
Al Sud ci sono meno soldi in banca che al Nord, ma non perché si risparmi meno. A giugno 2026 le famiglie italiane avevano su conti correnti, depositi e libretti postali 1.194,7 miliardi di euro, circa 20.268 euro a testa: dai 23.129 euro del Nord-ovest ai 13.645 delle Isole, secondo le statistiche della Banca d'Italia. Se però si confrontano questi depositi con il reddito delle famiglie, il divario quasi scompare: in ogni area del Paese c'è sul conto l'equivalente di circa 10 mesi e mezzo di reddito.
La differenza vera tra le varie macroaree indagate sta altrove. Fuori dal conto corrente, in titoli di Stato, fondi e azioni: una persona del Nord-ovest ha in media 37.452 euro, una del Mezzogiorno 7.802. E su tutto pesa l'inflazione: dal 2021 i depositi sono cresciuti del 3,9%, ma al netto dei rincari valgono circa il 14% in meno.
Quanti mesi di reddito hanno in banca gli italiani al Nord, al Centro e al Sud
Il confronto parte da due fonti ufficiali. I depositi sono quelli delle famiglie consumatrici, comprensivi del risparmio postale, censiti dalla Banca d'Italia al 30 giugno 2026; la popolazione è quella residente al 1° gennaio 2026 rilevata dall'Istat. Il reddito è quello disponibile per abitante che l'Istat stima nei conti economici territoriali: nel 2024 era di 27.100 euro nel Nord-ovest, 25.900 nel Nord-est, 24.100 al Centro e 17.800 nel Mezzogiorno.
Dividendo i depositi per il reddito mensile, il risultato è quasi identico ovunque: 10,2 mesi nel Nord-ovest, 10,5 nel Nord-est, 10,6 al Centro e 10,7 nel Mezzogiorno. In proporzione a quanto guadagna, una famiglia del Sud ha in banca quanto una del Nord. La distanza nei depositi rispecchia quasi interamente quella nei redditi.
Lo stesso divario emerge dalle dichiarazioni fiscali. Per l'anno d'imposta 2024 il Ministero dell'Economia registra un reddito medio di 25.820 euro, dai 30.200 della Lombardia ai 19.020 della Calabria. Il reddito medio da lavoro dipendente è di 24.250 euro: circa 2.000 euro lordi al mese su dodici mensilità.
Rendite da affitti: quanto valgono e dove si concentrano in Italia
Accanto agli stipendi c'è una fonte di reddito che non proviene direttamente dal lavoro: gli affitti. Nel 2024, secondo l'analisi del MEF sulle dichiarazioni Irpef, 19,6 milioni di contribuenti hanno dichiarato 26,6 miliardi di redditi da fabbricati a tassazione ordinaria. A questi si aggiungono 23,4 miliardi di canoni con cedolare secca, dichiarati da circa 3,3 milioni di persone. In tutto sono circa 50 miliardi l'anno, pari all'8,5% di quanto gli italiani dichiarano da lavoro dipendente (585,5 miliardi).
La cedolare al 21%, usata per i canoni liberi e per il primo immobile in affitto breve, è scelta soprattutto in Lombardia, dove si concentra il 22,7% di chi la applica. Quella al 10%, per i canoni concordati, è più diffusa nel Lazio (17,6%). La crescita più rapida però è al Sud: tra il 2023 e il 2024 i redditi a cedolare secca sono aumentati del 13,5% nelle Isole e del 9,1% nelle regioni meridionali, contro l'8,4% nazionale.
Non si tratta solo di grandi proprietari: quasi la metà di chi applica la cedolare dichiara un reddito complessivo tra 20mila e 50mila euro. Per molte famiglie l'appartamento ereditato o la seconda casa sono un'integrazione dello stipendio.
Titoli, fondi e azioni: perché al Nord i soldi escono dal conto corrente
Come abbiamo già spiegato in precedenza la vera differenza tra Nord e Sud la fanno le banche che custodiscono per le famiglie titoli di Stato, obbligazioni, azioni e quote di fondi: la cosiddetta raccolta indiretta. A giugno 2026, secondo la Banca d'Italia, per famiglie e istituzioni non profit valeva 1.299 miliardi, più dei depositi. Ma è distribuita in modo molto diverso: 37.452 euro per abitante nel Nord-ovest, 27.370 nel Nord-est, 19.830 al Centro e 7.802 nel Mezzogiorno.
