
Nel quartiere del Marais, a Parigi, sorge uno degli edifici più radicali e riconoscibili dell’architettura del Novecento: il Centre Pompidou (anche detto Beaubourg). Il progetto vincitore del concorso, bandito nel 1971 per la realizzazione di un polo culturale interdisciplinare sul sito del Plateau Beaubourg, è quello presentato dagli architetti Renzo Piano, Richard Rogers e Gianfranco Franchini, all'epoca ancora emergenti. La proposta sovverte completamente il modello del museo tradizionale: l’edificio è infatti concepito come una grande macchina urbana, in cui struttura, impianti e percorsi di circolazione – solitamente nascosti – vengono portati all’esterno ed esibiti. È il cosiddetto approccio "High-Tech" che, oltre a ottimizzare ogni elemento costruttivo secondo una concezione ingegneristica molto raffinata, consente di liberare lo spazio interno dai pilastri intermedi, organizzandolo in grandi piani aperti e flessibili pensati per ospitare mostre, eventi e altre attività, anche in continuità con la piazza pubblica antistante.
L'architettura del Centre Pompidou
Nel 1971 il presidente francese Georges Pompidou bandì un concorso internazionale per la realizzazione di un grande centro culturale sul Plateau Beaubourg, a Parigi, sito allora occupato da un parcheggio a servizio del mercato centrale delle Halles trasferito in periferia. Arrivano 681 proposte da tutto il mondo e la giuria, presieduta da Jean Prouvé, premia l’idea di tre giovani architetti quasi sconosciuti: Renzo Piano, Richard Rogers e Gianfranco Franchini. Per rispondere al meglio all’esigenza di flessibilità spaziale e funzionale richiesta dal programma, i tre progettisti – con il supporto dello studio Ove Arup & Partners e dell'ingegnere Peter Rice – elaborano una soluzione strutturalmente efficace che gli consente di spostare in facciata tutti gli elementi che avrebbero creato ingombro all'interno dello spazio espositivo, come i sistemi impiantistici e i percorsi di accesso e distribuzione. L’edificio si configura così come un "grande meccano di componenti prefabbricati", progettati accuratamente su disegno (dunque non standardizzati) articolato in sei piani fuori terra, di circa 170 per 50 metri, completamente liberi da vincoli intermedi e dunque frazionabili all'occorrenza.

Le celebri scale mobili sospese, racchiuse in un tubo di vetro – ribattezzato "la chenille”, il bruco, in francese – percorrono diagonalmente il fronte principale affacciato sul "parvis", ossia Place Georges-Pompidou. Determinante, rispetto agli altri progetti, è la scelta dei progettisti di non occupare interamente il lotto, ma di destinarne la metà a piazza pubblica, concepita come estensione urbana del centro culturale. Ne deriva un grande invaso inclinato – memore di Piazza del Campo a Siena – che conduce i visitatori all’ingresso.
A caratterizzare la facciata, oltre alle già citate scale mobili e al sistema di controventi e mensole di acciaio, sono i condotti degli impianti, contrassegnati da tonalità vivaci; ovvero un preciso codice cromatico che ne suggerisce la funzione: blu per l’aria, verde per l’acqua, giallo per l’elettricità e rosso per le circolazioni verticali.

La corrente High-Tech
Il Centre Pompidou è considerato una delle opere manifesto dell’architettura High-Tech, corrente sviluppatasi a partire dagli anni Settanta in Regno Unito e che, più che adottare tecnologie innovative, punta a spettacolarizzarle. La ricerca affonda le sue radici nelle sperimentazioni delle avanguardie del secondo dopoguerra e nelle visioni radicali di collettivi come Archigram, trovando un riferimento teorico importante, nel caso specifico del Beaubourg, nel progetto del mai realizzato Fun Palace di Cedric Price.
La struttura esplicitata, si fa dunque portatrice di un nuovo linguaggio progettuale, più funzionalista che formalista, la cui fredda estetica – talvolta stemperata dall'uso di elementi verniciati di colori accesi – è basata sulla trasparenza, sull'efficienza e sui principi ingegneristici che regolano forma e dimensione di ogni componente. Architetti come Richard Rogers (co-autore del Centre Pompidou) e Norman Foster – già fondatori, insieme alle progettiste e rispettive mogli Wendy Cheesman e Sue Brumwell, del gruppo Team 4 (1963–1967) – daranno, nei loro successivi percorsi professionali, un contributo decisivo allo sviluppo dell’High-Tech con opere rappresentative e seminali quali il Sainsbury Centre for Visual Arts di Norwich e il Lloyd’s Building di Londra.

