
Le immagini delle petroliere ancorate al largo del Golfo Persico e le notizie sul blocco dello Stretto di Hormuz non rappresentano soltanto una crisi diplomatica distante dai nostri confini: sono il segnale di uno shock energetico che sta già ridisegnando l'economia globale. Con i mercati del gas in forte tensione e le previsioni di un incremento dei costi infrastrutturali e domestici, la domanda che molti italiani si pongono ora è: ma a noi cosa cambia davvero? Le nostre tasche ne risentiranno?
In realtà è già così, e in questo video abbiamo analizzato i meccanismi che collegano l'instabilità nel Medio Oriente alla nostra sicurezza energetica, esaminando i dati aggiornati e i processi geopolitici che determinano il valore delle nostre bollette. Un'analisi necessaria per comprendere ciò che spesso, nella sintesi dei notiziari, resta ai margini del dibattito pubblico: le ragioni strutturali di una dipendenza che condiziona il nostro presente.
Stretto di Hormuz: la situazione oggi e la posizione dell'Iran
Partiamo da un punto che crea confusione. Lo Stretto di Hormuz — il corridoio di mare largo 34 km che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman — è tecnicamente aperto. L'Iran non ha emesso un blocco navale formale. Eppure le navi non ci passano.
Ciò accade perché la paralisi non è nata da un decreto di Teheran, ma dalla reazione del mercato assicurativo internazionale. Dopo i primi raid, infatti, le principali agenzie assicurative — a partire dal Joint War Committee della Lloyd's Market Association di Londra — hanno classificato lo Stretto di Hormuz, il Golfo di Oman e l'intero Golfo Persico come "zone di operazioni belliche". Tradotto: le coperture contro il rischio guerra sono state sospese o rinegoziate a prezzi proibitivi, e i noli delle petroliere — cioè il costo per noleggiare una nave — sono saliti a livelli senza precedenti.

Portare una nave in quella zona è diventato così costoso e così rischioso che nessun armatore lo fa più. L'Iran non ha messo una catena in mezzo al mare, quindi: ha semplicemente reso il passaggio economicamente impossibile. Ed è una chiusura di fatto che funziona esattamente come una chiusura formale. Anzi, è peggio perché è più difficile da trattare diplomaticamente.
Il risultato: circa 1000 navi bloccate nell'area per un valore complessivo — solo scafi e impianti di bordo, senza il carico — che secondo la Lloyd's supera i 25 miliardi di dollari. In questi giorni i transiti di grandi navi si sono ridotti da oltre 500 al giorno nei due sensi a pochissime unità. E intanto Hapag-Lloyd, uno dei principali operatori mondiali di container, ha annunciato la sospensione a tempo indeterminato di tutti i transiti dallo Stretto dal 1° marzo 2026.
La posizione di Teheran su Hormuz si è evoluta in pochi giorni: vale la pena seguire questa evoluzione perché racconta molto di come sta andando il conflitto.
Il 2 marzo, terzo giorno di guerra, i Pasdaran hanno dichiarato la chiusura totale e fuoco certo su chi avesse provato a passare. Il 5-7 marzo hanno fatto una parziale marcia indietro, con il portavoce delle forze armate iraniane Abolfazl Shekarchi che ha annunciato:
Controlliamo lo Stretto di Hormuz, ma non lo chiuderemo e tutte le navi potranno attraversarlo. Le navi degli Stati Uniti e di Israele saranno prese di mira.
Shekarchi ha poi aggiunto che l'Iran non può fornire garanzie di sicurezza a nessun Paese e che la responsabilità di eventuali incidenti ricade su chi decide di passare. Il 7 marzo — lo stesso giorno delle dichiarazioni di apertura — i Pasdaran hanno colpito con un drone la petroliera Prima, accusandola di aver ignorato i loro avvertimenti.
In pratica, l'apertura dichiarata da Teheran è politica, ma non operativa. Finché le agenzie assicurative non revocheranno il blocco delle polizze e finché gli armatori non riceveranno garanzie concrete di sicurezza, le grandi navi non torneranno a transitare: i mercati lo sanno bene, e i prezzi lo riflettono.
