Scalata Monte Everest

69 anni fa, il 29 maggio 1953, fu realizzata una delle più grandi imprese compiute dall'uomo: il neozelandese Edmund Hillary e lo sherpa Tenzing Norgay raggiunsero, infatti, la cima del monte Everest che, con i suoi 8848,86 metri sul livello del mare, è la montagna più alta della Terra. La sua altitudine venne accertata con una discreta precisione alla metà dell’Ottocento, lo stesso periodo nel quale in Europa si sviluppò l’alpinismo nella sua forma moderna. La possibilità di raggiungere la cima più alta del mondo, però, rimase per molti anni un desiderio proibito.

A quei tempi, infatti – e non solo – le difficoltà tecniche della scalata erano enormi: non erano note le reazioni dell’organismo a un’altitudine così elevata, dove l’aria è rarefatta e l’ossigeno può risultare insufficiente. Inoltre, organizzare una spedizione aveva costi molti elevati. Infine, era necessario ottenere l’autorizzazione dalle autorità locali: l’Everest si trova nella catena dell’Himalaya, una parte della quale è tutt'ora compresa nello Stato del Nepal e un’altra era soggetta al controllo del Dalai Lama in Tibet (negli anni ‘50 questo settore è stato occupato dalla Cina).

I primi tentativi di scalata all'Everest

Mappa Everest

Grazie ai progressi della tecnologia e dell’alpinismo, nel Novecento scalare l’Everest diventò una possibilità concreta. L’ascesa al “tetto del mondo”, inoltre, si pose come una questione di interesse nazionale, perché per un Paese raggiungere per primo la vetta sarebbe stato un risultato di grande prestigio. Lo Stato che dedicò maggiori risorse all’impresa fu il Regno Unito, che aveva grandi interessi economici e geopolitici nel subcontinente indiano (l’India è stata una colonia britannica fino al 1948).

La prima spedizione, organizzata e finanziata dal Mount Everest Committee, partì nel 1921. Lo scopo non era raggiungere la cima, ma esplorare la montagna, e la spedizione non arrivò oltre i 7.000 metri di altitudine. Gli alpinisti britannici erano accompagnati dagli sherpa (nome di un’etnia del Tibet, oggi termine esteso per indicare i portatori di alta quota), cioè le guide locali, indispensabili come portatori e per la loro conoscenza della catena dell’Himalaya. Da allora gli sherpa saranno quasi sempre tra i partecipanti alle scalate.

Mappa Everest

Nel 1922 i britannici tentarono per la prima volta di giungere in cima, sfruttando sia le conoscenze acquisite l’anno precedente, sia una novità tecnologica: il respiratore artificiale. Raggiunsero la quota di 8.326 metri, record mondiale di altitudine per quei tempi. Due anni dopo, nel 1924, un’altra spedizione portò un alpinista britannico, Edward Norton, a 8.580 metri. Tuttavia entrambe le spedizioni furono funestate da incidenti che provocano vittime tra gli sherpa e tra gli inglesi: nel 1922 una valanga travolse e uccise sette sherpa; nel 1924 due alpinisti inglesi, Andrew Irvine e George Mallory, scomparvero in uno dei tentativi di ascesa. Il corpo di Mallory è stato ritrovato solo nel 1999 a oltre 8.000 metri di altitudine. Non si può escludere che i due abbiano raggiunto la vetta prima di morire, ma non vi sono prove concrete che ciò sia avvenuto.

La conquista dell'Everest

Dopo il 1924 i tentativi di ascesa subirono un rallentamento, ma non si interruppero. Nel 1933, inoltre, per la prima volta un aeroplano sorvolò la vetta dell'Everest.

Conquista dell'Everest

Le scalate ripresero in maniera più intensa dopo la Seconda Guerra Mondiale. Rispetto agli anni precedenti, la tecnologia aveva fatto grandi progressi e gli alpinisti disponevano di indumenti più adatti al freddo e di strumenti più affidabili, come le corde in nylon. Grazie a questi progressi, nel 1952 una spedizione svizzera portò due uomini, Raymond Lambert e lo sherpa Tenzing Norgay, a duecento metri dalla cima, nuovo record di altitudine.

