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25 Febbraio 2026
12:30

Che fine hanno fatto gli impianti delle Olimpiadi del passato tra Cortina, Roma e Torino

Le infrastrutture che ospitano le Olimpiadi sono destinate ad essere abbandonate? La ricerca che ha analizzato quasi 1.000 venue in oltre 125 anni di Giochi ci racconta una realtà ben diversa rispetto a quella che emerge spesso nei dibattiti.

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Che fine hanno fatto gli impianti delle Olimpiadi del passato tra Cortina, Roma e Torino
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La struttura temporanea utilizzata per il Big Air alle Olimpiadi di Pechino 2022 – via x.com

Nel momento in cui una città o un Paese ottengono l’assegnazione dei Giochi Olimpici, il dibattito pubblico segue quasi sempre lo stesso copione. Da una parte l’entusiasmo per l’evento, dall’altra la paura che, una volta spento il braciere, molte costose infrastrutture costruite appositamente per far disputare le gare olimpiche vengano abbandonate. È un'immagine che negli anni è diventato un luogo comune: le Olimpiadi come grande evento spettacolare ma incapace di lasciare un’eredità positiva. Per capire effettivamente cosa accade alle infrastrutture olimpiche nel lungo periodo e quanto c’è di vero nel pregiudizio delle “cattedrali nel deserto” è stato realizzato un lungo studio a cura dell’Olympic Studies Centre del Comitato Olimpico Internazionale, che ha analizzato i 982 impianti utilizzati in 53 edizioni dei Giochi, dalle prime Olimpiadi moderne del 1896 alle Olimpiadi invernali di Pechino 2022. Quanti impianti permanenti sono stati costruiti ad hoc per i Giochi? Quanti di questi sono stati riutilizzati, riconvertiti, o abbandonati?

Tra "cattedrali nel deserto" e eccellenze del riutilizzo: i dati

In questo grande censimento fatto di centinaia di sopralluoghi e consultazioni con i gestori delle strutture rientrano non solo gli impianti di gara, ma anche gli stadi delle cerimonie di apertura e chiusura e i villaggi olimpici. Sono invece escluse le strutture temporanee, che per definizione vengono smontate al termine dell’evento.

Il primo dato che emerge è sorprendente nella sua semplicità: l’86% degli impianti olimpici permanenti analizzati è ancora in uso oggi. Un numero che, da solo, mette in discussione l’idea secondo cui gran parte delle infrastrutture olimpiche sarebbe destinata all’abbandono.
Per essere giudicato “in uso” l’impianto non deve necessariamente ospitare tutt’oggi eventi sportivi di alto livello, ma può essere riconvertito per nuovi utilizzi: eventi culturali, concerti, fiere, conversione in strutture commerciali. La percentuale degli impianti in uso aumenta man mano che ci si avvicina alle edizioni più recenti dei Giochi, salendo fino al 94% se si considerano i Giochi dal 2000 in poi. Questo perchè il concetto di “eredità olimpica” negli ultimi decenni è entrato esplicitamente a far parte dei criteri di candidatura delle città che si propongono per ospitare i Giochi.

Un esempio pratico è l’Oval Lingotto di Torino: realizzato per ospitare il pattinaggio di velocità ai Giochi del 2006, è poi stato utilizzato come spazio eventi e fieristico, ma ha ospitato anche molti eventi sportivi di alto livello, dal pattinaggio all’atletica indoor, per tornare alla sua funzione originale e ospitare nuovamente il pattinaggio ai prossimi Giochi invernali, quelli del 2030 assegnati alle Alpi francesi. Emerge quindi quanto la legacy olimpica non sia solo sportiva, ma anche urbana e sociale. Molti impianti sopravvivono non perché continuano a ospitare finali olimpiche, ma perché riescono a inserirsi nella vita quotidiana della città che li ospita.

