
Il gruppo di ricerca Noah's Ark Scans sta tentando di dimostrare che la formazione di Durupınar, un rilievo della Turchia orientale lungo circa 157 metri, custodisca ciò che resta dell’Arca di Noè, l'imbarcazione descritta nella Genesi, in legno che secondo gli studiosi si sarebbe pietrificato. Siamo a 29 km dal monte Ararat, a circa 2mila metri di quota. Per la prima volta una telecamera è scesa in uno dei fori di carotaggio del sito e il gruppo ne ha diffuso il filmato, visibile qui sotto. A realizzare le riprese è stato Gopher, un robot di dimensioni ridotte, montato su ruote e dotato di videocamera. Le operazioni di carotaggio hanno preso il via a settembre, nell'ambito di un progetto che ha ottenuto il via libera delle autorità turche ed è diretto dall'Università Cumhuriyet di Sivas.
La notizia ha iniziato a fare il giro del mondo, ma per capire come mai una perforazione in una collina dell'Anatolia faccia così scalpore bisogna fare un passo indietro. Secondo il Libro della Genesi (il primo libro della Bibbia e della Torah), Dio scatenò un diluvio per cancellare un'umanità divenuta violenta e corrotta e affidò a Noè il compito di costruire una nave colossale in cui mettere al riparo la propria famiglia e gli animali della Terra.
Il dettaglio che ha acceso le ricerche è proprio nella Genesi, quando al ritirarsi delle acque “l'arca si posò sui monti dell’Ararat". Già nel Medioevo, infatti, gli eruditi si domandavano se quel nome rimandasse a Urartu, antica denominazione dell'area armena, a breve distanza dall'attuale confine orientale turco.
La scoperta dell’Arca di Noè nel 1959 e la smentita dei geologi
In realtà, le spedizioni nella regione si susseguono fin dal Medioevo, ma la vera svolta arriva nel 1959. Stando alla ricostruzione pubblicata sul sito di Noah's Ark Scans, fu un capitano dell'esercito turco, Ilhan Durupinar, a notare in alcune fotografie di ricognizione aerea una cresta ovale che ricordava la prua di un enorme scafo. L'anno seguente una spedizione congiunta turco-americana raggiunse il sito, ma con gli strumenti dell'epoca non riuscì a stabilire granché su ciò che si trovava al di sotto la superficie.
Nel 1977 il ricercatore Ron Wyatt avviò indagini sul campo destinate a durare circa vent'anni ed è in questa stagione che prese piede l'ipotesi dell’Arca di Noè. Nel 1996, però, uno studio firmato dal geologo Lorence Collins (insieme all'esploratore David Fasold) liquidò la presunta arca come una comune struttura geologica. Gli autori attribuivano la forma singolare del rilievo a processi del tutto ordinari, minerali di origine vulcanica consumati dall'erosione, fango risalito in superficie e frane.
Lo studio di Fasold e Collins descrive la sagoma a forma di nave come una sinclinale a doppia immersione, cioè una piega di strati sedimentari che l'erosione ha scolpito fino a darle un profilo da imbarcazione. A questa conclusione il geologo Collins arriva anzitutto esaminando la presunta staffa di ferro recuperata, un campione della roccia di Kazan e una delle pietre d'ancoraggio. La staffa è si rivelata un aggregato di granuli di limonite immersi in argilla, calcite, quarzo e antofillite. Infatti, come spiega lo studio, un ferro forgiato sarebbe stato compatto e la fusione avrebbe separato quei minerali come scoria. Lo confermano le analisi chimiche al microscopio elettrico a scansione, condotte in cinque punti del reperto, con la composizione che cambia da un punto all'altro, mentre un metallo fuso sarebbe pressoché omogeneo.
Scavi e carotaggi non hanno mai restituito legno fossile, canne o carbonio di origine organica. Secondo lo studio, la pietra d'ancoraggio, sottoposta ad analisi chimica, è un'andesite simile alle rocce vulcaniche dell'area dell'Ararat, mentre la presunta corteccia di gofer è una peridotite metamorfosata. Ci sono poi le fotografie aeree e da terra che mostrano come a duecento metri, oltre la frana, gli strati attorno a un banco resistente presentano le stesse forme di erosione e la stessa vegetazione della presunta sagoma della nave.
Cosa hanno trovato i carotaggi nel sito di Durupınar in Turchia e cosa succede ora
Dal 2014 Noah's Ark Scans conduce sul sito rilievi non invasivi con georadar, tomografia di resistività elettrica e LiDAR. Il gruppo riferisce di strutture lineari e angoli retti nel sottosuolo e, nel 2024, di campioni di terreno con una quantità di materia organica quasi tripla all'interno della formazione rispetto all'esterno. Sono risultati diffusi dagli stessi promotori, che sul proprio sito sostengono che questo elevato contenuto organico è coerente con la presenza di materiale biologico decomposto come il legno.
Nel 2026 è stata avviata una campagna autorizzata dalle autorità turche e diretta da Cenker Atila del Dipartimento di Archeologia dell'Università Sivas Cumhuriyet in collaborazione con Noah's Ark Scans.
Secondo Andrew Jones, fondatore di Noah's Ark Scans, "Finora abbiamo recuperato strati di ricco materiale organico che riteniamo possano essere i resti decomposti del livello superiore dell’Arca". Inoltre il fondatore del gruppo di ricerca ha spiegato che "Nei fori praticati all'interno della formazione non è stato finora individuato alcun substrato roccioso né calcare compatto. Questi risultati mettono in discussione le affermazioni secondo cui si tratterebbe semplicemente di una forma naturale fatta di calcare o di substrato roccioso".
"Stiamo ora raccogliendo campioni fisici per le analisi di laboratorio e altro lavoro sul campo è previsto per il prossimo anno. Questa prima stagione del nostro team internazionale ha aperto un capitolo del tutto nuovo nell'indagine sull'Arca di Noè", ha affermato Jones.
Lo stesso Jones invita alla cautela. Interpellato da Newsweek, ha precisato che "non abbiamo identificato alcun materiale come legno antico né ne abbiamo stabilito l'età", perché dai laboratori non è ancora arrivato alcun risultato e che quella dei resti decomposti dell'Arca è "l'ipotesi che stiamo verificando, non una scoperta”. Quanto ai tempi, i campioni sono destinati a un laboratorio indipendente e ad alcune università. Le analisi riguarderanno il contenuto di materia organica, la mineralogia e l'osservazione al microscopio, con ulteriori test da decidere in base ai primi esiti. I primi risultati sono attesi nel corso dell'inverno e un rapporto scientifico più dettagliato è previsto per la primavera del 2027. La parola passa ora ai laboratori. Saranno le analisi sui campioni a dire se quel materiale organico sia legno lavorato dall'uomo o il normale deposito di una collina anatolica.