
Fin dall'antichità l'essere umano ha cercato di rispondere ad alcune domande tanto semplici quanto sfuggenti: che cosa ci rende vivi? Quando una persona muore, cosa scompare di lei davvero? Il respiro, la coscienza, la memoria, l'identità sopravvivono al corpo? Per anima si intende, nella tradizione filosofica e religiosa occidentale, il principio vitale e immateriale associato all'identità dell'essere umano, alla coscienza e, in molte dottrine, alla possibilità di una sua sopravvivenza oltre la morte.
Ma questa definizione, apparentemente semplice, nasconde una storia molto più complessa. Non tutte le culture hanno infatti concepito la persona come l'unione di un corpo materiale e di una singola anima immateriale, né hanno attribuito a ciò che chiamiamo "anima" le stesse caratteristiche.
Anche le parole conservano traccia di questa pluralità. Il latino "anima" indicava originariamente il soffio, il respiro e, per estensione, ciò che rende vivo un organismo. Il termine viene tradizionalmente accostato al greco ánemos, "vento", mentre la filosogia greca utilizza soprattutto psiché per indicare il principio vitale. Il latino spiritus, derivato da spirare, "soffiare, respirare", introduce invece un'altra costellazione di significati che acquisterà particolare importanza nel pensiero cristiano.
Dietro una parola oggi familiare si trova dunque una domanda antichissima: che cosa rende una persona viva e, soprattutto, che cosa rimane di essa quando il corpo muore?
Il respiro degli dei: quando l'anima significava "soffio" in latino
L'associazione fra respiro e vita è probabilmente una delle intuizioni più immediate attraverso cui le società umane hanno cercato di interpretare la morte. Non sorprende, quindi, che in numerose tradizioni linguistiche e religiose le parole utilizzate per parlare dell'anima siano semanticamente vicine al vento, all'aria o al respiro.
È il caso del latino anima, ma anche di spiritus: entrambi possono riferirsi al soffio, sebbene abbiano sviluppato nel tempo significati differenti. Una distinzione netta e universale tra anima e spirito, tuttavia, sarebbe storicamente fuorviante. I due concetti si sono sovrapposti, separati e ridefiniti a seconda dell'epoca e della tradizione filosofica o teologica presa in considerazione.
Nel pensiero cristiano, in particolare, il lesso diventa più articolato. L'anima viene progressivamente associata all'individualità della persona e alla sua dimensione immateriale, mentre lo spirito può indicare tanto una dimensione dell'essere umano orientata verso Dio quanto, in altri contesti, l'azione o la presenza divina. La stessa tradizione biblica presenta però un vocabolario molto più complesso di quanto suggerisca la semplice opposizione moderna tra corpo e anima.
Questa difficoltà terminologica mette in evidenza un problema metodologico fondamentale. Come hanno mostrato storici delle religioni e antropologi, tradurre concetti elaborati da società molto lontane attraverso una categoria occidentale come "anima" rischia di creare equivalenze che originariamente non esistevano.
Parlare dell'anima degli antichi Egizi, per esempio, è utile per orientarci, ma può diventare ingannevole se immaginiamo che essi concepissero un'unica entità spirituale separata dal corpo.
Gli Egizi e i diversi elementi spirituali della persona
Nell'antico Egitto, infatti, l'individuo non era costituito semplicemente da corpo e anima. La persona emergeva dall'interazione di diverse componenti fisiche e non fisiche, ciascuna delle quali partecipava in maniera diversa alla vita, all'identità e alla sopravvivenza dopo la morte. Tra le più importanti troviamo il ka, il ba e l'akh. Il ja può essere interpretato, con una certa cautela, come una forza vitale: qualcosa che accompagna l'esistenza dell'individuo e continua ad avere bisogno di sostentamento dopo la morte.
Proprio questa concezione contribuisce a spiegare l'importanza delle offerte funerarie. Il ba, spesso rappresentato nell'arte egizia come un uccello dalla testa umana, possedeva invece una dimensione maggiormente legata alla personalità e alla capacità del defunto di muoversi tra il mondo di vivi e quello dei morti.
Queste componenti non conducevano però esistenze completamente indipendenti. Secondo la ricostruzione proposta dal Metropolitan Museum of Art sulla religione funeraria egizia, il ba doveva ritornare alla mummia e ricongiungersi con il ka; dalla loro riunificazione il defunto poteva diventare un akh, cioè un essere trasformato ed efficace nell'aldilà.
