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17 Gennaio 2026
6:00

E se il catcalling lo subissero gli uomini? L’esperimento con la realtà virtuale

"Dove vai tutta sola?": l'Università di Bologna, tramite la realtà virtuale, ha fatto immedesimare gli uomini in un avatar femminile dimostrando come possa avere un forte impatto emotivo.

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E se il catcalling lo subissero gli uomini? L’esperimento con la realtà virtuale
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Il catcalling è molestia verbale che può provocare danni all’autostima, disagio, sintomi ansiosi e senso di vulnerabilità in chi lo subisce. Nell’immaginario collettivo, per molto tempo è stato ritenuto qualcosa di leggero e innocuo. Un team di ricerca italiano – composto da esperti delle Università di Bologna e Messina e del CNR-ISTC – ha ideato un esperimento in realtà virtuale che ha permesso a 36 ragazzi "entrare" nel corpo di una ragazza e vivere in prima persona le molestie verbali per strada con l'obiettivo di dimostrazione di quanto in realtà possa essere emotivamente impattante.

Siamo cresciuti in una società in cui il catcalling veniva spesso rappresentato come qualcosa di normale e per certi versi “simpatico”. Nei film, nelle serie tv, nelle commedie romantiche, il fischio o il commento di un uomo verso una donna era dipinto come gesto galante, al massimo un po' maldestro, ma comunque innocuo. La realtà è molto diversa. Dietro quello che per decenni è stato normalizzato come un complimento, si nasconde una forma di molestia verbale, capace di generare forte disagio, sentimenti di paura e di influenzare profondamente il modo in cui una persona vive lo spazio pubblico.

Cos’è il catcalling

Il catcalling è un insieme di comportamenti verbali o gestuali rivolti a una persona (spesso una donna) nello spazio pubblico, con connotazione sessuale o comunque allusiva. Si traduce in fischi, commenti sul corpo, battute, inviti espliciti, versi o approcci indesiderati. La sua caratteristica principale è chiara: non è richiesto, non è consensuale e invade la libertà altrui. Chi lo pratica, però, non lo percepisce come una molestia ma come un complimento o uno scherzo. Gli effetti psicologici che genera raccontano un’altra storia. In Italia non esiste ancora una norma che inquadri il catcalling come reato specifico: spesso si fa riferimento al più generico articolo 660 del Codice Penale che riguarda la molestia o disturbo alle persone e talvolta lo si fa rientrare all’interno di atti persecutori come lo stalking (soprattutto se è reiterato nel tempo).

Perché alcuni uomini fanno catcalling?

Il catcalling non nasce quasi mai con l’intento di ferire o traumatizzare la vittima. La maggior parte delle persone che adotta questo tipo di comportamento non pensa di commettere una reale molestia; al contrario lo interpreta come un atto di corteggiamento, un modo per esprimere gradimento o desiderio sessuale e un banale tentativo di attirare l’attenzione. Viene visto cioè come un complimento e molti sperano addirittura in una reazione positiva o di compiacimento (come un sorriso o una battuta). Il problema centrale è che il desiderio maschile viene posto al centro, mentre il consenso e il benessere della donna vengono dati per scontati. Le intenzioni soggettive non cancellano gli effetti psicologici di tali atteggiamenti, osservabili nelle vittime: per chi lo subisce è spesso un atto invasivo, inappropriato e ansiogeno.

Le motivazioni alla base del catcalling sono diverse. Seppure gli studi sono poco numerosi, sono stati trovati dei tratti ricorrenti fra coloro che lo mettono in atto:

  • Sessismo ostile: avere posizioni apertamente denigranti verso il genere femminile.
  • Sessismo benevolo: sostenere idee che sembrano positive ma pongono la donna in posizione subordinata.
  • Orientamento alla dominanza sociale: la credenza che la società sia strutturata su gerarchie naturali in cui alcuni gruppi (in questo caso gli uomini) hanno un ruolo superiore o dominante rispetto ad altri. In questo senso il catcalling diventa una forma implicita di affermazione del proprio ruolo e rafforzamento del potere maschile nello spazio pubblico.
  • Mascolinità “iper-performata”: gli studi osservano che chi pratica catcalling in modo ripetuto, si auto-percepisce come “molto maschile”, valorizza la virilità e ritiene che esprimere desiderio sessuale sia un tratto identitario degli uomini.

Inoltre alcune ricerche pongono l’accento sul cosiddetto wolf-pack behaviour (letteralmente "comportamento del branco di lupi"): dinamica di gruppo per cui gli uomini in presenza di altri uomini fanno catcalling più spesso, sentendosi legittimati e meno responsabili; è un atto volto a rafforzare il legame tra i membri del gruppo e a dimostrare la propria virilità. Una specie di tentativo di apparire il maschio alpha.

Le ripercussioni psicologiche

Subire catcalling non è mai neutrale, le persone che lo sperimentano riferiscono spesso:

  • Ansia e paura, soprattutto quando avviene in luoghi isolati e in certi orari;
  • Disagio e senso di vulnerabilità;
  • Iper-vigilanza, cioè la tendenza a guardarsi sempre intorno e prevedere possibili situazioni di rischio;
  • Vergogna e colpa, come se il proprio corpo fosse la causa dell’accaduto;
  • Riduzione della libertà personale, come il voler evitare certe strade, cambiare stile di abbigliamento o limitare gli spostamenti.

Inoltre, a lungo termine può realmente intaccare l’autostima e la percezione della sicurezza nello spazio pubblico. Non è un fastidio, ma una molestia a tutti gli effetti che incide sul benessere psicologico e sulla quotidianità.

L’esperimento dell’Università di Bologna

Per rendere tangibile l’impatto del catcalling, alcuni ricercatori dell’Università di Bologna insieme ai colleghi dell’Università di Messina e del CNR-ISTC (Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione), hanno progettato un esperimento innovativo: usare la realtà virtuale per far immedesimare gli uomini in una ragazza vittima di molestie verbali per strada.

Così, 36 giovani adulti sono stati immersi in uno scenario virtuale in cui assumevano le sembianze di una donna tramite un avatar. Prima si osservavano allo specchio intenti a prepararsi per andare a una festa, poi si ritrovavano in una stazione della metropolitana. In alcuni casi venivano loro rivolte frasi neutre come "Che ore sono?", "A che ora arriva la prossima metro?"; in altri casi venivano pronunciate frasi tipiche del catcalling come "Dove vai tutta sola?", "Me lo fai un sorriso?", "Ehi bella, che fretta hai?".

I risultati sono stati sorprendenti e molto chiari:

  • gli uomini hanno provato disgusto e rabbia di fronte a molestie verbali;
  • molti hanno sperimentato paura e vulnerabilità, rendendosi conto di come una frase, detta nel contesto sbagliato, possa risultare minacciosa. Infatti, un solo partecipante ha reagito aggressivamente sull'avatar maschile. Gli altri, essendosi immedesimato nel ruolo di donna, hanno preferito andare via considerando rischioso restare;
  • alcuni hanno ammesso che, vivendo la situazione dall’interno, hanno compreso quanto fosse invadente ciò che fino a quel momento avevano considerato solo come battute.

Una delle conclusioni più importanti del team di ricerca è che la realtà virtuale può essere uno strumento potente di educazione, sensibilizzazione e di empatia, capace di far capire, a livello emotivo e non solo razionale, quanto il catcalling possa destabilizzare il benessere psicologico di chi lo subisce. Inoltre, questo è un chiaro segno di come la mancanza di comprensione dell'altro non sia un fatto naturale ma culturale.

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