Anche i grandi impianti resistono a lungo

Un’altra convinzione diffusa è che siano soprattutto le strutture più grandi e complesse a diventare problematiche dopo i Giochi. Stadi, villaggi olimpici, velodromi, piscine di grandi dimensioni o impianti per sport molto specifici come il salto con gli sci o il bob sono spesso citati come esempi di spreco. Anche qui i dati raccontano una storia diversa. Lo studio isola 238 cosiddette “venue complesse” e mostra che l’89% di esse è ancora in uso. In molti casi questi sono gli impianti che beneficiano di una pianificazione più attenta, perché rappresentano investimenti troppo rilevanti per essere lasciati al caso.

Questo non significa che la gestione sia sempre semplice o economicamente sostenibile senza difficoltà, ma suggerisce che la dimensione e la complessità, da sole, non sono una condanna all’abbandono.

L’esperienza italiana: Cortina, Roma, Torino

Anche l’Italia offre esempi interessanti per comprendere come le Olimpiadi possano lasciare un’eredità duratura. La prima città italiana ad ospitare le Olimpiadi è stata Cortina d’Ampezzo nel 1956. Degli impianti realizzati per quell’edizione, l’unico non utilizzato ad oggi è il Trampolino Italia del salto con gli sci, chiuso nel 1990 e ora in fase di ristrutturazione per farne una sorta di monumento ai Giochi di 70 anni fa. Lo stadio del ghiaccio ha ospitato le gare di curling olimpico e sarà il teatro della cerimonia di chiusura paralimpica ai Giochi di Milano-Cortina, mentre la pista da bob Eugenio Monti, chiusa nel 2008, è stata ricostruita per i Giochi 2026.

Roma nel 1960 è stata l’unica città italiana ad ospitare le Olimpiadi estive ed è spesso citata come uno dei casi più riusciti, perché fece largo uso di impianti già esistenti o inseriti in un contesto urbano consolidato. Il Foro Italico e lo Stadio Olimpico sono ancora oggi luoghi centrali per lo sport italiano e per i grandi eventi, e insieme al Palazzetto dello Sport progettato da Pier Luigi Nervi rientrano nell’81% di infrastrutture create per quei Giochi che vengono tutt’ora utilizzate.

Torino 2006 è probabilmente il caso più discusso, nonché il più recente e spesso preso come riferimento per i Giochi di Milano-Cortina. L’87% di quelle sedi è ancora in uso, con un’eredità molto positiva lasciata in città da spazi come il Palaisozaki (oggi Inalpi Arena), che oggi ospita le ATP Finals e molti concerti internazionali, il Palavela o l’Oval Lingotto. Discorso diverso quando si prendono in considerazione le infrastrutture nelle zone di montagna, con due importanti strutture oggi abbandonate: la pista da bob di Cesana e i trampolini di Pragelato.

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La pista da bob di Cesana Torinese, attualmente dismessa – via x.com

Agenda 2020 e il cambio di paradigma

Un'importante svolta è arrivata con l’Agenda Olimpica 2020 del CIO, che ridefinisce in modo radicale il modo di concepire i Giochi. L’obiettivo dichiarato è ridurre costi e impatti, privilegiando il riuso delle infrastrutture esistenti e l’impiego di strutture temporanee.
I risultati di questo approccio sono già visibili. Parigi 2024 ha utilizzato quasi esclusivamente venue già esistenti o temporanee, Milano-Cortina ha scelto un approccio diffuso su tutto l’arco alpino per limitare la creazione di nuove infrastrutture, mentre Los Angeles 2028 ha annunciato che non costruirà nuovi impianti permanenti.
Delle 982 venue permanenti prese in considerazione, quel 14% che non risulta più in uso è stato in gran parte demolito o sostituito nel tempo da nuove infrastrutture con scopi diversi da quelli olimpici. Solo 30 impianti, su quasi 1000 analizzati, risulta attualmente chiuso o in stato di abbandono senza una funzione alternativa. Un 3% che rappresenta una minoranza statistica piuttosto che la norma.

Considerando questi dati, i Giochi Olimpici possono essere considerati come un un acceleratore della trasformazione urbana, catalizzando in breve tempo investimenti che portano le città a confrontarsi con il tema della sostenibilità nel lungo periodo. I dati non assolvono automaticamente tutte le Olimpiadi del passato, né negano che esistano esempi problematici, ma raccontano una realtà molto più sfumata di quella che spesso domina il dibattito pubblico.

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