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15 Gennaio 2023
7:30

L’esplorazione della Fossa delle Marianne. Chi è sceso nel punto più profondo del Pianeta

Quali spedizioni sono riuscite a raggiungere l'abisso Challenger a quasi 11.000 metri di profondità sotto il livello del mare? La prima impresa fu realizzata nel gennaio del 1960 con il batiscafo Trieste, un mezzo di costruzione italiana.

A cura di Erminio Fonzo
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L’esplorazione della Fossa delle Marianne. Chi è sceso nel punto più profondo del Pianeta
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Una delle difficoltà maggiori dell'esplorazione della Terra è scendere nelle profondità marine. Anche portarsi a poche centinaia di metri al di sotto della superficie è stata per secoli un’impresa irraggiungibile. Solo negli ultimi settant'anni l’uomo ha costruito mezzi capaci di esplorare gli abissi degli oceani, tanto che la prima discesa nel punto più profondo del mondo, l’abisso Challenger della fossa delle Marianne, tra 10.902 m e i 10.929 m di profondità, fu effettuata solo nel 1960. Scopriamo la storia dell’impresa del batiscafo Trieste e vediamo chi altro ha raggiunto l'abisso Challenger.

La fossa delle Marianne e l’abisso Challenger

La fossa delle Marianne è la depressione oceanica più profonda della Terra. È collocata all’incontro tra due placche tettoniche, quella del Pacifico e quella delle Filippine, e si estende per oltre 2.500 km a forma di mezzaluna. Dal punto di vista geografico, la fossa si trova nel Pacifico settentrionale, tra Giappone, Filippine e Nuova Guinea, nei pressi delle Isole Marianne. Il suo punto più profondo, noto come abisso Challenger raggiunge oltre 10.900 metri sotto il livello del mare.

La fossa delle Marianne
La fossa delle Marianne

La fossa fu scoperta dalla nave inglese Challenger nel 1875 nel corso di una fondamentale spedizione scientifica, che fondò l’oceanografia moderna. La Challenger stabilì che la profondità era di 8.184 metri. Nel 1951 un’altra spedizione inglese scoprì l’abisso Challenger (così chiamato in onore della nave che aveva scoperto la fossa) e ne misurò la profondità, stabilendo che raggiungeva i 10.863 metri. La misura è stata poi corretta da successive rilevazioni: oggi sappiamo che l’abisso è diviso in tre bacini, occidentale, centrale e orientale, e che la profondità massima è di 10.902-10.929 metri.

Come è stato possibile calarsi tanto in profondità?

L'abisso Challenger (credit Vivescovo)
L’abisso Challenger (credit Vivescovo)

La sfida delle profondità marine

Negli anni ’50 e ’60 l’uomo fece grandi progressi nel campo delle esplorazioni. Anzitutto, iniziarono le avventure spaziali, con il lancio del primo satellite artificiale nel 1957 e del primo uomo nello spazio nel 1961; sulla Terra, furono scalate per la prima volta le montagne più alte, l’Everest nel 1953 e il K2 l’anno successivo, e nel 1957 fu edificata una base di ricerca permanente al polo Sud.

Scendere nel profondo degli oceani era una sfida avvincente e importante dal punto di vista scientifico, ma particolarmente difficile. Era necessario, infatti, costruire mezzi appositi, perché i comuni sottomarini non sono in grado di calarsi oltre qualche centinaio di metri al di sotto della superficie. I mezzi, in particolare, dovevano essere capaci di resistere alla pressione dell’acqua, che a grandi profondità è molto forte. Negli anni ’30 erano state sperimentate le batisfere, cioè delle sfere di acciaio calate con una corda da una nave, alla quale restavano legate per tutta la discesa. Nel 1934 una batisfera raggiunse la profondità di 923 metri, che per l’epoca era un record. Per andare più in basso, però, era necessario un altro tipo di veicolo.