La conservazione del corpo assume quindi un significato diverso da quello che avrebbe in una concezione radicalmente dualista. La mummificazione non serviva semplicemente a custodire un involucro ormai inutile: il corpo continuava a partecipare all'identità post mortem della persona. Testi funerari, immagini, tombe, offerte e rituali contribuivano insieme a rendere possibile questa continuità.
L'antico Egitto mostra così quanto sia culturalmente specifica l'idea moderna di una singola "anima". Ciò che noi tendiamo a raccogliere sotto un unico termine poteva essere pensato come una pluralità di elementi interdipendenti.
Platone, la filosofia greca e la nascita del simbolo occidentale
Molte delle idee moderne sull'anima derivano dalla filosofia greca. Prima di Platone, anche nella cultura greca antica convivevano concezioni diverse di anima. L'opera e il pensiero di Platone, però, saranno talmente influente da creare un nuovo punto di riferimento e da soppiantare le precedenti credenze riguardo alla parte spirituale dell'uomo.
Nel Fedone e nella Repubblica, Platone sviluppa una visione dualista secondo cui il corpo e l'anima appartengono a dimensioni differenti. L'anima è immortale, razionale e vicina al mondo delle idee eterne; il corpo è materiale, mutevole e imperfetto.
Nella Repubblica, in particolare, il filosofo non descrive l'anima semplicemente come un'entità omogenea e distingue al suo interno tre componenti, utilizzate per spiegare i conflitti che caratterizzano l'esperienza umana:
- la prima è la parte razionale (logistikón), associata alla conoscenza e alla capacità di deliberare. É la componente che dovrebbe governare l'individuo e orientarlo verso ciò che è realmente bene;
- la seconda è la parte irascibile o animosa (thymoeidés), legata all'orgoglio, all'indignazione, al coraggio e alla ricerca dell'onore. Non coincide semplicemente con l'ira: può diventare alleata della ragione e contribuire al controllo degli appetiti;
- la terza è la parte appetitiva (epithymētikón), collegata ai desideri e ai piaceri corporei e materiali. Platone non sostiene che questi desideri debbano semplicemente scomparire: il problema è piuttosto quale componente debba governare l'insieme.
Nella Repubblica, infatti, la giustizia individuale è concepita in relazione all'ordine e all'armonia tra le diverse parti dell'anima.
Celebre è la metafora del carro alato contenuta nel Fedro: l'anima viene descritta come un auriga che tenta di guidare due cavalli, uno disciplinato e uno ribelle. L'immagine rappresenta il conflitto tra ragione e passioni, una tensione che ancora oggi caratterizza gran parte del pensiero occidentale.
L'influenza di Platone è stata immensa. Attraverso il neoplatonismo e i Padri della Chiesa, molte sue idee sono confluite nella teologia cristiana. Di conseguenza, l'idea contemporanea di un'anima individuale, immateriale e immortale deve molto più alla filosofia greca di quanto spesso immaginiamo.
E se non esistesse? L'anātman buddhista
Una delle prospettive più radicali arriva dal buddhismo. A differenza di molte tradizioni religiose, il buddhismo nega l'esistenza di un'anima eterna. Al contrario, uno dei suoi principi fondamentali é l'anātman, che significa letteralmente "non sé".
Alla luce di tutti questi esempi diversi, la domanda "l'anima esiste?" assume un significato diverso. Prima ancora di chiedersi se esista, bisognerebbe chiedersi cosa intendiamo con il termine "anima".
Parliamo del soffio vitale degli antichi? Del Ka egizio? Dell'anima immortale di Platone? Del sé cristiano? Dell'assenza di sé del buddhismo?
L'antropologia non offre una risposta definitiva alla questione dell'esistenza dell'anima. Ci mostra però qualcosa di altrettanto importante: le categorie con cui interpretiamo il mondo non sono universali. L'anima, probabilmente, non è una scoperta dell'umanità, ma una delle sue più straordinarie invenzioni culturali. Una risposta al mistero della vita che ogni società ha formulato in modo diverso, utilizzando i propri simboli, le proprie esperienze e le proprie domande.