
La tensione in Medio Oriente ha raggiunto una nuova soglia critica nella notte tra l'11 e il 12 marzo 2026 quando, poco dopo le 23:00 ora locale, un drone ha colpito Camp Singara, la base militare di Erbil che ospita il contingente italiano nel Kurdistan iracheno. Secondo le prime analisi, il drone, (uno shahed, e non un missile come si pensava) probabilmente non era diretto all'interno della base, ma avrebbe perso quota finendo contro un mezzo militare. Nonostante siano stati registrati danni materiali ad alcune infrastrutture e mezzi logistici, nelle scorse ore il ministro della Difesa Guido Crosetto ha confermato su X che non ci sono né morti né feriti, perché il sistema di preallarme ha funzionato tempestivamente permettendo ai militari e al personale di rifugiarsi nei bunker. Crosetto ha anche affermato di essere in contatto con il Capo di Stato Maggiore della Difesa e dal Comandante del COVI per aggiornamenti. Intanto, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dichiarato che non è chiaro se si tratti di un missile iraniano o delle milizie filo-iraniane, e che le indagini sono ancora in corso.
L’attacco è avvenuto nella cornice della pericolosa escalation regionale che vede l’Iran intensificare la pressione contro gli USA e i suoi Paesi alleati all'interno del Golfo. Ma la base di Erbil conta come territorio italiano? E quali sono le implicazioni militari di un attacco diretto a un nostro presidio all'estero?
Cos’è Camp Singara e cosa sappiamo
Camp Singara, base militare italiana, si trova nel Kurdistan iracheno (al confine tra Siria, Turchia e Iran), presso l'aeroporto di Erbil. È un compound inserito in un'area militare più vasta che ospita anche forze statunitensi.
IL contingente italiano è lì dal 2014 per la missione "Prima Parthica", addestrando le forze di sicurezza locali curde (i Peshmerga) su richiesta del governo iracheno contro l'ISIS e monitorando i movimenti dei terroristi nel deserto e nelle montagne circostanti.
Detto in parole povere, il contingente di Erbil è lì con l'obiettivo di lottare contro il terrorismo jihadista. Ma non solo: questo hub italiano è fondamentale anche per monitorare la crisi tra Iran e forze della Coalizione contro il Daesh, un'alleanza internazionale nata nel 2014 con lo scopo di sconfiggere lo Stato Islamico che ha più di 80 partner tra nazioni (tra cui l'Italia) e organizzazioni internazionali (UE e NATO in primis).
La base di Erbil conta come territorio italiano?
Si tende a pensare che le basi militari all'estero siano territorio nazionale italiano.
Ma non lo sono. Come le ambasciate, godono di immunità e inviolabilità, ma non sono "pezzi d'Italia", geograficamente parlando.
La base italiana sorge sul territorio iracheno a seguito di una serie di accordi bilaterali (Status of Forces Agreement) che concedono l'uso dell'area, ma la sovranità resta dello Stato ospitante, ossia l'Iraq.
L'Italia è tenuta a reagire?
Sicché non è territorio nazionale, un attacco alla base non fa scattare automaticamente una dichiarazione di guerra o l'obbligo di una controffensiva su vasta scala.
Secondo l'Articolo 51 della Carta ONU, l'Italia ha il diritto (ma non l'obbligo) di rispondere per legittima difesa immediata se l'attacco è in corso, per proteggere le vite dei soldati. Tuttavia, facendo parte della coalizione – e quindi di una missione internazionale – ogni risposta deve prima essere concordata con gli alleati e con il governo ospitante.
Il governo italiano ha deciso di optare, almeno per il momento, per una de-escalation e la protezione passiva.