
Si è riacceso il dibattito sull’utilizzo del bisfenolo A (BPA) nei prodotti a contatto con alimenti e bevande, dopo che il professor Matteo Bassetti (direttore della Clinica di Malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova) è tornato a discutere del tema in un post su Facebook. L'Unione Europea, in realtà, aveva già proibito l'utilizzo di questa sostanza a dicembre del 2024: il divieto aveva seguito all’ultima valutazione scientifica dell’Autorità per la Sicurezza Alimentare Europea (EFSA, European Food Safety Authority) che nell’Aprile 2023 aveva ridotto la soglia giornaliera considerata tollerabile (TDI) di BPA a 0.2 nanogrammi per chilo di peso corporeo, rispetto alla precedente soglia temporanea di 4 microgrammi per chilo di peso corporeo: una riduzione di circa 20.000 volte!
L’EFSA ha infatti riscontrato, oltre al potenziale di interferente endocrino per il quale è particolarmente famoso il BPA, un rischio elevato per il sistema immunitario, con la possibilità di sviluppare allergie polmonari e malattie autoimmuni. Per permettere alle industrie, soprattutto le piccole e medie imprese di adeguarsi alla normativa, sono stati concessi 18 o 36 mesi di adattamento, in base al composto da sostituire.
Cos’è il BPA e a cosa serve: la storia
Il Bisfenolo A (BPA, per gli appassionati di nomenclatura 4,4′-isopropylidenediphenol) è una sostanza che conosciamo da oltre un secolo e utilizzata principalmente nella produzione di plastiche e resine. Venne sintetizzato per la prima volta nel 1891, ma rimase a lungo senza applicazioni pratiche finché a metà degli anni Trenta, il medico inglese Edward Charles Dodds lo tirò fuori dal cassetto, scoprendone l’attività estrogenica mentre cercava di sviluppare un estrogeno sintetico. Da qui magari si sarebbe potuto intuire che, mimando gli effetti di un ormone, magari non fosse tanto sicuro. Ma non fu così. Da quel momento la sua storia si può definire in poche parole: dalle stelle alle stalle.

Non diventò mai un farmaco, ma negli anni Cinquanta chimici statunitensi e svizzeri lo utilizzarono per sintetizzare le prime resine epossidiche, e alla fine del decennio, nel 1957 i chimici della Bayer lo utilizzarono come mattoncino principale (monomero) del policarbonato, in pratica lunghe catene di BPA. Si otteneva così una plastica dura e resistente, trasparente, leggera ed economica e venne sfruttato letteralmente in qualsiasi ambito: dall'elettronica all'industria automobilistica, dagli equipaggiamenti di sicurezza ai contenitori alimentari.
Nel corso del Novecento, il BPA è diventato uno dei composti chimici più prodotti al mondo ed è impiegato non tanto da solo, ma come precursore nelle sintesi di altri materiali. Il problema sorge quando questi materiali si trovano a contatto con i cibi. In questi casi, come documentato sempre più negli ultimi anni, piccole quantità di BPA possono passare dai contenitori al cibo (in gergo tecnico, si dice migrare) e infine nel nostro organismo, andando a creare non pochi problemi per la salute. Tutto ciò ha inevitabilmente (e per fortuna) portato a normative sempre più stringenti sui prodotti contenenti BPA e suoi derivati, fino ad arrivare all’attuale divieto.
Dove si trova il BPA
Il BPA è quasi ovunque. Come policarbonato, si trova nelle plastiche dei contenitori alimentari, negli stampi di torte e biscotti, negli utensili da cucina, nelle bottiglie di plastica riutilizzabili, come quelle usate nelle taniche d’acqua. Le resine epossidiche prodotte a partire dal BPA vengono invece utilizzate come vernici e rivestimenti interni ed esterni di lattine, sia quelle per le bevande che quelle usate per conservare alimenti, barattoli metallici, e vasche industriali per gli alimenti. Può trovarsi anche in inchiostri da stampa (per esempio gli scontrini, dove però è già stato vietato da Gennaio 2020), adesivi e altri materiali che compongono imballaggi alimentari.
Quali rischi comporta per la salute
Il BPA è classificato come interferente endocrino, a causa della sua capacità, quando entra nell’organismo, di imitare gli estrogeni, alterando l'equilibrio ormonale. Secondo quanto riportato dall’Istituto Superiore di Sanità, e come confermano le analisi dell’EFSA, il BPA può interferire con lo sviluppo dei sistemi riproduttivo, nervoso e immunitario. La tossicità sembra essere limitata negli adulti, a farne maggiormente le spese sono feti e neonati: visto che la loro capacità di metabolizzare le sostanze estranee non è ancora pienamente maturata, l’esposizione durante lo sviluppo fetale e la prima infanzia, li rende particolarmente vulnerabili agli effetti tossici di questa molecola.
Il rischio principale che ha però portato al divieto di Dicembre 2024 riguarda il sistema immunitario. La valutazione EFSA del 2023, effettuata analizzando oltre 800 studi pubblicati dal 2013 in poi, ha riscontrato che, dopo essere stati esposti al BPA, negli animali da laboratorio si osservava un aumento di i linfociti T helper (un tipo di globuli bianchi) nella milza. Anche se svolgono un ruolo chiave nei meccanismi immunitari cellulari, un loro aumento anomalo può favorire lo sviluppo di infiammazioni polmonari di tipo allergico e di malattie autoimmuni.

