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20 Febbraio 2026
7:00

La Grande Piramide di Giza forse è più antica di quanto pensassimo: uno studio la retrodata di 20.000 anni

C'è una nuova presunta datazione della Grande Piramide di Giza (detta anche Piramide di Cheope), pubblicata dall’ing. Alberto Donini su Zenodo, secondo la quale sarebbe stata costruita tra il 37.000 e il 9.000 a.C. Lo studio, controverso, non è peer reviewed e non può essere considerato un articolo scientifico.

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La Grande Piramide di Giza forse è più antica di quanto pensassimo: uno studio la retrodata di 20.000 anni
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La Grande Piramide. Credit: Di Berthold Werner, via Wikimedia Commons.

Nelle ultime settimane, sta circolando la notizia di una nuova incredibile datazione per la Grande Piramide di Giza, in Egitto, che si basa su uno studio pubblicato dall'ing. Alberto Donini su Zenodo, una piattaforma Open Access per articoli di vario genere. Secondo Donini, la costruzione della Piramide di Cheope (situata a circa 18 km da Il Cairo e datata ufficialmente attorno al 2.600 a. C.) sarebbe avvenuta molto prima, tra il 37.000 e il 9.000 a. C.

Ma è davvero così? Facciamo un attimo chiarezza sul metodo utilizzato e sull'affidabilità dello studio.

Premettiamo che la pubblicazione dell'ing. Donini non ha subito nessun processo di revisione e verifica (peer reviewing), proprio delle riviste specializzate, ed è stata pubblicata unicamente su una piattaforma libera, di conseguenza non può essere considerata un articolo scientifico. Il nuovo metodo di datazione utilizzato per la piramide, messo a punto dallo stesso Donini, si chiama "Metodo Dell'Erosione Relativa" ("REM"). Questo metodo dovrebbe determinare il rapporto tra l'erosione di uno stesso tipo di roccia, partendo dall'assunto che questa si deteriori progressivamente a una stessa velocità a parità di condizioni.

La datazione proposta da Donini è stata stimata utilizzando proprio il "Metodo Dell'Erosione Relativa" che, in realtà, presenta subito dei problemi: non considera come le condizioni climatiche che generano l'erosione della pietra – come il vento e la pioggia, ma anche la sedimentazione dei detriti e della polvere – siano estremamente variabili nel tempo, a maggior ragione in un lasso di tempo di più di 4.500 anni. Il clima odierno non è lo stesso di 150 anni fa, figuriamoci di 4.500.

Una critica mossa da Donini alle attuali datazioni – che, ricordiamo, sono frutto di almeno due secoli di studi rigorosi, basati su fonti archeologiche, storiche ed epigrafiche, coadiuvate anche da metodi come il radiocarbonio – riguarda il fatto che le datazioni al radiocarbonio impiegate ultimamente – effettuate a partire da alcuni campioni organici presenti nella malta di costruzione della piramide – siano inaffidabili perché, al tempo del faraone Cheope, essa fu semplicemente restaurata utilizzando la malta, che i fantomatici costruttori originali, precedenti di millenni, non possedevano.

Gli studi archeologici e architettonici sulla piramide hanno invece messo in evidenza come essa non sia mai stata restaurata, ma anzi, si tratti di un unico sforzo costruttivo operato nel corso di alcuni decenni. Donini mette in dubbio poi il fatto che le piramidi fossero delle tombe, sebbene sia ben nota l'evoluzione architettonica di queste strutture esplicitamente funerarie, durata ben mezzo millennio, dalle mastabe (tombe tronco-coniche precedenti, datate a partire del 3100 a. C.) alle piramidi a gradoni e infine a quelle di Giza.

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