Attraverso quello stretto passano normalmente 20 milioni di barili di petrolio al giorno — circa un quinto di tutto il petrolio consumato nel mondo — più un quinto del gas naturale liquefatto commerciato a livello globale. Esistono rotte alternative? Sì, ma le capacità combinate delle pipeline saudite verso il Mar Rosso e degli Emirati verso l'Oceano Indiano non reggono nemmeno lontanamente quei volumi.

Il Qatar e il gas italiano: perché Ras Laffan cambia tutto
Quando si parla di gas naturale liquefatto che passa per Hormuz, si parla quasi sempre di un unico Paese: il Qatar. Ed è esattamente lì che si trova il nodo del problema per l'Italia.
Il Qatar è il secondo esportatore mondiale di GNL, responsabile di quasi un quinto dell'offerta globale. Ed è il nostro principale fornitore di gas liquefatto via mare: tra il 44 e il 45% delle importazioni italiane di GNL arrivano da lì, attraverso contratti pluriennali con Edison e il rigassificatore Adriatic GNL al largo di Porto Levante, in Veneto.
Il 2 marzo due droni iraniani hanno colpito gli impianti energetici di Ras Laffan e Mesaieed. QatarEnergy — la compagnia statale, la più grande produttrice di GNL al mondo — ha annunciato la cessazione completa della produzione di gas naturale liquefatto e di tutti i prodotti associati.
L'effetto è stato immediato e devastante: il gas europeo e britannico all'ingrosso è quasi rincarato del 50% in poche ore, e i prezzi asiatici del GNL del 40% circa. Due droni e nessuna vittima sono bastati per mandare mezzo mondo energetico in crisi.
Come funziona la liquefazione del gas
Il gas naturale non viaggia come il petrolio. Il petrolio è un liquido: lo si carica su una petroliera e lo si spedisce. Il gas naturale invece, a temperatura ambiente, è un gas — e occupa volumi enormi. Per trasportarlo via mare, bisogna trasformarlo in liquido.
Come? Raffreddandolo progressivamente fino a –162 °C. Per avere un riferimento: l'Antartide in inverno arriva a picchi di circa –90 °C. A quella temperatura il gas diventa liquido e il suo volume si riduce di 600 volte. Una sola nave metaniera carica di GNL trasporta l'equivalente di 160 milioni di metri cubi di metano — quello che senza liquefazione richiederebbe 600 navi.
Gli impianti dove avviene tutto questo si chiamano treni di liquefazione: sequenze gigantesche di compressori, scambiatori di calore e turbine che abbassano progressivamente la temperatura del gas, ma costano miliardi, richiedono anni per essere costruiti, e non si spengono e si riaccendono come interruttori.
La filiera completa — dalla fonte alla nostra casa — è questa: giacimento, gasdotto interno, impianto di liquefazione, nave metaniera, rigassificatore, rete nazionale, casa nostra. Ogni interruzione in qualsiasi punto di questa catena, quindi, si percepisce a valle.
Cos'è Ras Laffan e perché è così importante
La città di Ras Laffan, in Qatar, ha il più grande porto artificiale del mondo, con un'area acquea di circa 4500 ettari. È lì che si trova il più grande impianto di esportazione di gas liquefatto del pianeta.
Questa città è stata costruita dal nulla nel deserto negli anni '90 con un unico scopo: prendere il gas dal giacimento North Field — il più grande giacimento di gas non associato al petrolio del mondo, condiviso parzialmente con l'Iran — e trasformarlo in GNL da esportare. La compagnia statale Qatargas gestisce 14 treni di liquefazione a Ras Laffan per una capacità produttiva di 77 milioni di tonnellate all'anno: quasi un quinto dell'intera offerta mondiale di GNL.

Il 2 marzo scorso un drone ha colpito un'infrastruttura energetica a Ras Laffan, e un altro ha colpito una cisterna d'acqua in una centrale elettrica a Mesaieed. Così, QatarEnergy ha fermato tutto. Secondo Reuters, la compagnia avrà bisogno di almeno due settimane per riavviare il processo di liquefazione dopo lo spegnimento, e altre due settimane per tornare alla piena capacità produttiva. Un mese, secondo le più rosee aspettative.
