
Siamo abituati a immaginare gli invertebrati come creature piccole e insignificanti – quelle che di solito incontriamo nella vita di ogni giorno di rado superano qualche centimetro. Ma alcune specie sono in realtà in grado di raggiungere dimensioni impressionanti, capaci di competere — nonostante la mancanza di uno scheletro interno — con molti vertebrati. Il calamaro colossale (Mesonychoteuthis hamiltoni) – con un peso che può raggiungere i 500 kg – abita infatti le profondità oceaniche ed è stato filmato per la prima volta nel suo habitat naturale solo nel marzo 2025. Tali dimensioni sono raggiungibili solo nelle profondità marine: sulla terraferma, esistono infatti delle limitazioni fisiche, come la gravità e la densità di ossigeno, che mettono un freno alle dimensioni degli invertebrati sulla terraferma. Ciò non ha impedito ad alcuni di essi di raggiungere dimensioni da record.
Il calamaro colossale e il calamaro gigante: le differenze
Le creature invertebrate più grandi si trovano in mare, e l'esistenza della più grande di tutte è stata avvolta per secoli da mistero e leggenda. Sia il calamaro colossale (Mesonychoteuthis hamiltoni) che il calamaro gigante (Architeuthis dux) possono raggiungere lunghezze complessive impressionanti, tra i 10 e i 13 metri (costituiti in gran parte dai lunghissimi tentacoli). Hanno un'anatomia tipica dei cefalopodi con un mantello per il movimento, branchie, becco chitinoso, 8 braccia e 2 tentacoli. Tuttavia, presentano differenze in termini di stazza.
Il calamaro colossale può pesare fino a 500 kg mentre il calamaro gigante è leggermente più piccolo e arriva a 300 kg. I rarissimi avvistamenti di quest'ultimo hanno alimentato per decenni dicerie e speculazioni su kraken, leviatani e altre mostruosità marine.
Dimensioni del genere si possono raggiungere solo in acqua. Questa infatti fornisce sostegno idrostatico, annullando di fatto la gravità: un invertebrato privo di scheletro può crescere in questo modo senza rischio di collasso strutturale. Il corpo del calamaro, sostenuto dalla pressione esterna e da un’efficiente architettura muscolare, può così raggiungere taglie irrealizzabili su terraferma.
Il granchio del cocco, il gigante terrestre
Fuori dall’acqua la situazione cambia radicalmente. Sulla terraferma l’invertebrato più grande esistente è il paguro del cocco (Birgus latro), un decapode celebre per le sue chele potentissime capaci di rompere le noci di cocco e di arrampicarsi sulle palme. Raggiunge i 40 cm di lunghezza e 1 metro di apertura zampe, e un peso che può superare i 4 kg negli esemplari più massicci. Dimensioni ragguardevoli ma ben lontane da quelle raggiunte dagli invertebrati marini. In assenza di uno scheletro interno, il carapace deve sostenere l’intero peso dell’animale, ma se questo cresce eccessivamente diventa talmente pesante da impedire la locomozione, rendendo il trade off tra taglia e movimento non più vantaggioso.
Altri invertebrati da terraferma da record comprendono tra i centopiedi la Scolopendra gigantea (30 cm di lunghezza), tra gli insetti l'insetto stecco (il genere Phryganistria supera i 60 cm di lunghezza) e la weta gigante (genere Deinacrida, fino a 70 g di peso) e tra i molluschi il record va alla chiocciola gigante africana (Achatina achatina, più di 30 cm e 900 g di peso).
Un altro fattore limitante alla crescita di dimensioni sulla terraferma ha a che fare con la respirazione. Gli artropodi terrestri non hanno polmoni ma si basano invece su un sistema tracheale che funziona per diffusione passiva del gas tramite aperture sulla superficie del corpo. Il rapporto superficie/volume e l'esoscheletro spesso renderebbero sempre più difficile la diffusione dell’ossigeno verso i tessuti interni man mano che il corpo cresce di dimensioni. Il risultato è un compromesso evolutivo che mantiene la taglia degli artropodi terrestri relativamente contenuta.

Credit: Prehistorica CM, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons
Arthropleura, il colosso del passato
In condizioni di maggiore densità d'ossigeno, tuttavia, la situazione cambia. Durante il Carbonifero, quando la percentuale di ossigeno atmosferico era significativamente più alta rispetto al presente, la respirazione per diffusione tracheale era più efficiente e il gigantismo tra gli invertebrati terrestri non era affatto raro. Nelle foreste di 300 milioni di anni fa si aggirava infatti l'Arthropleura, un millepiedi gigante lungo fino a 2,5 metri e con un peso stimato di oltre 50 kg. Grande come una piccola automobile, questo animale si nutriva di detriti e piccole prede ed è l'invertebrato terrestre più grande mai esistito – oggi queste dimensioni non sarebbero possibili data l'attuale densità di ossigeno atmosferico.