La sfida di coprire una grande vuoto centrale viene affrontata con grande raffinatezza nel progetto del Centre Pompidou. Le azioni verticali sono contrastate da un sistema strutturale articolato in quattro parti: travi reticolari, solai di calcestruzzo su travi secondarie, controventi – sia di piano sia di facciata – e selle Gerber. Queste ultime, le cosiddette "gerberette", sono forse l'espediente più interessante: si tratta di mensole di acciaio che sporgono lateralmente in corrispondenza di ogni piano e assumono una forma specifica per rispondere a diverse esigenze. Da un lato consentono la realizzazione di percorsi coperti, dall’altro riducono al minimo la presenza visiva della struttura ottimizzandola. Ne deriva uno schema statico che alleggerisce l’involucro e contribuisce alla chiarezza complessiva dell’architettura: una composizione semplice di schemi piani che si ripetono e danno forma a grandi portali di acciaio che a loro volta sostengono i solai e definiscono l'ossatura modulare dell’intero edificio.
Ogni elemento strutturale è progettato e ingegnerizzato con precisione per rispondere a specifiche esigenze di resistenza, stabilità e funzionalità. Pur trattandosi di componenti custom – e quindi più onerosi – l'ottimizzazione della forma permette di impiegare il materiale solo dove necessario e nella giuste quantità. Vediamo nel dettaglio il design e il funzionamento di ciascuno di essi.
Le travi reticolari
Nelle costruzioni in acciaio il peso strutturale normalmente conta poco, tuttavia, nel caso di opere di dimensioni importanti, si potrebbe dire che sia l'unica cosa che conta. Quando le luci aumentano, una trave piena (immaginiamo una tradizionale IPE, o trave a "doppio T") diventa rapidamente inefficiente: il suo peso cresce fino a diventare esso stesso un problema. In questi casi ci si orienta quindi verso sistemi ottimizzati, che permettono di distribuire il materiale solo dove è realmente necessario, cioè nelle zone maggiormente sollecitate. La necessità di coprire grandi luci – quasi 50 metri nel caso del Centre Pompidou – mantenendo gli spazi interni liberi da appoggi intermedi, viene pertanto soddisfatta grazie all'uso delle travature reticolari.

I dettagli, come del resto ogni componente in questo edificio, sono accuratamente progettati in base alle sollecitazioni e di conseguenza la trave avrà una sagomatura tutta particolare. Il corrente inferiore, ad esempio, è costituito da una coppia di tondini pieni e accoppiati: elementi dimensionati per lavorare a trazione. Il corrente superiore, invece, è un elemento compresso, più grande, formato da due tubolari affiancati: a parità di area rispetto ai tondini inferiori, la materia è qui distribuita in modo "eccentrico”, una configurazione che aumenta l’inerzia della sezione, ne garantisce l'uniformità in tutte le direzioni e consente di contrastare meglio i fenomeni di instabilità tipici degli elementi compressi (o puntoni). Le aste diagonali, infine, lavorano sia a compressione sia a trazione in modo alternato (ragion per cui il diametro della loro sezione circolare cambia) e risultano tanto più sollecitate quanto più ci si avvicina agli appoggi.
Le selle Gerber o "gerberette"
Elaborate da Peter Rice, le gerberette sono mensole di acciaio fuso che raccordano travi interne, tiranti di facciata e pilastri, anch'essi posti alle estremità dell'edificio. Il nome deriva da Heinrich Gerber, inventore delle omonime travi su più appoggi rese isostatiche grazie alla presenza di un numero di cerniere interne uguale al numero di appoggi intermedi (uno schema spesso utilizzato nei ponti e nei viadotti, e che consente di controllare meglio le deformazioni). Nel caso in oggetto, le reticolari principali – quelle che coprono la grande luce centrale – non si collegheranno direttamente ai pilastri in corrispondenza di ogni piano, bensì a queste alette, o selle Gerber, che si comportano staticamente come delle travi appoggiate. Ciò significa che quando giunge il carico della reticolare, queste risponderanno di due reazioni opposte: una più piccola verso il basso, in corrispondenza dell'estremità esterna, ovvero dove si trova un elemento teso, dotato quindi di una piccola sezione; e un'azione più importante verso l’alto, nel punto in cui si trova invece un elemento compresso di grande sezione. È per questa ragione che le gerberette presentano una forma variabile che segue l’andamento delle forze (nello specifico il "diagramma dei momenti"): si ispessiscono dove le sollecitazioni sono maggiori e si assottigliano dove sono minori. La cerniera è poi collocata all'interno del corpo, in una zona che potremmo definire neutra, dove le tensioni sono ridotte e si può infatti eseguire una foratura. Il risultato è una soluzione strutturale estremamente elegante, in cui forma, estetica e prestazione coincidono.