A seguito di questi nuovi dati, l’EFSA ha stabilito la soglia giornaliera considerata tollerabile (TDI) di BPA a 0.2 nanogrammi per Kg di peso corporeo, e secondo i dati di esposizione attuali, siamo tutti ampiamente oltre questa soglia. Da qui il divieto.
Cosa prevede la normativa UE e perché ci sono ancora i prodotti sugli scaffali?
Il 19 dicembre 2024, la Commissione Europea ha adottato il Regolamento (UE) 2024/3190, che vieta l'uso del BPA in tutti i materiali e gli articoli destinati al contatto con gli alimenti. Il divieto coinvolge anche derivati del BPA e composti simili: così non si corre il rischio che venga sostituito con qualcosa che avrebbe essenzialmente gli stessi effetti negativi.
Il regolamento non è entrato in vigore immediatamente, ma è stato previsto un periodo di adeguamento per permettere alle aziende di adeguarsi alle nuove normative ed evitare un'interruzione della distribuzione di questi prodotti in tutta Europa. Immaginate scomparire da un giorno all’altro tutto il reparto “conserve alimentari”!
Per la maggior parte dei prodotti, il periodo di adeguamento è di 18 mesi dall'entrata in vigore, e dovrebbe quindi scadere a Giugno 2026. Durante questo periodo, le aziende possono continuare non solo a commercializzare articoli già in scorta, ma anche a produrne altri (e venderne) secondo le vecchie norme, ma devono organizzarsi per passare alle nuove formulazioni.
Come si può leggere nel Regolamento, alcuni imballaggi alimentari, soprattutto quelli a contatto con prodotti acidi, come i prodotti ittici trasformati (come tonno o sardine in scatola), sono più difficili da sostituire e quindi il periodo di adattamento è prolungato a 36 mesi.
Le deroghe: in quali casi si può ancora usare il BPA
Il BPA è usato nella produzione dei componenti delle membrane micro e ultra-filtranti o per l’osmosi inversa usate nell’industria alimentare. Queste membrane sono fondamentali per garantire la sicurezza, per esempio, dei latticini, filtrando virus, batteri, metalli pesanti e pesticidi. La migrazione del BPA in questi contesti è considerata trascurabile e non essendoci comunque alternative, ne resta consentito l’utilizzo.

Lo stesso vale per alcuni componenti riutilizzabili in attrezzature professionali per la produzione alimentare (stampi per dolciumi, guarnizioni, etc), ma per un motivo diverso. Sostituire immediatamente tutte le attrezzature comporterebbe costi sproporzionati, soprattutto per piccole e medie imprese. In entrambi i casi, l’obiettivo sul lungo termine è la sostituzione con alternative più sicure.
Le tappe precedenti dei divieti
La storia legislativa del BPA è un esempio interessante di come lavora la sicurezza e il controllo alimentare europeo. Prima di arrivare al decreto del 2024, ci sono stati infatti divieti sempre più stringenti all’utilizzo di questo composto. Il primo affondo regolatorio contro il BPA risale al 2011, quando la Direttiva Europea 2011/8/EU vietò la produzione di biberon in policarbonato contenente BPA, una misura mirata, dettata dalla preoccupazione per la vulnerabilità dei neonati.
La valutazione EFSA del 2015 identificò, come valore provvisorio, la dose giornaliera tollerabile di BPA a 4 microgrammi per Kg di peso corporeo. Qualche anno dopo, il Regolamento europeo 2018/213 nel 2018, introdusse un limite specifico di migrazione di 0,05 mg di BPA per Kg di alimento e ampliò il divieto ai bicchieri e alle bottiglie in policarbonato per lattanti e bambini piccoli, estendendo le restrizioni anche alle vernici e ai rivestimenti di imballaggi destinati agli alimenti per l'infanzia.