La “conquista” dell’Everest appariva ormai vicina e nel Regno Unito in parte suscitava preoccupazione: gli inglesi, leader delle spedizioni fino a quel momento, temevano che altri potessero batterli sul tempo. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il Regno Unito aveva perso buona parte del suo peso politico sulla scena internazionale, perché gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica si erano affermati come le due maggiori superpotenze, e l’impero coloniale inglese aveva iniziato a sgretolarsi. I britannici, perciò, avevano bisogno di imprese spettacolari per riaffermare il loro prestigio e nel 1953 il Joint Himalayan Committee (come era stato stato ribattezzato il Mount Everest Committee) organizzò una spedizione senza badare a spese. Il comando fu affidato a un colonnello dell’esercito, John Hunt, e la squadra era composta da undici britannici e due neozelandesi, insieme a un gran numero di sherpa.

Edmund Hillary e Tenzing Norgay
in foto: Edmund Hillary e Tenzing Norgay, 29 maggio 1953 (autore: Jamling Tenzing Norgay)

La spedizione puntava a scalare il versante sud del monte (in territorio nepalese) e partì in marzo. Hunt decise che sarebbero stati fatti tre tentativi di giungere in cima e che a ognuno di essi avrebbero preso parte due persone, da lui scelte volta per volta. Tra i partecipanti si sviluppò una forte competizione, perché tutti aspiravano a potersi fregiare del titolo di primo uomo a giungere sul tetto del mondo. Il campo per l’assalto finale fu allestito a oltre 7.000 metri di altitudine e da esso il 26 maggio prese avvio il primo tentativo di scalata, ma i due alpinisti scelti da Hunt non riuscirono ad andare oltre gli 8.750 metri. Fu coronato da successo, invece, il secondo tentativo: Edmund Hillary, un apicoltore neozelandese, e Tenzing Norgay raggiunsero la cima dell'Everest il 29 maggio 1953, alle ore 11,30.

Oggi si dice che la conquista dell’Everest sia stata l’ultima impresa dell’impero britannico. Quel che è certo è che l’uomo raggiunse allora un traguardo che appariva impossibile fino a pochi decenni prima.

Ascesa Everest

Altre scalate famose e turismo

Dopo l’impresa del 1953, molte altre persone raggiunsero la vetta dell’Everest. Tra gli altri, nel 1960 un gruppo di cinesi scalò per la prima volta la montagna dal versante nord; nel 1975, la giapponese Junko Tabei fu la prima donna a giungere in cima; nel 1978, Reinhold Messner e Peter Habeler riuscirono ad ascendere senza usare il respiratore artificiale.

Nei decenni più recenti, grazie agli ausili della tecnologia, scalare l’Everest è diventato più semplice, ma i rischi sono ancora elevati, come testimoniano i numerosi incidenti. Tra il 1953 e il 2010, si contano 5.104 ascese fino alla vetta, alle quali hanno preso parte 3.142 alpinisti, e purtroppo si sono verificate un totale di 219 vittime.

Scalatori everest

Dopo il 2010, il numero degli scalatori è aumentato ulteriormente e ogni anno alcune centinaia di persone si spingono fino al tetto del mondo. Il record è raggiunto nel 2019, con 891 scalatori arrivati in cima (alcune fonti riportano cifre lievemente diverse), ma anche con undici vittime accertate.

Negli ultimi anni si è sviluppato anche un più ampio turismo sull’Everest, che coinvolge viaggiatori che desiderano esplorare altitudini elevate, senza però spingersi fino alla vetta. I visitatori, che in media sono 35.000 ogni anno, hanno effetti benefici per l’economia locale, ma un impatto negativo sull’ambiente.

Articolo a cura di
Erminio Fonzo