I solai
Per i piani orizzontali i progettisti ricorrono a una struttura mista acciaio-calcestruzzo. I solai sono quindi composti da travi secondarie di acciaio e pannelli prefabbricati di calcestruzzo posati in opera. Questi lastroni, ciascuno di 6 per 12 m, vengono successivamente unificati da un getto integrativo che restituisce loro continuità. Affinché però ogni solaio funzioni come un unico piano rigido, è indispensabile il contributo delle travi secondarie, che sono binate e disposte in corrispondenza dei nodi strutturali. Gli orizzontamenti si collegano così alle travi principali (le reticolari lunghe 48 metri) in modo indiretto, assicurando un corretto trasferimento dei carichi concentrati per tramite delle travi secondarie.

I controventi
Per garantire la stabilità globale, l’edificio è dotato di controventi sia orizzontali sia verticali. I controventi di piano adottano uno schema triangolare alternativo e assicurano la rigidezza dei solai, un fattore cruciale soprattutto nelle zone in cui la continuità strutturale è interrotta (ossia alle estremità, nei punti in cui sono presenti dei vuoti).

I controventi verticali, disposti su tutte le facciate, collegano invece i diversi livelli e impediscono gli spostamenti laterali. Nel Pompidou questi elementi a “X” sono parte integrante della composizione architettonica e contribuiscono a definire l’immagine dell'edificio. I diagonali, tuttavia, collegano un piano sì e uno no e, in alcuni punti, non scaricano direttamente a terra, ma terminano sui pilastri di base, inducendoli a lavorare anche a flessione. Si tratta dunque di uno schema imperfetto dal punto di vista strutturale, ma accettabilissimo come compromesso tra esigenze tecniche, architettoniche e funzionali. Del resto, un controvento di forma diversa avrebbe alterato l’equilibrio geometrico complessivo, come l’eliminazione di un piano comportato criticità ben peggiori. Questa soluzione consente inoltre il passaggio delle persone attraverso la piazza-invaso sottostante, elemento centrale del progetto.
Perché sarà chiuso fino al 2030
Inaugurato nel 1977, non senza le critiche di chi lo giudicava una minaccia al tessuto storico di Parigi – come accadde del resto anche per la Torre Eiffel e la Piramide del Louvre – l’edificio si è affermato ben presto nell’immaginario urbano ed è diventato uno dei musei più visitati d’Europa. La ragione di un successo di tale portata risiede nell’idea illuminata alla base del concorso e che il progetto di Piano, Rogers e Franchini interpreta alla perfezione: donare a Parigi un’istituzione culturale interdisciplinare, in cui all’arte moderna e contemporanea si affiancano letteratura, design, musica e cinema; e, soprattutto, non un luogo elitario, ma uno spazio inclusivo, partecipato, aperto alla socialità e al quartiere. Oggi, dopo quasi cinquant’anni di attività, l’edificio è interessato da un importante intervento di riqualificazione che ne comporterà la chiusura fino al 2030, con l’obiettivo di rinnovare strutture, materiali, impianti, accessibilità, percorsi espositivi ed efficienza energetica.