Il motivo è che servono procedure estremamente precise: prima dello spegnimento bisogna ridurre gradualmente i flussi di gas per proteggere le apparecchiature. Al riavvio bisogna raffreddare progressivamente tutto il sistema fino a –162 °C, con procedure attentamente pianificate per evitare danni termici alle strutture criogeniche. Un impianto di liquefazione funziona come un motore a reazione: non si spegne di colpo, non si riaccende premendo un pulsante.
L'impatto sulla bolletta del gas per gli italiani
L'unica azienda italiana con un contratto diretto di fornitura GNL dal Qatar è Edison, con un accordo valido fino al 2034 per 6,4 miliardi di metri cubi all'anno. Il gas arriva al rigassificatore Adriatic LNG, al largo di Porto Levante in Veneto, rifornito principalmente proprio da Ras Laffan.
La buona notizia è che quattro grandi navi metaniere erano già salpate dal Qatar prima del conflitto, hanno superato lo Stretto di Hormuz a febbraio e stanno navigando fuori dalla zona di crisi, e trasportano circa mezzo miliardo di metri cubi di gas. La fornitura di marzo è al sicuro.
La cattiva notizia è che il problema si sposta sui prossimi mesi (aprile, maggio e giugno in particolare). Se Ras Laffan non dovesse ripartire entro fine marzo, le navi che dovrebbero caricare il gas destinato all'Italia nei mesi successivi non troverebbero prodotto da caricare, e intanto i prezzi salirebbero comunque (non per mancanza fisica di gas oggi, ma perché il mercato sconta già la scarsità futura).
Cos'è il TTF e perché determina le nostre bollette
Il prezzo del gas che paghiamo in bolletta non lo decide il nostro fornitore. Lo decide una borsa che si chiama TTF (Title Transfer Facility) con sede ad Amsterdam. È lì che si compra e si vende il gas all'ingrosso in Europa, e basta uno squilibrio relativamente piccolo tra domanda e offerta per far muovere le quotazioni in modo violento.
Alla vigilia dell'attacco, il 27 febbraio, il gas al TTF scambiava a 32 euro al megawattora. Al 4 marzo era già a 55,2 euro: +72% in meno di una settimana. Nelle ore successive ha sfondato i 60 euro, sui massimi da agosto 2022. L'elettricità nello stesso periodo è passata da 107,5 a 165,7 euro al megawattora: +54%.
Ma perché sale anche la luce? Perché in Italia circa il 50% dell'elettricità viene prodotta bruciando gas naturale, e quando il gas diventa più caro anche produrre elettricità costa di più, e quel costo si trasferisce direttamente in bolletta. Non avendo il nucleare, siamo strutturalmente più esposti di altri Paesi europei a questo tipo di shock.
Quanto aumenteranno le bollette di gas e luce nel 2026
I numeri si sono aggiornati rapidamente nei giorni del conflitto, e la direzione è stata sempre la stessa: peggiorare.
Il 4 marzo Facile.it stimava un aumento di 121 euro sulla bolletta del gas e 45 euro sull'elettricità per la famiglia tipo italiana, per un totale annuo di 2593 euro — il 7% in più rispetto alle previsioni pre-conflitto. Due giorni dopo le stesse stime erano già cambiate: 2796 euro l'anno, +15% rispetto al pre-guerra. L'aumento stimato sul gas era salito da 121 a 278 euro (in 48 ore la stima era più che raddoppiata).
Nomisma Energia stima un aumento del 15% sulle bollette del gas dal 1° aprile e dell'8-10% sull'elettricità nel secondo trimestre 2026. Una cosa importante: l'impatto non sarà uguale per tutti. Chi ha una tariffa indicizzata — cioè agganciata direttamente all'andamento dei mercati all'ingrosso — è esposto subito. Chi ha una tariffa fissa non subirà aumenti fino alla scadenza del contratto attivo. Vale la pena controllare che tipo di contratto si ha e quando scade.
