante la stagione delle piogge il pesce gatto Schilbe intermedius.
Questa affascinante storia di piccoli pesci che sfidano i forti getti d'acqua delle cascate, pur essendo di grande ispirazione, lascia purtroppo l'amaro in bocca sul finale. Come sottolineano gli autori dello studio, il fiume Luvilombo subisce una fortissima pressione dalle attività umane. Durante la stagione secca, l'acqua viene deviata a monte per irrigare le coltivazioni dei villaggi vicini. Questa pratica, unita alle annate con scarse precipitazioni, porta al prosciugamento del corso d'acqua a valle delle cascate, con la conseguente distruzione dell'habitat del P. thysi.

I ricercatori auspicano che la scoperta convinca le autorità locali a intervenire per tutelare le Cascate Luvilombo, promuovendole a monumento naturale di interesse nazionale e valorizzandole, magari, come meta per un ecoturismo stagionale e sostenibile.