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6 Febbraio 2026
16:00

Perché l’acqua era una risorsa strategica nei castelli medievali?

Cisterne, pozzi, fossati allagati e una gestione rigidamente controllata delle risorse idriche: nei castelli medievali l’acqua era uno strumento strategico. Ecco come veniva raccolta, distribuita e utilizzata per sopravvivere - e difendersi - durante gli assedi.

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Perché l’acqua era una risorsa strategica nei castelli medievali?
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Immagine generata con AI.

Quando si pensa ai castelli medievali, li immaginiamo come fortezze inespugnabili, arroccate su speroni rocciosi e protette da mura possenti. Ma dietro questa apparente solidità si nascondeva una questione cruciale: la gestione delle risorse idriche. Come veniva garantito l’approvvigionamento di acqua in strutture spesso costruite lontano da fiumi e falde? E come facevano gli abitanti dei castelli a sopravvivere durante lunghi periodi di assedio? Dalla raccolta dell’acqua piovana ai pozzi artesiani sino ai fossati allagati, i castelli medievali erano costruzioni complesse in cui l’acqua era al tempo stesso una risorsa vitale e uno strumento di difesa.

Il sistema di raccolta dell'acqua

Uno dei primi aspetti da considerare quando si affronta questo argomento è la collocazione dei castelli. Nella maggior parte dei casi, infatti, venivano costruiti in posizione sopraelevata, arroccati su rilievi montuosi o speroni rocciosi, così da rafforzare la difesa e rendere difficile l’avvicinamento dei nemici. Se da un lato questa scelta garantiva un evidente vantaggio militare, dall’altro comportava una criticità non trascurabile: l’impossibilità, o comunque la grande difficoltà, di scavare pozzi per accedere alle falde sotterranee. La soluzione principale, e anche la più intuitiva, era dunque la raccolta e il riuso dell’acqua piovana. Il che significava, per gli ingegneri dell’epoca, trasformare l'intera superficie del castello in un sistema di captazione delle precipitazioni.

Tetti e camminamenti venivano quindi dotati di gronde, di solito realizzate in piombo, che convogliavano l’acqua piovana verso una grande vasca di raccolta, detta impluvium. Questa non era un semplice cisterna scavata nel terreno, ma parte di un sistema articolato che, in alcuni casi, sfruttando la naturale pendenza, distribuiva l’acqua in diverse aree del castello attraverso una rete di condotte. L’interno delle vasche di raccolta era rivestito in cocciopesto, un materiale di origine romana particolarmente efficace nel garantire l’impermeabilità delle superfici, rendendo le cisterne perfettamente isolate e stagne, dunque adatte alla conservazione dell’acqua.

I pozzi artesiani

Nei casi in cui l’altitudine del sito non costituiva un ostacolo insormontabile, venivano scavati profondi pozzi artesiani, che talvolta raggiungevano e superavano i 100 metri di profondità, consentendo l’accesso diretto alle risorse idriche del sottosuolo. Durante gli assedi, i pozzi potevano rappresentare al tempo stesso un punto di forza e una vulnerabilità. Da un lato erano fondamentali perché garantivano l’approvvigionamento idrico agli abitanti rifugiati nella parte più interna del castello, permettendo loro di resistere a lungo agli attacchi esterni. Dall’altro, proprio questa centralità li rendeva un bersaglio strategico per i gli assedianti che, nel tentativo di piegare alla resa gli assediati, cercavano di inquinare la falda gettando nei pozzi carcasse di animali o sostanze nocive per rendere l’acqua inutilizzabile.

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Pozzo di San Patrizio ad Orvieto. Opera di Antonio da Sangallo il Giovane. Credit: Di Zorro2212 – Opera propria, CC BY–SA 3.0

Durante le fasi di assedio l’acqua diventava quindi una risorsa preziosissima. La sua gestione assumeva quasi una dimensione politica: le cisterne erano collocate in ambienti protetti e l’accesso era rigidamente controllato; le chiavi venivano affidate a figure ben precise, spesso alti ufficiali di corte, strettamente legati al signore del castello. A quest’ultimo, alla sua famiglia e ai cavalieri era riservata l’acqua pulita e potabile. Quella rimanente, di solito torbida e contaminata, veniva invece destinata ai ceti più bassi, che cercavano talvolta di pulirla mescolandola con l'aceto, utilizzato come rudimentale agente disinfettante.

L’acqua come strumento di difesa: il fossato (moat)

Oltre a essere una risorsa vitale, l'acqua nei castelli medievali veniva impiegata anche come strumento di difesa. Il suo primo utilizzo in questo ambito era finalizzato alla realizzazione del fossato allagato. Gli ingegneri scavavano un profondo solco attorno alle mura, che veniva poi riempito d’acqua: una soluzione efficace per impedire ai nemici di scavare gallerie sotterranee sotto la cinta muraria, compromettendone la stabilità e rendendola più vulnerabile. Il fossato svolgeva inoltre un ruolo fondamentale nel tenere a distanza le macchine d’assedio, come le torri d’assalto, rendendo difficile l’avvicinamento diretto al castello.

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Caerlaverock Castle, Scozia. Credit: Di Simon Ledingham, CC BY–SA 2.0

Nell’immaginario collettivo, alimentato anche dal cinema, i difensori rovesciano olio bollente dalle mura sugli assalitori intenti a scalarle. In realtà, l’olio era una risorsa troppo costosa e difficile da gestire, soprattutto perché estremamente infiammabile; per questo veniva sostituito con l’acqua, riscaldata in grandi calderoni e poi gettata sui nemici, con effetti comunque devastanti.

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