Il prezzo della benzina e del diesel in Italia e perché il gasolio è aumentato più della benzina
Lo abbiamo visto tutti con i nostri occhi, senza bisogno di guardare le borse finanziarie: il prezzo medio della benzina self service è salito di 9,2 centesimi, arrivando a 1,76 euro al litro. Ancora più marcato l'aumento del diesel: +18,9 centesimi, con un prezzo medio di 1,91 euro al litro. In autostrada ci sono già distributori che vendono il gasolio servito oltre i 2,50 euro al litro.
Ma perché il costo del diesel sale più di quello della benzina? Perché il gasolio richiede una raffinazione più lunga e complessa rispetto alla benzina, e i principali centri di raffinazione del diesel si trovano in Russia e in Asia. Ogni interruzione nei flussi globali colpisce il diesel prima e più duramente della benzina. Non è speculazione: è struttura del mercato.
Detto ciò, il Governo ha già segnalato circa 20 casi sospetti di aumenti non giustificati da una reale carenza di carburante raffinato, attualmente all'esame della Guardia di Finanza.
Quanto costerà la guerra in Iran alle imprese italiane
Ma c'è anche un impatto che ci arriva in modo indiretto, attraverso i prezzi di quello che compriamo ogni giorno. Secondo la CGIA di Mestre, la guerra in Iran rischia di costare alle imprese italiane quasi 10 miliardi di euro in più nel 2026: 7,2 miliardi di rincari sull'elettricità e 2,6 miliardi sul gas, per un aumento complessivo del 13,5% rispetto al 2025.
La regione più colpita è la Lombardia, con un aggravio stimato di 2,3 miliardi di euro, seguita da Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte e Toscana. I distretti industriali più a rischio sono quelli ad alta intensità energetica: le piastrelle di Sassuolo, il vetro di Murano, il tessile di Biella, il cartario di Lucca, il polo siderurgico di Taranto, il petrolchimico di Sarroch.
Quando le imprese pagano di più l'energia, trasferiscono quei costi sui prezzi finali dei prodotti, con conseguenze dirette sui nostri portafogli.
Perché l'Italia paga anche se non dipende da Teheran
È la domanda che in molti si fanno. L'Italia non dipende direttamente dall'Iran per le forniture energetiche: importiamo petrolio soprattutto da Libia e Kazakistan. Perché allora dobbiamo farne le spese anche noi?
Perché siamo interconnessi in un sistema globale dove le crisi locali diventano crisi di tutti, e lo strumento di trasmissione è il già citato TTF. Il prezzo del gas in Europa non si decide in base a dove importa ogni singolo Paese, ma ad Amsterdam, e quando uno shock colpisce un quinto dell'offerta mondiale — tra Hormuz bloccato e Qatar fermo — il TTF sale, e con lui salgono le bollette di tutti i Paesi europei, indipendentemente da dove acquistino fisicamente il gas.
È una lezione che avremmo già dovuto imparare nel 2022 con il gas russo: un Paese senza il nucleare, che dipende ancora così tanto dal gas per produrre elettricità e che non ha diversificato abbastanza le fonti di approvvigionamento, è un Paese che paga ogni crisi geopolitica del mondo con le proprie bollette.
Cosa dovremmo aspettarci nei prossimi mesi: gli scenari
La risposta più onesta, al momento, è che dipende da quanto dura.
Se dovesse avvenire una de-escalation nelle prossime settimane e lo Stretto riaprisse, l'impatto sarebbe contenuto e temporaneo, visto che i mercati reagiscono velocemente in entrambe le direzioni.
Se invece il blocco dovesse prolungarsi, gli scenari cambierebbero radicalmente: una chiusura totale e prolungata di Hormuz, infatti, taglierebbe dal 15 al 20% l'offerta globale di petrolio. Nello scenario peggiore potremmo rivedere prezzi dell'energia rialzarsi come era già accaduto del 2022, con tutto quello che ne consegue su inflazione, bollette e potere d'acquisto delle famiglie.
I numeri che abbiamo oggi sono solamente una fotografia in rapido movimento. Continueremo a seguire la situazione e a tenervi aggiornati.