
Quando si parla di ingegneria militare, soprattutto in riferimento a quella del passato, è impossibile non menzionare le opere di fortificazione progettate da Antonio da Sangallo il Vecchio e da suo nipote Antonio da Sangallo il Giovane. Con le loro opere, i due architetti contribuirono in modo decisivo a segnare il passaggio dall’ingegneria militare difensiva di tradizione medievale alla fortificazione moderna, tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo.
Il problema dell'artiglieria
Con l’affermarsi delle nuove tecnologie belliche, gli ingegneri militari si trovarono a fronteggiare una minaccia inedita e potenzialmente devastante per le fortificazioni, tanto quelle ereditate dalla tradizione quanto quelle di nuova concezione: l’artiglieria. Le strutture fino ad allora in uso, se da un lato erano in grado di resistere senza particolari difficoltà ad assalti condotti con arieti, scale o catapulte, dall’altro si rivelavano del tutto inadeguate di fronte ai cannoni. Le palle di ferro sparate dall’artiglieria potevano infatti demolire torri e cortine murarie con pochi colpi, rendendo obsolete le soluzioni difensive tradizionali. Dal punto di vista prettamente progettuale, le vecchie fortificazioni presentavano diversi punti deboli: l’eccessiva altezza di muri e torri le rendeva dei bersagli facili da colpire, anche a grande distanza; allo stesso modo, gli angoli vivi dei torrioni quadrangolari costituivano punti strutturalmente critici: l’impatto anche di un solo colpo di cannone poteva comprometterne la stabilità, fino a provocarne il cedimento.

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L'invenzione del bastione
Antonio da Sangallo il Giovane rivoluzionò l’ingegneria militare perfezionando la soluzione del bastione, o baluardo, elemento chiave della fortificazione moderna. Si trattava di una struttura sporgente e appuntita, con una forma assimilabile a una punta di lancia o di freccia, progettata per contrastare l’efficacia dell’artiglieria. Questa geometria non offriva superfici piane su cui i colpi di cannone potessero impattare frontalmente, ma ne favoriva la deviazione, riducendone l’energia cinetica e, di conseguenza, la capacità distruttiva. A questa innovazione si accompagnò una profonda revisione delle mura delle fortificazioni: le cortine difensive vennero abbassate, rese molto più spesse e inclinate verso l’esterno, dando origine alla cosiddetta scarpata.
Ai lati del bastione, i muri venivano dotati di cannoniere, consentendo una difesa basata sul tiro incrociato. In questo modo, i punti ciechi tipici delle fortificazioni vetuste venivano di fatto eliminati, garantendo un controllo continuo e più efficace del perimetro difensivo. Anche la scelta dei materiali rispondeva a precise esigenze funzionali: le fortezze venivano realizzate prevalentemente in mattoni, anziché in pietra dura, e le murature riempite internamente con materiali sabbiosi. Questa soluzione permetteva di assorbire e dissipare l’energia dei colpi di cannone che impattavano sulle superfici esterne, aumentando la resistenza complessiva della struttura.
Le fortificazioni progettate dai Sangallo
Tra gli esempi più rappresentativi spicca la Fortezza da Basso a Firenze, realizzata su progetto di Antonio da Sangallo il Giovane in collaborazione con Baccio d’Agnolo. La sua pianta pentagonale costituisce una chiara espressione del nuovo concetto di fortificazione militare aderente ai canoni sangalleschi.

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Altro caso emblematico è quello della Fortezza di Civita Castellana, nei pressi di Viterbo. Voluta da papa Giulio II e progettata da Antonio da Sangallo il Vecchio insieme a Bramante, è considerata una struttura di transizione tra il modello medievale e quello moderno. L’impianto conserva infatti un maschio centrale, protetto e affiancato da bastioni esterni, che introducono le nuove logiche difensive legate all’artiglieria.

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Anche Castel Sant’Angelo, a Roma, rientra tra gli esempi più significativi. Qui Antonio da Sangallo il Giovane intervenne in modo sostanziale sulla struttura preesistente, avviandone la modernizzazione attraverso l’inserimento di un sistema bastionato di forma poligonale.

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