Così nel Nord-ovest i depositi sono solo il 38% del risparmio finanziario custodito in banca, mentre al Sud e nelle Isole superano i due terzi (67%). Sommando conti e titoli, una persona del Nord-ovest ha da parte l'equivalente di quasi 27 mesi di reddito, una del Mezzogiorno 16.
Per questo il Nord sembra "fermo" nelle classifiche sui depositi. Da giugno 2021 i titoli custoditi per le famiglie sono cresciuti tra il 56% e il 71% in tutte le aree, anche per l'andamento delle quotazioni. Nello stesso periodo i depositi del Nord-ovest sono rimasti quasi immobili (+0,4%). Con il rialzo dei tassi dal 2022 i titoli di Stato sono tornati a rendere, mentre i conti correnti delle famiglie pagano in media lo 0,09% annuo sotto i 50mila euro.
Interessi, dividendi e plusvalenze sono quasi sempre tassati alla fonte e non compaiono nelle dichiarazioni dei redditi. Chi ha investimenti incassa quindi una rendita che le statistiche sugli stipendi non registrano in maniera puntuale.
Inflazione, depositi e stipendi: quanto hanno perso dal 2021
La crescita dei depositi nasconde anche un altro problema: l'inflazione. Tra giugno 2021 e giugno 2026 i depositi delle famiglie sono saliti del 3,9% in termini nominali, secondo il confronto tra le statistiche Bankitalia del 2021 e quelle del 2026. Nello stesso periodo i prezzi al consumo sono aumentati di circa il 21% (nostra elaborazione sulle variazioni annue di giugno dell'indice Istat NIC; a giugno 2026 l'inflazione è al 3%). Al netto dei rincari, i soldi in banca valgono circa il 14% in meno.
La perdita è più forte dove i depositi sono cresciuti meno: -17% nel Nord-ovest, -15% nel Nord-est, -14% al Centro, -11% al Sud, -9% nelle Isole. La "corsa" dei depositi del Mezzogiorno non è quindi un arricchimento, ma una perdita di potere d'acquisto più contenuta. Pesa anche la demografia: nel 2025 il Mezzogiorno ha perso il 3,1 per mille dei residenti, e questo gonfia leggermente i valori per abitante.
Gli stipendi hanno tenuto solo in parte. Secondo l'Istat, le retribuzioni contrattuali orarie sono cresciute dell'11,3% tra dicembre 2021 e dicembre 2025. Solo nel 2024 e nel 2025 sono salite più dei prezzi: +3,1% all'anno, contro l'1,7% di inflazione armonizzata del 2025. Con un conto che rende lo 0,1% e i prezzi che crescono del 3%, 20mila euro lasciati fermi perdono circa 600 euro di potere d'acquisto in un anno.
La media inganna: chi possiede davvero la ricchezza in Italia
Tutte queste medie raccontano solo una parte della storia. Secondo i conti distributivi della Banca d'Italia, alla fine del 2025 il 10% più ricco delle famiglie possedeva il 60,6% della ricchezza netta, mentre la metà meno abbiente si fermava al 7,2%. Per queste famiglie oltre il 90% di ciò che possiedono è costituito dalla casa (73,6%) e dai depositi (17,5%). Nelle fasce più alte, invece, il patrimonio è diversificato tra azioni, fondi e titoli.
Il conto corrente, in altre parole, è il risparmio di chi ha meno: liquido e sicuro, ma che non permette di creare veramente ricchezza. È qui che la lettura territoriale e quella sociale si incontrano e scontrano. Il Mezzogiorno non risparmia meno in proporzione al reddito, ma tiene i suoi soldi nella forma che l'inflazione erode di più. Al Nord, invece, una quota molto più ampia lavora come capitale e produce rendite. Lo stesso meccanismo che concentra la ricchezza nelle mani di pochi, come mostrava anche il rapporto Oxfam sulle disuguaglianze in Italia.
Per questo l'aumento dei depositi al Sud, da solo, non è un segnale di convergenza. Senza redditi più alti e strumenti che portino il risparmio verso investimenti produttivi, quella liquidità resta ferma e perde valore anno dopo anno.