Batisfera esposta al National Geographic Museum
Batisfera esposta al National Geographic Museum di Washington (credit Mike Cole)

Il mezzo per scendere in profondità: i batiscafi

Dopo la Seconda Guerra Mondiale furono costruiti i primi batiscafi, che, a differenza delle batisfere, sono dotati di propulsione autonoma, fornita da motori elettrici. Il primo batiscafo fu costruito nel 1948 da un ingegnere italiano, ma il veicolo, dopo un’immersione coronata da successo, affondò. Nello stesso anno un ingegnere svizzero, Auguste Piccard, costruì un altro batiscafo, noto come FNRS-2, che ebbe maggiore successo. Il mezzo fu acquistato dalla Marina Francese e, dopo essere stato ricostruito, nel 1954 scese alla profondità di 4.000 metri in una missione al largo delle coste del Senegal.

Il batiscafo Trieste

Nel frattempo Piccard, che si era trasferito a Trieste, aveva progettato un nuovo batiscafo, formato da una camera riempita di benzina per permettere il galleggiamento (la benzina è più leggera dell’acqua), al di sotto della quale era collocata una sfera di acciaio capace di ospitare un equipaggio di due persone. La sfera aveva pareti spesse oltre 12cm e un piccolo oblò in plexiglass, unico materiale trasparente capace di resistere a una forte pressione.

Il batiscafo trieste
Il batiscafo Trieste

Il batiscafo fu costruito in Italia: la sfera fu prodotta dalle acciaierie di Terni, il resto dello scafo dai cantieri navali di Trieste e l’assemblaggio avvenne nei cantieri di Castellamare di Stabia. Il batiscafo, battezzato Trieste, divenne operativo nel 1953, quando effettuò la prima immersione al largo dell’isola di Capri. Nel 1958 fu acquistato dalla marina degli Stati Uniti che, dopo aver sostituito la sfera di acciaio, decise di utilizzarlo per l’esplorazione della fossa delle Marianne.

La discesa nella fossa delle Marianne

Alla fine del 1959 il batiscafo Trieste fu trasportato presso la fossa della Marianne da una nave e il 23 gennaio 1960 si immerse nell’abisso Challenger. A bordo vi erano due persone: Jacques Piccard, figlio di Auguste, che aveva partecipato alla progettazione del veicolo, e Don Walsh, capitano della marina statunitense. La discesa avvenne a una velocità media di 0,9 metri al secondo (3,2 km/h) e durò poco meno di cinque ore. Il Trieste raggiunse la profondità di 10.900 metri, toccando il fondale del bacino occidentale dell’abisso. Giunti a destinazione, Piccard e Walsh riuscirono a comunicare attraverso un idrofono con la nave appoggio, la USS Wandank, ma dopo 20 minuti, a causa del cedimento di uno strato del plexiglass dell’oblò, dovettero iniziare la risalita, che durò 3 ore e 15 minuti. La missione si concluse con pieno successo.

Sul piano scientifico, la scoperta più importante sembrò essere l’avvistamento di alcune sogliole nei pressi del fondale. La scoperta avrebbe comportato di rivedere alcuni punti fermi della biologia marina, secondo la quale non è possibile che dei pesci vivano a tale profondità, ma si è rivelata un errore. Probabilmente Piccard e Walsh scambiarono per sogliole delle piante marine.

Walsh e Piccard nel Trieste
Walsh e Piccard nel Trieste

Le esplorazioni successive: James Cameron e Victor Vescovo

Per molti anni nessun altro veicolo è sceso nell’abisso Challenger. Le esplorazioni sono riprese solo negli anni ’90, quando il fondale è stato raggiunto da alcuni veicoli senza equipaggio. Una nuova immersione umana è avvenuta nel 2012 e ha avuto per protagonista un personaggio molto noto, il regista canadese James Cameron, autore di film come Titanic e Avatar. Cameron, grande appassionato di esplorazioni marine, è disceso nel bacino orientale dell’abisso a bordo del batiscafo Deepsea Challenger ed è risalito dopo due ore e mezza.

James Cameron
James Cameron

Negli anni seguenti le esplorazioni sono continuate e fino a oggi 27 persone hanno raggiunto il fondale della fossa, tra cui il miliardario texano Victor Vescovo nel 2019. Le esplorazioni hanno conseguito importanti risultati scientifici, individuando piante marine e microrganismi non conosciuti in precedenza.

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